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di ecce_ da commentare:
Budapest, un museo del regime i marmi di Lenin e Marx ai giardinetti di ALESSANDRA VITALI
IL primo impatto č desolante. Una collina sterrata, tuttintorno tralicci, villette qua e lŕ. Sotto, il viale Balatoni, strada di grande scorrimento, automobili e una fermata dautobus. Altopiano di Tétény, periferia di Budapest, una ventina di minuti in macchina dagli antiquari della Falk Miksa e dagli oggetti depoca che il Bizomŕnyi Vŕllalat batte ogni tanto allasta. Qui ci sono pezzi dantiquariato che resterebbero invenduti, perché appartengono a un passato che da queste parti nessuno vuole tenersi in casa. Allora si č pensato di dedicare loro uno spazio: lo Szobopark, il Parco delle statue del comunismo, via di mezzo incompleta e triste fra un giardinetto pubblico e una discarica per quei memento che punteggiavano a piazze e strade, abbattuti dalla furia iconoclasta seguěta alla fine del comunismo in Ungheria.
Lingresso č, nelle intenzioni, sontuoso. Una gigantesca porta in stile neoclassico, nelle cui nicchie si stagliano Lenin, sguardo corrucciato e cappottone, e due giganteschi Marx e Engels tutti a spigoli di granito. Affinché il visitatore distratto abbia subito chiaro di che cosa parliamo quando parliamo di comunismo, su una lastra metallica sono incisi i versi di Egy mondat a zsarnokságról, "Una frase sulla dittatura", inequivocabile ode scritta nel 1956 da Illyés Gyula.
Ma il grande portale č una solitaria testimonianza del progetto originario, firmato dallarchitetto Eleňd Akos, che prevedeva anche un muro di cinta, mai realizzato del tutto per mancanza di fondi, cosě come non sono state mai completate alcune strutture interne al parco, uno spazio aperto dove dinverno soffia un vento raggelante e il sol dellavvenire č davvero unillusione.
A lanciare lidea era stato, nel 1989, con un articolo sulla rivista Hitel, lo storico dellarte Lŕszlň Szorényi, che aveva in mente un luogo dove raccogliere le statue di Lenin sparse per lUngheria. Il dibattito andň avanti fino alla fine del 1991, quando la commissione culturale dellAssemblea di Budapest bandě un concorso per il progetto, vinto da Akos. Il museo fu aperto nel 1993.
Allinterno dellarea, ottagonale, aiuole incolte collegate fra loro da passaggi simmetrici (se piove, fangosi), fanno da base ai monumenti, realismo socialista, matrice popolare e contenuto fortemente ideologico. Dopo il comitato daccoglienza formato da Lenin, Marx e Engels, ecco il monumento "dellamicizia ungherese-sovietica", falci, martelli e spighe di grano, gli eroi del movimento operaio - due enormi mani che sostengono una sfera di porfido rosso - e i combattenti ungheresi delle Brigate internazionali in Spagna.
E ancora, il monumento ai martiri, Ferenc Munnich e Jŕnos Asztalos, Tibor Szamuely e naturalmente Béla Kun, con i suoi uomini armati di baionetta ai quali, tendendo una mano, quello che viene considerato uno dei principali "leader del terrore" indica da che parte si va per la rivoluzione.
E in un piccolo chiosco che funge da bar, biglietteria e spaccio di souvenir che si fanno tangibili la critica al sistema e il passaggio dal comunismo al consumismo. Alla parete, un poster che ritrae Stalin, Lenin e Mao, la scritta "I tre terrori". Cč una vecchina che lentamente poggia su un tavolo scatole delle scarpe con dentro oggetti tanto kitsch quanto allettanti. Come la scatolina di latta, con etichetta rossa e volto di Lenin, e la scritta, in tutte le lingue ma sempre con caratteri ispirati al cirillico, "Lultimo respiro del comunismo". Poi i francobolli Urss e i cd con gli inni dellArmata rossa, t-shirt stampate e tessere fasulle degli agenti del Kgb, calamite col volto dei leader e modellini di Trabant.
Sulla guida ufficiale, le riflessioni (rese un po confuse dalla traduzione in italiano) dellarchitetto Akos. Che spiega di non aver voluto realizzare "un parco contro-propagandistico con statue propagandistiche", per scongiurare il rischio di "seguire fedelmente la ricetta ereditata dalla dittatura, e il suo modo di pensare". Questo, precisa, "č un parco che parla della dittatura, e visto che se ne puň parlare, parla della democrazia, lunica a darci la possibilitŕ di pensare liberamente della dittatura". |
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