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La legislazione europea lo consente ma Bruxelles potrebbe ripensarci per il rischio tossicità
BRUXELLES - Nell'Unione Europea, 1,8 milioni di tonnellate di animali domestici morti (per strada o dai veterinari) finiscono ogni anno nelle farine proteiche destinate a integrare i mangimi per gli allevamenti di suini, pesci e pollame.
Si tratta, secondo fonti della commissione europea, del 15% del totale (15,8 milioni di tonnellate) della materia prima impiegata in queste farine nell'Ue: i restanti 14 milioni di tonnellate sono costituiti dei residui della lavorazione della carne nei macelli.
Ogni anno nell'Ue vengono così prodotti 6,2 milioni di tonnellate di «farine animali» per mangimi.
Attualmente, secondo le fonti della commissione, i resti di animali domestici morti sono considerati come «materiale ad alto rischio» dalla legislazione europea, che però ne permette appunto l'utilizzazione come materia prima per le farine animali: secondo le norme Ue, il trattamento di sterilizzazione termico previsto (cottura a 123 gradi centigradi, e a 3 bar di pressione per venti minuti) è sufficiente per inattivare gli agenti patogeni microbiologici tradizionali.
Ma la sterilizzazione non modifica le sostanze chimiche pericolose eventualmente presenti nelle materie prime. E' il caso, ad esempio, delle carcasse di animali domestici raccolte e «riciclate» dai produttori di farine animali dopo l'eutanasia veterinaria (praticata correntemente, per alleviare le sofferenze dovute a vecchiaia o malattia, con iniezioni di tranquillanti, barbiturici e curaro).
Comunque, secondo la portavoce del commissario Ue alla sicurezza alimentare, l'irlandese David Byrne, la commissione «sta attualmente riflettendo sull'ipotesi di proibire l'uso del "fallen stock" (le carcasse di animali domestici, ndr) nelle farine animali». |
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