

NICK:
D R A G O
SESSO:
m
ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
STATUS: single
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STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate. Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.
HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.
STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato. E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita. E grazi al cielo capita sempre qualcosa.
ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può. E allora mi faccio bastare il resto.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto. Quello che si adatta a tutte le situazioni.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
1)
2)
3)

MERAVIGLIE
1)
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Messaggio
di D R A G O da commentare:
Brandello N°6
Ore 07.20 di un giorno qualunque di un mese qualunque di un anno qualunque. R., poche ore prima di andare a letto, aveva imparato a diffidare dei giorni qualunque, visto la serata di merda che aveva trascorso. Comunque la sveglia suonò e lui, che era già sveglio, la spense quasi immediatamente. A dirla tutta, stava aspettando che suonasse. Si era svegliato una decina di minuti prima con la vescica che già voleva dire la sua, e con una tale prepotenza che R. era passato dal sonno alla veglia in pochissimo tempo. Ma decise di tenersela un po’, immaginando quanto sarebbe stato fastidioso se la sveglia avesse cominciato a suonare proprio nel momento in cui avesse iniziato a pisciare. Una pisciata mattutina con nelle orecchie quel trillo infernale… difficile immaginare un inizio di giornata peggiore. Quindi attese nel letto che la sveglia suonasse, cambiando più volte posizione, quando gli sembrava di non riuscire più a trattenersi. Poi appena partì il trillo, spense la sveglia e schizzò in bagno. Dopo quel che aveva visto la sera prima, ovviamente si aspettava che si sarebbe svegliato prima del suono della sveglia, ma non pensava per colpa della sua vescica. Credeva invece che avrebbe passato la notte in bianco, a fissare le ombre sul soffitto e a struggersi di dolore, come i film e il luogo comune hanno insegnato che fanno gli innamorati non corrisposti. Invece, pur non essendo stata la notte più riposante della sua vita, aveva dormito parecchio. Trovava fastidioso questo suo essere riuscito a prender sonno facilmente: se lo avesse raccontato, la gente avrebbe pensato che il suo esclusivo dolore non fosse poi così grande, se riusciva a dormire. Come se fosse possibile misurare il dolore dai millimetri di borse sotto gli occhi. Come se fosse possibile misurare il dolore. La gente, la gente… R. stava cominciando a pensarla come Mario. Forse lo aveva sempre fatto. Sorrise e si tirò su i pantaloni del pigiama, mentre tirava lo sciacquone.
In una ventina di minuti uscì di casa. Nonostante tutto aveva deciso (era stato obbligato dalla parte più stupida di sé stesso) di andare in aula studio. Pioveva ancora abbastanza intensamente e faceva ben più freddo del giorno precedente. Non aveva ombrello perché odiava gli ombrelli, scomodi strumenti che nascondevano la parte più bella delle giornate piovose: le gocce che cadono, il cielo grigio con la sua strana luce bianca e ombrata… la prova che luce e ombra non sono due opposti, ma fanno parte l’una dell’altra, possono convivere. E gli ombrelli non permettono di accorgersene. Ti fanno vedere solo quello che c’è sotto: pozzanghere fangose, automobili che cercano di schizzarti al loro passaggio e tutte le facce cupe che molte persone con l’ombrello mettono su nelle mattine piovose. Persone che R. non avrebbe mai capito. Lui la pioggia l’amava davvero. Senza motivo. E questo era un motivo sufficiente, per lui. Ma la sera precedente ne aveva presa abbastanza di acqua e quella mattina preferì camminare sotto i porticati, laddove c’erano. Infatti arrivò in aula studio quasi asciutto.
Il tipo delle pulizie era ancora dentro che passava uno straccio sui tavoli. E ancora non c’era nessun altro, era il primo. “Ciao… si può entrare?” “Prego, prego…” “Grazie.” Prese posto al tavolo dove di solito preferiva sedersi Stella, lasciò lì la sua roba e andò a far colazione al bar. Cornetto e cappuccino: una colazione stereotipia che a ben pensarci non gli piaceva neanche tanto. Avrebbe magari gradito di più un caffè alla nocciola, macchiato, shakerato con della crema di whisky e un po’ di panna montata con una spruzzatina di cacao. O meglio di noce moscata. Il tutto possibilmente accompagnato da un paio di biscottini alla marmellata, quelli a occhio di bue, che assomigliano a delle margherite, con un po’ di zucchero a velo sopra. Gli sarebbe piaciuto molto di più far colazione così. “Mi fai un cappuccino? Il cornetto lo prendo io?” Aveva desideri troppo impegnativi per assecondarli di prima mattina.
Tornò in aula studio e aprì i libri. Nel mentre erano arrivati altri due ragazzi, presumibilmente ingegneri, a giudicare dai fogli pieni di calcoli su cui erano chini e dalla disinvoltura con cui le loro dita si muovevano sui tasti delle loro calcolatrici scientifiche. Di Stella ancora neanche l’ombra, ma era presto. R. riuscì a studiare qualche pagina, prima di accorgersi che si erano fatte ormai le 08.30 e Stella non c’era. Strano. A meno che lei non avesse fatto molto tardi la sera prima. A meno che R. non avesse abbastanza motivi da sentire il suo cuore spappolarglisi in petto.
Lentamente l’aula studio si riempiva. Soprattutto di gente che faceva calcoli, quella mattina. Doveva esserci la Sagra dell’Ingegnere. Passarono un paio d’ore e l’aula studio era quasi piena. Uno dei pochi posti ancora liberi era quello di Stella, dove c’era il quaderno che R. vi aveva appoggiato. Ma visto l’orario, probabilmente Stella non sarebbe più arrivata, perché… R. preferì non completare il pensiero.
Ma proprio mentre allungava una mano per riprendersi il quaderno e liberare il posto, Stella arrivò. “Buongiorno!” “Ehilà!” “Ho fatto proprio tardi stamattina… meno male che ci sei tu che mi hai tenuto il posto! Altrimenti non sarei riuscita a studiare niente!” -Allora sono buono solo a tenerti il posto, io?- Un pensiero pericoloso. “Eh eh! Però che strano… di solito a quest’ora non è mai così piena!” -Dai, ricicla la tua stessa battuta di poco fa… plagiati.- “Voci indiscrete mi suggeriscono che oggi c’è la Sagra dell’Ingegnere!” E lei rise in silenzio, divertita. -Bravo, ti sei guadagnato una sua risata. Complimenti, scimmietta. Ora, non rovinare tutto chiedendole come mai ha fatto così tardi- “Come mai a quest’ora oggi? Notte brava?” -Idiota. Ora sono cazzi tuoi.- “Eh sì… sono andata a letto parecchio tardi.” -…- Magari se gli avesse piantato un cavatappi nel petto e gli avesse cavato via il pezzo di sughero che aveva ormai al posto del cuore, gli avrebbe fatto meno male. “Ah sì? Io invece ho dormito più di quanto pensassi di fare!” “Beato te! Io ho un sonno…” E lì R. capì che era davvero possibile misurare il dolore dai millimetri di borse sotto gli occhi. In quel momento lui stava misurando il proprio guardando le occhiaia di Stella. Funzionava davvero, il metodo. Congratulazioni a chi lo aveva inventato, cazzo.
Il resto della mattinata trascorse nell’inutilità più totale. Il fighetto non si fece vedere. -E perché dovrebbe venire? Ha già avuto quel che voleva…- Stella sembrava concentratissima, ma non lo era. R. sembrava distratto, ed in effetti lo era. “Uff… neanche oggi ho fatto molto… anzi, non ho fatto proprio niente! Mi sono riuscito a superare in peggio… ogni volta penso di non potercela fare… e invece!” “A chi lo dici…” “Ma dai! Tu sei sempre lì concentrata e macini pagine su pagine…” “GIRO, pagine su pagine. Ma questo non significa che ci abbia capito qualcosa… ho tutt’altro per la testa…” Sì, sarebbe stato meglio un cavatappi nel petto. Però sul volto di Stella era scesa un’ombra. Fu solo un attimo, ma R. la vide passare. Un pensiero cupo, immensamente triste. Poi lei sorrise di nuovo: “Ma nel pomeriggio di certo ci rifaremo! Studieremo tantissimo!” “Ma sì! L’importante è esserne convinti!”
Andarono a pranzare insieme in mensa. Parlarono molto. Ma si raccontarono poco. La maggior parte dei loro discorsi erano sempre su qualche puttanata. Avevano sempre parlato quasi esclusivamente di argomenti frivoli. Eppure il rapporto aveva una certa profondità, fondata non sapevano bene su cosa, ma in ogni caso palpabile. Stima reciproca? Certo. Simpatia? Poco ma sicuro. Attrazione? Qui purtroppo nasceva la discordia. Come sempre succedeva al ragazzo sfigato medio. Categoria nella quale R. si inscriveva con un’autoironia sarcastica assai meno divertita di quella con cui lo faceva Mario, almeno in quell’ultimo periodo.
Finirono di pranzare, si bevvero un caffè e si avviarono verso l’aula studio. Ed R. non si era avvicinato a Stella neanche un po’. Non l’aveva conosciuta meglio, non si era fatto conoscere lui stesso. Sentiva di aver perso tempo anche questa volta. Ed ovviamente non concluse niente neanche nel pomeriggio; né con Stella, né con lo studio. Finita la giornata avvertiva una fastidiosa sensazione di vuoto. Diverse ore erano andate perse. E a far cosa? Niente. Se non ad annullare sé stesso evitando di dire certe cose, o di chiederne altre. Quando lei decise di andar via, anche lui valutò che poteva andare a casa. Si era fatto abbastanza male, per quel giorno.
La accompagnò alla fermata dell’autobus, il quale arrivò quasi immediatamente, come se volesse sadicamente privare R. della compagnia di Stella il più presto possibile. Ma lui in realtà si sentiva talmente svuotato, per quanto successo nelle ultime 36 ore circa, che quasi si sentì fortunato e non dover imbastire altre stronzate ed occupare con un po’ di nulla qualche minuto in attesa dell’autobus. Si salutarono, senza enfasi. Non c’era nulla per cui mostrare enfasi.
R. si avviò verso casa, quando sentì una vibrazione nella tasca del cappotto. Tirò fuori il cellulare e rispose senza neanche guardare chi fosse. “Pronto?” “12 euro e 36 centesimi, IVA compresa” la voce di Mario. “Cosa?” “I soldi dello sciroppo per la tosse che mi devi.” “E per quale cazzo di motivo?” “Me la sono presa perché ieri ho camminato per varie ore sotto l’acqua, ricordi?” “Ok… mi sento in colpa. Mi dispiace…” “Mi fa piacere che ti preoccupi per me. 12 euro e 36 centesimi, comunque.” “Vengo a vedermi un film da te, allora.” “Se porti anche i soldi.” “Porto un porno?” “E anche 12 euro e 36.” “Poggio lo zaino a casa, passo dalla videoteca e vengo da te.” “Con i soldi.” “Mario… non t’ho neanche sentito tossire…” “Cough, cough. Contento?” Dall’altra parte R. aveva già chiuso. E sorrideva. Il tempismo di certa gente farebbe sorridere chiunque.
In videoteca R. passò qualche momento di seria indecisione tra DIE HARD: DURI DA MORIRE e THE BLAIR BITCH PROJECT, ma alla fine optò per un più sobrio e meno ricercato LA CARICA DEI 101, sperando che in quella versione vietata ai minori, gli attori non fossero sempre dei teneri cuccioli di dalmata. Mario avrebbe apprezzato comunque, in un modo o nell’altro. |
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COMMENTI:
Autore:
D R A G O
( giovedì 17 novembre 2005, ore 16:24
)
Magari lo realizziamo, un bel prodotto commerciale. Un miglior amico gonfiabile. Ti consola. E si tromba tua morosa quando non hai voglia. E quando hai la morosa.
Autore:
Allanoon
( giovedì 17 novembre 2005, ore 15:41
)
Invidia....se ne vendonodi Mario in giro per i supermercati?
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