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Messaggio di ecce_ da commentare:
"Che tristezza quel ragazzo così la droga uccide Torino"
di MAURIZIO CROSETTI

Nessuno come Carlo Fruttero, insieme allo scomparso Franco Lucentini, ha saputo raccontare questa strana città (La donna della domenica), le sue manie, i suoi orrori perbene, la sua classe dirigente viziata, persino il male dal quale la Fiat non era immune (A che punto è la notte). Torino è cambiatissima, ma forse no.

Fruttero, che romanzo è la storia di Lapo Elkann?
"Una trama di una tristezza infinita. Non certo un romanzo erotico, qui i gusti sessuali diventano curiosità minori. È invece un racconto banale, il festino, la droga, il ragazzo ricco che si brucia e incenerisce quel bell’avvenire già tracciato".

Lapo è l’erede Agnelli, il nipote prediletto dell’Avvocato.
"Chiunque vada incontro a una cosa del genere mi fa una pena enorme. Chissà per quale motivo personale ha avuto questa caduta. Però il fatto piccante non riesco proprio a vederlo: va bene, ci sono dei travestiti ma c’è soprattutto la faccetta di un ragazzo, di un poveretto".

Che faccia è?
"Uguale a quella di tanti giovani che vedo davanti ai licei, la faccia di un nipote, e quando si diventa nonni si è più sensibili a certe tenerezze, si vorrebbe proteggere. La faccia di una grande, disarmante fragilità. Questa è l’unica parola che mi interessa: fragilità. Insieme al dolore di quei genitori".

Una famiglia importante, lo tireranno fuori, non crede?
"Da nonno immagino solo gli anni e anni che passeranno tra una clinica e l’altra, per disintossicarlo, una vita rovinata da una sciocchezza".

C’è pure la Fiat, che si stava riprendendo.
"Qual era già il ruolo del ragazzo? Responsabile del marchio, del brand... Proprio un bel brand! Lui con la Fiat ha chiuso, sarà esiliato, dovrà scomparire, aprirà un ristorante in Messico".

Lapo si occupava d’immagine: e la sua, adesso?
"Incenerita, è proprio un paradosso, uno scherzo della vita".

La famiglia Agnelli non è tanto fortunata.
"Ai reali inglesi e ai Kennedy è andata peggio".

Lei e Lucentini avete scritto un romanzo in cui si parla di presenze malvagie dentro la Fiat. Profezia?
"No, solo fantasia. A parte che il male è ovunque, come sa benissimo ogni scrittore".

E la vostra Torino cos’è diventata da Anna Carla Dosio, la donna della domenica, a Lapo?
"Una città in cui il Po è pieno di piscio, e il piscio è pieno di cocaina".

Ha seguito i dibattiti televisivi? Ha visto Bruno Vespa? Sa che aveva invitato Alain Elkann in trasmissione?
"Ho letto che il padre di Lapo si vergogna di essere italiano: ha ragione".

Anche Torino un po’ si vergogna: falsa e cortese?
"Poteva succedere ovunque, anzi succede ovunque, solo che qui c’è ancora un po’ di Fiat e quel ragazzo aveva un ruolo importante in azienda. Capisco le ragioni del gossip, i pruriti, i pettegolezzi senza fine che seguiranno, però questa è soprattutto una triste storia italiana. Mi spiace per Ciampi, ma siamo a livelli disastrosi".

Varrebbe ancora la pena raccontarla nei libri?
"A parte che Lucentini non c’è più, io mi sento desolato, cerco di stare per conto mio, se potessi farei anche a meno di conoscere certe trame vere. Il povero Lapo, la cocaina che si vende in tutti gli angoli del centro barocco, la sera, anche davanti alle chiese. Ma qui si drogano tutti? Il chirurgo estetico, il manager, il figlio di papà in discoteca. Magari questa cosa è il progresso".

Non le sembra una visione un po’ apocalittica?
"Macché. Ogni tanto vorrei visitare la più vicina moschea, non per convertirmi come Fassino ma perché da quelle parti sono più rigorosi, più velati, se sbagli ti tagliano la gola e stop. Un po’ di severità non guasterebbe".

Quale consiglio a Lapo, da nonno?
"Un bel viaggio all’estero. Lungo".

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