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Messaggio di ecce_ da commentare:
Bagdad tra odio e rimpianti per il raìs umiliato dai giudici
BERNARDO VALLI

C’È CHI lo vorrebbe impiccato, fucilato, insomma cancellato dalla faccia della terra. Perché fin che respira, sia pure nel fondo di una prigione, fisicamente isolato dal mondo, costituisce un pericolo. È il sentimento di non pochi iracheni. I quali non pensano a un fantasma capace di esercitare la sua influenza attraverso le mura di un carcere, ma al sessantottenne Saddam Hussein in carne ed ossa, che oggi comparirà davanti a un tribunale di cinque giudici, dei quali non è stata rivelata l’identità nel timore vengano presi di mira, con le loro famiglie, da guerriglieri e terroristi che considerano l’accusato ancora il loro raìs. E sperano di rivederlo un giorno al potere. Se Saddam si dissolvesse nel nulla anche il miraggio cui guarda l’insurrezione armata, svanirebbe.

È quel che immaginano molti iracheni affamati di pace.
Insieme all’illusione di un possibile ritorno del raìs sanguinario si spegnerebbe la violenza. Nelle leggende muore il mostro e finiscono i suoi malefici. Qui, scomparso Saddam, dovrebbe finire la guerra civile e ritornare la pace. Tutto questo assomiglia a un sogno. La realtà è un’altra.

Saddam è un incubo e un simbolo. Guerriglia e terrorismo hanno radici concrete, indipendenti da lui. Eppure il processo di stamane ha come obiettivo anche di influenzare i fantasiosi pensieri di non pochi iracheni. In un certo senso ha a che fare con l’esorcismo. Durerà, sembra, poche ore. Il tempo di leggere i capi d’accusa.

Quelli riguardanti uno dei primi grandi misfatti, in ordine cronologico, di Saddam (il massacro nel villaggio sciita di Dujail nel 1982, con 143 morti). Un semplice assaggio, nell’attesa di giudicare una serie di altri crimini, assai più gravi, per i quali saranno necessari almeno dodici processi, da istruire con quintali di documenti. Sarà insomma un preludio, con un rinvio a dicembre per dar tempo ai difensori di conoscere gli atti processuali.

L’udienza isolata, trasmessa in diretta alla televisione, in un momento politico e militare cruciale, ha un obiettivo preciso: mostrare l’ex raìs prigioniero, inoffensivo, sottoposto a giudizio, come un criminale comune. Un raìs sconfitto, messo davanti alle sue colpe. Dissacrato ma in vita, come non capita mai da queste parti, dove i raìs esautorati finiscono subito sotto terra. Un raìs umiliato.

E questo proprio mentre il Paese aspetta il risultato del referendum che farà formalmente dell’Iraq "uno stato federale democratico". E’ come dire che la storia volta pagina. Si fa giustizia dell’uomo che incarna il terribile passato e comincia una nuova epoca. Il messaggio è chiaro: il destino di Saddam Hussein anticipa, annuncia quello dell’insurrezione armata che si richiama a lui. Per questo il governo ha stretto i tempi, ha convinto i supervisori americani riluttanti (che assicurano la custodia dell’imputato) ad anticiparli.

Giustizia va fatta. Non c’è dubbio. Una giustizia internazionale sarebbe stato più opportuna. Ma gli stessi americani non riconoscono il Tribunale penale internazionale dell’Onu. Quindi sarà la giustizia dei vincitori. L’insurrezione armata, espressione dei vinti che non accettano la sconfitta, considera il processo alla stregua di un’offensiva, nel quadro della guerra civile.

Così come attende il risultato del referendum (ritardato perché il conteggio dei voti si rivela più difficile del previsto) come un inevitabile sopruso. Perciò in questi giorni gli attentati terroristici e gli agguati della guerriglia si moltiplicano.
Quando pronuncio il suo nome gli sguardi si accendono.
Pensavo appartenesse al passato. Non dico dimenticato, ma fuorigioco. E con un solo futuro: la pena di morte. Invece Saddam continua ad essere il centro di tante passioni. C’è chi lo vuole seppellire.

Sono in tanti. Le associazioni umanitarie gli attribuiscono trecentomila vittime: sciiti decimati, curdi gasati, oppositori seviziati e assassinati (anche di suo pugno). Ma non c’è soltanto chi invoca giustizia o vendetta. Oltre alla guerriglia sunnita, per la quale l’ex raìs resta un punto di riferimento, Saddam serve a molti, nelle tribolazione quotidiane, come un termine di paragone. Quando chiedo come vanno le cose a un iracheno, un autista, un impiegato in un ufficio viaggi, un interprete, un cameriere, un giornalista, la risposta è spesso: "Si stava meglio ai tempi di Saddam". Replico che allora non c’era libertà: né di parola, né di stampa, né di obiettare a una qualsiasi decisione del regime. Era la morte. La risposta non cambia. La si può riassumere così: "Adesso non c’è spesso la libertà di campare".

E’ quasi una sentenza. Ed è severa per chi occupa il paese militarmente da due anni e mezzo e per chi cerca di governarlo. La stragrande maggioranza non ha nostalgia del passato, né rimpiange la persona di Saddam. Senz’altro non lo rimpiangono gli sciiti e i curdi, che ne furono le principali vittime. E in quanto ai sunniti, se sono in molti ad esaltarlo è anzitutto perché ai suoi tempi loro erano la classe dominante, nell’amministrazione, nell’esercito e nel partito onnipotente. Un italiano ricorda facilmente lo slogan qualunquista dell’epoca post-fascista, secondo il quale "si stava meglio quando si stava peggio". Qui però la situazione è diversa. E’ più pesante.

Bagdad offre uno spettacolo desolante. Mi dice un intellettuale, un cristiano caldeo: "Ai tempi di Saddam chi ubbidiva non rischiava la vita, adesso la vita è precaria per tutti". E’ un giudizio sbrigativo, dettato dalla collera di chi uscendo di casa rischia ogni giorno di essere rapito da delinquenti comuni, da chi è alla vana ricerca di un lavoro, da chi non trova a volte nei negozi i generi alimentari di prima necessità previsti dalle carte annonarie (istituite ai tempi di Saddam, quando l’Iraq era sottoposto alle sanzioni decretate dall’Onu).

Come straniero usufruisco di molti vantaggi ma sono esposto a non pochi inconvenienti. Le mie condizioni danno un’idea approssimativa, ed edulcorata, di come vive la gente. La libertà di movimento è ridotta al minimo. Non pochi colleghi stranieri sono scortati da guardie armate. E’ il solo modo per evitare di essere sequestrati da un semplice delinquente munito di pistola, che poi ti rivende a una banda di criminali o a un gruppo politico. Non è una novità ma sotto quest’aspetto l’insicurezza è aumentata.

Negli alberghi ci sono spie che informano i sequestratori sui tuoi spostamenti. Poiché detesto essere protetto da gente armata devo adottare innumerevoli precauzioni. Non restare a lungo in un posto. Non uscire alla stessa ora. Se non è proprio necessario evitare di inoltrarsi in città.
Gli amici iracheni che mi aiutano nel lavoro sono esposti a molteplici rischi. Uno di loro è stato minacciato. Gli è stato detto: "Sappiamo che lavori con gli americani. Stai attento alla pelle". Se l’è cavata provando che collaborava con giornalisti "non americani". L’autista di Repubblica è stato ferito da un colpo di pistola sparato da malviventi che volevano probabilmente rubargli la macchina. Oltre questi rischi, la vita in albergo (fuori dalla zona verde blindata, dove si trovano i ministeri iracheni e l’ambasciata americana) è complicata dalle frequenti interruzioni della corrente elettrica e dell’acqua.
Anche gli iracheni (medici, avvocati, chiunque appaia in grado di pagare un riscatto) rischiano di essere rapiti.

E tutti gli abitanti di Bagdad possono essere sorpresi dall’esplosione di un’autobomba o capitare nel mezzo di uno scontro a fuoco. La città è in una condizione di semiabbandono. Ci si imbatte in montagne di immondizie. In alcuni quartieri rendono ancora più difficile il traffico già complicato dai muri di cemento armato eretti a protezione degli edifici pubblici. L’apparizione di pattuglie blindate americane fa salire l’adrenalina, perché sono al tempo stesso un obiettivo dei terroristi e una fonte di grande pericolo. I marines hanno il grilletto facile. Quando gli iracheni dicono che "le cose vanno peggio di quando c’era Saddam" si riferiscono a questa situazione.

Dopo trenta mesi di occupazione non c’è sicurezza, non c’è lavoro, continua a scarseggiare l’acqua e a mancare l’elettricità. Non poche famiglie dedicano una cospicua parte del reddito per mantenere un generatore autonomo di corrente indispensabile nel paese in cui, durante la lunga estate, il termometro supera facilmente i 40 gradi. La "marcia verso la democrazia" tracciata da Bush è irta di ostacoli. Ma soprattutto lastricata di incertezza.

Far giustizia di Saddam è un dovere sacrosanto. Ma l’ex raìs viene esibito come un trofeo di guerra proprio in un momento in cui non c’è motivo alcuno per trionfare. Formalmente le istituzioni democratiche vengono via via promosse, ma al tempo stesso l’insurrezione armata si rafforza. E lo scontento nel Paese cresce, a sostenerlo sono i rapporti dei servizi di informazione americani. I quali sono concordi nel prevedere una maggiore intensità di attentati e azioni di guerriglia. I tempi si allungano.

Invece di delinearsi, la prospettiva di ridurre progressivamente la presenza americana sembra allontanarsi. Il Pentagono dice che le forze militari irachene compiono progressi, ma non sono in grado di contenere l’insurrezione da sole. Lo saranno forse nel 2007, se riusciranno a impegnare, a mettere sul terreno, almeno 325 mila uomini.
Mesi orsono si pensava che con un effettivo di 270 mila ce l’avrebbero fatta nel 2006. Il tutto è aumentato del 20 per cento e allungato di un anno. Saddam alla sbarra è per gli uni l’attesa punizione di un despota e di un nemico, per gli altri un nuovo capitolo della guerra civile. Una giustizia semplice, lineare, sarebbe preferibile.

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