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Parla Mieli. «Le mani di Berlusconi sul Corsera»
di red

La politica ha cercato di allungare la sua «zampa» per prendresi il Corriere della Sera, «ma adesso la cosa sta finendo». Parola del direttore Paolo Mieli che in «1/2 Ora», rispondendo alle domande di Lucia Annunziata su Raitre, spiega le difficoltà vissute dal suo giornale, nega l’interesse di Consorte e parla del suo futuro.Ma chi era il lupo politico? «La risposta più ovvia sarebbe dire - riponde Mieli -, vista la tensione forte con Berlusconi, con l’attuale governo. Ma io temevo qualcosa di più complesso, cose del mondo berlusconiano ma anche ramificazioni nel campo opposto. Ho creduto di intravedere, se non erano fantasmi, qualcosa di più complesso».

Ma, aggiunge il direttore, «mi pare che la parte più rischiosa sia passata, il momento dell’impresa riconducibile a Ricucci è passata. In parte avendo portato in porto l’impresa dal punto di vista editoriale, il full color e la riduzione del formato, mi pare che il rischio sia minore». Insomma per Mieli: «ci sono segni che stia finendo tutto».

Non è la prima volta che accade, spiega. «Ad essere sinceri il Corsera è sotto questo assedio da almeno da 30-35 anni. È come se fosse un simbolo e la politica, in genere di governo, ma talvolta anche l’opposizione si cimenta con il Corsera come se fosse uno scettro. I politici, quelli seri, sanno che con il Corsera non si vincono le elezioni, ma a loro sembra uno scettro di sovranità che lo rende potenti. è una lunga storia». L’operazione Consorte - chede Annunziata - potrebbe convivere con un’operazione di scalata del Corriere? «no, è estraneo a questa vicenda- risponde Mieli - per il momento lo critichiamo, se ci capita, come una cosa esterna. Alcuni fili molto complessi lo ricollegano a Fiorani e Ricucci ma mi rifiuto di fare certi collegamenti».

Il direttore comunque spiega che il suo ritorno al Corriere era legato al momento di difficoltà trascorso dal quotidiano. «C’era un tentativo di scalata da parte di un gruppo di immobiliaristi che rendeva la proprietà esposta. Ci voleva una persona di esperienza anche perchè questo avveniva in un anno che doveva segnare un cambiamento clamoroso con il rinnovato formato e l’introduzione del colore. Si temeva in questo contesto con questa scalata, dovendo fare percorso delicato che esponesse il Corriere a tentazioni...» Insomma «quando un giornale si trova in passaggio così delicato la tentazione della politica, in anno di vigilia elettorale, è di allungare la zampa...». Ma per Mieli «Il Corriere della Sera è forte perché è autorevole». Anche se il direttore non nega la sua appartenenza politica: «Io sono un elettore del centrosinistra e non ho difficoltà a dirlo, ma il mio giornale è capace di farsi sentire dal centrodestra sia dal centrosinistra in eguale misura», e a suo avviso «questo rende lo scettro ambito».

Altra domanda della giornalista: perché rifiutò la presidenza Rai, che la Rai sia meno libera del Corriere? «No no è meno libera - risponde Mieli - del resto lei è stata nominata subito dopo di me. È una cosa molto diversa, la Rai è un’istituzione pubblica con la quale la politica ha molto a che fare, è l’azionista di riferimento, usando una vecchia espressione di Bruno Vespa, mentre tra il Corsera e la politica c’è una barriera. I nostri azionisti non sono della politica».

La politica non pesa sul Corsera? «Nei giornali c’è conflitto d’interesse ma con gli azionisti. Noi ne abbiamo 15 quindi il conflitto è più grande ma più piccolo perchè frazionat, leo persone si compongono tra loro e trovano equilibrio, anche se è un duro esercizio. È differente». Mieli oggi al centro di 15 grandi imprenditori, può dettare le sue regole politiche - nota Annunziata - può avere uomini che può muovere in tutte le testate, può essere un grande potere che sfugge e condiziona la politica? «Si può esserlo, è una definizione generosa ma persone così sono sempre esistite nel mondo intellettuale e giornalistico. Io stesso cresciuto a scuola persona definita così, Eugenio Scalfari. Lo considero un bene finchè non si trasforma in qualcosa di diverso, se rimane nel controllo dell’opinione pubblica e si rivolge in modo equanime nei confronti dei poteri, politici ed economici. Se riesce a farlo, e l’unica misura è la credibilità, allora ha fatto dovere della libera stampa». Come si immagina il futuro? «Io so che cosa c’è dopo la morte. I direttori di giornali vivono con ansia il momento dell’addio, io l’ho già vissuto quindi me lo immagino esattamente uguale a quello che ho vissuto. La prima volta ho riscoperto che era uno storico, mi sono risposato». Arriverà a Palazzo Chigi? Mieli è allettato: «Potrebbe essere un’ esperienza interessante. Ma non è aria».

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