

NICK:
D R A G O
SESSO:
m
ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
STATUS: single
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STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate. Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.
HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.
STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato. E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita. E grazi al cielo capita sempre qualcosa.
ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può. E allora mi faccio bastare il resto.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto. Quello che si adatta a tutte le situazioni.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
1)
2)
3)

MERAVIGLIE
1)
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Messaggio
di D R A G O da commentare:
Brandello N°5
Erano quasi le 19.00, quando Stella decise che era abbastanza. Non abbastanza quello che aveva studiato, ma il tempo che aveva perso fissando il libro senza leggere una sola riga di quello che c’era scritto. Probabilmente nella sua intera vita da studentessa, costellata da considerevoli successi, quella era stata in assoluto la giornata più improduttiva. E ormai era finita. Inutile ostinarsi a fissare il libro cercando di distrarsi da quello che aveva saputo quella mattina. E da quel che avrebbe presumibilmente visto da lì a poche ore. Mise le sue cose nello zaino e uscì dall’aula studio; attraversò la strada per fermarsi ad aspettare il Numero 11 e tornare a casa. E intanto ruminava mentalmente. Pensava a Fra, che era tanto carino a starle vicino in quel momento, ad informarla su certi sviluppi e che quella sera le avrebbe fatto compagnia, quando probabilmente lei avrebbe desiderato scomparire dalla faccia del pianeta. Un bravo ragazzo, Fra. E Stella non capiva come mai ad R. tesse tanto antipatico. Aveva notato le sue occhiatacce rivolte a Fra quella mattina. D’accordo, era chiaro che R. avesse un debole per Stella, naturalmente lei se n’era accorta… quindi probabilmente era solo un po’ di gelosia. Fu a quel punto che senza accorgersene Stella riuscì a distrarsi del tutto dai suoi problemi e pensò ad R. Aveva una cotta per lei, ma non si era dichiarato. Stella sperava che non l’avrebbe mai fatto, per non dovergli dare una delusione. Lui eraun ragazzo splendido. Estremamente sensibile, buono, gentile e simpatico. Magari non bellissimo, ma una persona fantastica. Solo che… solo che non aveva quel “quid”. Che cosa fosse il “quid”, Stella non lo sapeva, ma una sua personalissima definizione era: quel nonsocché che ti stravolge completamente, che ti fa capire che hai davanti la persona giusta, che non esiste nessun altro. Una definizione assai approssimativa, ma il “quid” è un concetto approssimativo, quindi di più non si poteva proprio comprenderlo. Insomma R. era un buon ragazzo, il ragazzo ideale, quello che ogni ragazza dotata di buon senso non si sarebbe mai fatta scappare, ma nessuna se l’era ancora preso, perché non aveva il “quid”. Perché lui era il ragazzo ideale. E tale era giusto che rimanesse. Perché se ciò che è ideale diviene reale, perde il suo aspetto più intrigante: l’inarrivabilità, il bisogno di perseguire un sogno irrealizzabile. Un discorso, questo, che la logica avrebbe potuto smontare senza sforzo. Ma il “quid” aveva per Stella un’altra caratteristica: non ricadeva nel dominio della logica, lo scavalcava. E la logica gli era subordinata, svaniva, si contorceva. Eppure in qualche modo R. riusciva a distrarre Stella, a occuparle la mente. Non aveva il “quid”, ma qualcosa ce l’aveva di certo. Spensieratezza? Empatia? Carisma? Era contenta di averlo conosciuto, poteva nascere una bella amicizia, se i sentimenti di lui non l’avessero ostacolata. Stella sperava di no. Si illudeva di no.
Arrivata a casa non trovò nessuno, come al solito. Suo padre era in viaggio per lavoro, a fotografare modelle e personaggi dello spettacolo a scopo pubblicitario per questa o quella ditta. Lo vedeva una volta al mese, quando era fortunata. E sua madre… già. Sua madre. Perché non era mai in casa? Finiva di lavorare nel primo pomeriggio, ma da ormai un mesetto non rincasava mai prima delle 21.00. E la casa era sempre vuota, trascurata. Per questo Stella cercava di star via il più a lungo possibile. Praticamente era come se abitasse da sola in quell’appartamento enorme e ultramoderno. Stava iniziando ad odiare quel posto freddo che le ricordava quanto la sua famiglia fosse divisa in quel momento. Ma nessuno se ne lamentava apertamente; erano tutti… congelati. Dei pezzi di ghiaccio. Non c’era una vera e propria crisi. La crisi la covava lei, dentro di sé. L’avrebbe voluta gridare, ma a chi? A quella casa vuota e fredda? Magari correndo addirittura il rischio di sentire in risposta solo l’eco della propria voce? No… preferiva rimanere congelata. Preferiva illudersi di essere congelata. Aveva una pericolosa tendenza ad illudersi, ma non aveva la forza di separarsene.
Entrò in bagno ancora con lo zaino in spalla; aprì l’acqua calda della doccia e andò in camera per spogliarsi. Doveva essere pronta per le 20.30; Fra sarebbe passato a chiamarla. E poco dopo avrebbe scoperto se i suoi sospetti fossero fondati.
Alle 20.55 R. era già fuori casa. Mario non sarebbe neanche arrivato puntuale, come al solito, ma R. non sapeva più cosa fare in casa e magari, se fosse uscito, il tempo sarebbe trascorso più velocemente. Si diresse verso l’agenzia funebre e rimase rimase stupito dal fatto che il suo amico era già lì, in clamoroso anticipo. “Mi ero sbagliato… pensavo saresti arrivato in ritardo…” “Mi ero sbagliato anche io… pensavo saresti arrivato almeno 10 minuti fa.” La sapeva lunga, Mario. “Al Derry’s?” “Al Derry’s.” Il loro pub preferito: un buco di pochi metri quadrati, senza nessuna particolarità, frequentato da gente molto più grande di loro e spesso antipatica e con una cameriera brutta come la morte. Eppure… questione di atmosfera. E anche di ironia macabra. E anche di altre cose che solo l’amicizia può spiegare. “Ho la macchina ancora in garage, andiamo a prenderla.” disse Mario. “Andiamo a piedi?” “Ma piove ed è dall’altro lato della città!” “Appunto.” “Ok, andiamo.”
Spararono le loro solite puttanate per tutto il tragitto, con la pioggia che batteva loro addosso non troppo forte, ma comunque ben visibile alla luce dei lampioni. Evitarono accuratamente ogni porticato, anche a costo di camminare in mezzo alla strada, perché… perché no? Perché omologarsi? Perché perdersi in stupide domande del genere? Camminarono e basta. “Stella… dovrebbe abitare qui vicino.” “Bene.” “Bene.” Proseguirono. E la pioggia aumentò, quasi volesse sottolineare che stava per succedere qualcosa. Certo, se la pioggia aveva questa intenzione, aveva anche un tempismo di merda: poteva anche avvertirli prima; poteva anche avvertire R. che appena girato l’angolo avrebbe visto Stella abbracciata a quell’odioso fighetto dell’aula studio. Poteva, ma non lo fece. Ed R. non sapeva che Stella in quel momento stava piangendo e Fra la stava solo consolando. Non sapeva che lei aveva appena visto qualcosa che la stravolgeva profondamente. Lui vedeva solo ciò che chiunque altro avrebbe visto. E stava male come solo lui poteva stare. La pioggia ci dava dentro, era diventata proprio cattiva. Per questo Mario non vide, in mezzo a tutta quell’acqua, le lacrime di R. Eppure le sentì. “Andiamo di là? Facciamo prima…” Era la strada più lunga, a dire il vero, ma anche l’unica che avrebbe permesso loro di evitare di passare vicino a Stella. “Sì…”
Ci sono emozioni dai toni tristi che neanche il rapporto tra quei due ragazzi poteva sedare. Però la pioggia dava una mano. Almeno le mimetizzava un po’. Almeno svuotava le strade in modo da lasciarli soli quanto serviva. Niente birra, quella sera. Ma di pioggia, avrebbero fatto il pieno. |
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COMMENTI:
Autore:
Allanoon
( mercoledì 16 novembre 2005, ore 10:01
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