

NICK:
D R A G O
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ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
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STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate. Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.
HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.
STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato. E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita. E grazi al cielo capita sempre qualcosa.
ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può. E allora mi faccio bastare il resto.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto. Quello che si adatta a tutte le situazioni.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
1)
2)
3)

MERAVIGLIE
1)
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Messaggio
di D R A G O da commentare:
Brandello N°4
R. era solo nella sua stanza. Lo aveva assalito quell’odiosa e tranquilla tristezza rassegnata che sempre provava in queste situazioni a cui non sarebbe mai stato abbastanza abituato, nonostante la spietata frequenza con cui sembravano manifestarsi. Insomma, uno sfigato come tanti, ma ovviamente lui viveva il suo dolore in modo unico e speciale. Come tutti. Non che questo gli fosse di consolazione, ma sapeva di non essere l’unico a soffrire per motivi del genere. “C’è chi sta peggio” gli avrebbe detto qualche amico per minimizzare e spronarlo a reagire. Ma lui su questo non era d’accordo. Per R. dire che qualcuno stesse peggio significava poter quantificare il proprio e l’altrui dolore, confrontarli e giudicare quale fosse il più acuto. E questo non gli sembrava possibile. Non è il motivo per cui si soffre a determinare il dolore, ma il modo in cui lo si fa. Come si può essere felici per delle cazzate, si può anche soffrire per delle cose stupide. E in quel momento R. era tentato dall’affermazione che il dolore presente fosse il più grande mai provato, quasi ciò servisse a dare una misura dell’intensità dei suoi sentimenti; eppure sapeva che non era possibile che fosse così. Il dolore è dolore. Fa male, che sia poco o che sia tanto. La differenza la fa solo la percezione di poter reagire e del modo in cui farlo. E lui poteva chiedere aiuto. Prese il telefono e compose il numero della sua personale linea di emergenza.
Mario era ancora a letto, anche se era ormai quasi ora di pranzo. La sera prima aveva fatto tardi, troppo preso a smanettare davanti alla Playstation. Quello strumento demoniaco gli avrebbe fritto quei pochi neuroni che riteneva ancora di possedere, ne era sicuro; ma quando aveva in mano il joipad non era più capace di staccarsene. Odiava questo suo lato di sé, ma lo accettava perché del resto era l’unica dipendenza a cui si sentiva soggetto. Per lo meno se escludeva il suo costante bisogno di fumare. E magari anche la dipendenza dalla birra con gli amici. O quella al suo letto la mattina presto. O la mattina tardi. Insomma… dipendeva da tante di quelle stupidate che si riteneva uno dei più esplicativi esponenti di maschio post-adolescenziale sfigato medio. E si inscriveva nella categoria con una soddisfazione invidiabile. Nel senso che se non fosse stato soddisfatto avrebbe invidiato chi era capace di esserlo, ma allo stesso tempo riteneva che, dal punto di vista altrui, lui non avesse troppe ragioni per essere soddisfatto. Ma la gente non capiva. La gente era stupida. Anche lui era stupido, ma la gente di più. Quando iniziava una frase con “la gente”, chiunque conoscesse Mario anche solo di nome, sapeva bene che stava per dire qualcosa di critico. Ce l’aveva con la gente. Chi fosse di preciso la gente poi non lo diceva. Era una categoria ampia e limitata allo stesso tempo. Una categoria che Mario utilizzava quando gli faceva comodo. Un po’ come certa gente fa con la religione. No, non con la religione. Con la fede. Perché c’era una netta differenza tra fede e religione, secondo Mario. E a lui stavano antipatici i fedeli a comodo, non i religiosi a comodo. Perché uno poteva anche essere religioso, o dire di esserlo, per poi non rispettare le prescrizioni della sua religione. Questo denotava un mancato rispetto della religione stessa, ma Mario riteneva fosse perdonabile. Non poteva accettare chi invece giocava con la fede. Perché la fede è una qualità della persona. E quindi essere fedeli solo in certe situazioni vuol dire essere irrispettosi verso sé stessi. Vuol dire far parte della gente. Mario comprendeva anche la pochezza filosofica di queste sue teorie approssimate e mai approfondite, ma non aveva intenzione di rifletterci su. Andava bene così. E comunque, anche se prima o poi avesse deciso di affinare il suo sistema filosofico, di certo non sarebbe successo quel giorno, quasi all’ora di pranzo, mentre ancora era nel dormiveglia e strofinava i pollici contro gli indici per alleviare il fastidio che gli procuravano i calli da giocatore di Playstation.
Sembrava intenzionato a godersi il suo dormiveglia per almeno un’altra buona oretta, ma il suo cellulare non era dello stesso avviso. La suoneria troppo acuta lo fece sobbalzare. Allungò una mano verso l’apparecchio e rispose con la bocca ancora impastata dal sonno e con una voce roca al punto da essere irriconoscibile. “Pronto…” “Oh, tutto bene?” “Chi sito?” in perfetto dialetto veneto. “Il tuo peggior incubo. Dove sito?” in un dialetto improvvisato e con un accento che di veneto aveva solo l’intenzione. “A letto. Mi hai appena svegliato, mona.” “Il mio ghiro prediletto.” “Cazzo vuoi?” “Stasera usciamo?” “Ma che cazzo ne so… me lo chiedi di prima mattina?” “Io mi sto cucinando il pranzo…” “E io mi sto guardando i testicoli sfracellati da quel mona che mi ha svegliato.” “Te sito mai fatto la domandina?” almeno ci metteva impegno a parlare in dialetto. “Che domandina?” rispose Mario, anticipando già nella mente la risposta: era uno scambio di battute che ripetevano in continuazione. “Ma a mi che casso me ne incuea?” “Parli in veneto peggio di come il Papa bestemmia.” “Allora, usciamo stasera?” “E’ un invito ufficiale?” “Quel che cazzo ti pare.” “Vabbè, comunque, che è successo con Stella?” lo aveva capito dalla voce, che era successo qualcosa. “Poi ti dico” R. era sicuro, che Mario avrebbe capito al volo. “Ma anche no.” “Vieni a lezione pomeriggio?” “Non so.. casa mia xe nuvoeo.” “Ma se abitiamo a neanche mezzo chilometro e qui c’è il sole!” Non era vero, ma era uno dei loro soliti scambi. “Casa mia xe nuvoeo.” “Mario… dobbiamo smetterla con ‘ste battutine idiote. Potrebbero prenderci per deficienti.” “Te sito mai fatto la domandina?” “Fottiti. Ci vediamo stasera.” “Magnate na merda.” “Me ne magnarò tre. Stammi bene.” “Stammi bene tu.” Mario mise giù il cellulare, si rigirò nel letto e riprese sonno col sorriso sulle labbra. La gente… la gente non avrebbe mai capito il rapporto eccezionale che lui aveva con R. La gente non sapeva quanto Mario si sentisse fortunato.
R. chiuse la conversazione con l’amico ed era già meno triste. Non avevano preso un appuntamento preciso, ma come al solito si sarebbero visti alle 09.00 davanti all’agenzia funebre lì vicino. Il loro umorismo macabro era spettacolare. Una sbronza in arrivo, pensò R., sapendo che in realtà non avrebbero bevuto molto, ma si sarebbero ubriacati di stronzate. La magia l’avrebbe fatta il calore dell’amicizia; e per quanto un pensiero così smielato facesse arrossire R., così stavano le cose. E ad R. stavano bene. |
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COMMENTI:
Autore:
D R A G O
( giovedì 17 novembre 2005, ore 09:47
)
abbrava la miki che mi coglie la citazione!  bella lì!!
Autore:
dulcinea
( mercoledì 16 novembre 2005, ore 21:32
)
 ...ma...anche i catharral mi hai citato?! ahhahaha
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