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raggioverde
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dovrei avere più cose da leggere
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Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza
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maglioncino e maglietta sotto
ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
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Messaggio
di raggioverde da commentare:
Tu vuò fa’ u trapanise
Lungomare
“Turiddu! Turiddu Canivetti!” Nessuno l’aveva chiamato così almeno da quando aveva finito il liceo, nemmeno sua madre. Certamente non si aspettava di essere riconosciuto a Trapani dopo di averla lasciata all’ età di dodici anni. “Non ti ricordi di me? Sono Luigi Costanza.” L’uomo sorridente che si avvicinava non era né basso né alto, un pò robusto, coi capelli castani ricciuti e il viso tondo. Portava un giubbotto nero aperto a metà e si era spiegato le braccia in segno di sorpresa. Salvatore Canivetti si mise a lottare coi propri ricordi per pochi secondi e poi gli venne in mente il volto di un ragazzino collezionista di figurine di calcio che abitava a un isolato da lui, entrambi in Via Nausicaa. “Finalmente mi trovo in un posto dove la gente sa pronunciare il mio nome. Senti, ora chiamami Tore.” Erano le nove del mattino, uno di quei giorni della stagione indefinible tra l’inverno e la primavera. Il vento soffiava forte sul lungomare, agitando le onde e rendendo più intenso il profumo dell’ acqua salata. Tore portava una tuta sportiva nera dell’ Adidas con un marsupio attorno alla vita e scarpe da corsa, ma il freddo non sembrava dargli fastidio. Lui era un uomo basso e magro di quasi trent’ anni, coi capelli neri molto corti e un pizzetto. “Ma come riesci a stare senza giubbotto con questo vento?” chiese Luigi. “Dopo il vento di Chicago si può sopportare di tutto,” disse Salvatore con un sorriso brevissimo. “Mi scalderò correndo, poi una doccia ben calda e semu a posto.” “Ti ricordi di Fabiana, la figlia del pasticciere? Sono sei anni che siamo sposati.” “Però! E adesso cosa fai nella vita?” “Sono poliziotto, lavoro alla Questura. Infatti ci andavo adesso, ho la macchina guasta.” Tore si strofinò la fronte con la mano destra. “Non c’era qualche maestro che ti diceva ‘Costanza, se hai buoni voti diventerai oftalmologo e se hai brutti voti diventerai poliziotto’? Chi era?” “Maestro Ingrassia! Quello che mi chiamava ‘l’osservatore acuto’ e ‘occhio di lince’, che personaggio!” e di colpo tutti e due si misero a ridere. Un attimo di pausa e poi Luigi sparò un’ altra domanda con uno sguardo di leve disagio. “Ma senti, come mai sei tornato a Trapani adesso, dopo tanti anni in America?” “Sei giorni fa è morto mio nonno. Il funerale era l’altro ieri.” “Mi dispiace.” Luigi chinò il capo e mise insieme le mani. “Sentite condoglianze, era un gran uomo.” Anche Tore abbassò la testa. “Ieri era il funerale. Non l’avevo visto da quattro anni, lui e la nonna non ce la facevano più a viaggiare.” “E adesso sei diventato un americano.” Il sorriso di Luigi dimostrava l’assenza totale di cattiveria dalle sue parole. “Ancora peggio, uno che mangia cereali a colazione e fa il jogging a qualsiasi ora. A volte anche di notte, quando lavoravo fino a tardi.” “Aspetta, voglio mostrarti qualcosa.” Luigi estrase il portafogli dalla tasca e da lì tolse una piccola fotografia. La mise nella mano di Tore. Ritraeva Luigi in giacca e cravatta nel ruolo di padre di famiglia, sollevando con un braccio un bambino sorridente e toccando la spalla della sua moglie con la mano sinistra. Fabiana era quasi alta quanto il suo marito, i suoi capelli castani lisci avevano anche dei riflessi rossi, e teneva in braccio una bimba di pochi mesi vestita di bianco. “Il battesimo di Annalisa,” spiegò Luigi, “quattro mesi fa. E mio figlio si chiama Francesco.” “E adesso sei padre,” disse Tore senza poter nascondere la sorpresa dalla sua voce. “Complimenti, è una famiglia bellissima. Io dovrò aspettare un bel pò d’anni per fare una foto così.” “Troppe donne in carriera in America?” Tore scuoteva la testa. “Beh, magari ti fermi qua per un pò e trovi qualche bedda trapanisa. Anche se dopo l’America Trapani di certo non è il massimo…” “Non so ancora fino a quando resto qui, almeno due settimane. Ma aspetta, non voglio farti arrivare tardi al lavoro. Come facciamo per incontrarci un’ altra volta?” “Abiti nella tua vecchia casa?” “No, sto dalla nonna in via Custonaci, se ricordi. La nonna c’è quasi sempre, lei saprà dove sono. Vuoi il numero di telefono?” Luigi prese un taccuino e una penna da una tasca del giubbotto. Scrisse il numero di Tore, poi prese un’ altra pagina e scrisse altri tre numeri. “Il primo è la casa, l’altro è il negozio dei miei suoceri. Ti scrivo anche il mio telefonino. Tu non ce l’hai uno?” Tore mise il foglio nel marsupio e guardò le onde agitate del mare. “No, nessuno avrà tanta fretta per cercarmi qui. Inoltre, quelli dagli Stati Uniti non funzionano in Europa. Dai, vai al lavoro e io vado a correre un pò, poi stasera ti chiamo o forse passo da casa tua.” Si abbracciarono brevemente e si salutarono. Luigi si incamminò verso il centro della città. Tore cominciò a stirarsi le gambe con una serie di esercizi, poi si mise a camminare velocemente e dopo un minuto a correre con un passo lento, equilibrato, dirigendosi verso la periferia. Sentiva il vento che cercava di spingerlo verso la sua destra, verso l’ interno. Avrebbe voluto correre ascoltando musica sul suo walkman, come faceva a Wilmette o sulla riva del Lago Michigan, ma l’aveva lasciato negli Stati Uniti. Ogni volta che viaggiava, gli capitava di dimenticare qualcosa. Era soltanto la seconda volta che correva da quando era arrivato in Sicilia, ma si sentiva abbastanza in forma. Stavolta sperava di resistere per cento minuti. Forse dopo una settimana riuscirebbe anche ad arrivare fino a Bonagia e tornare. |
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