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di ecce_ da commentare:
Razzismo o paura del diverso? Tre storie di intolleranza
Josephine è una quindicenne della Costa D’Avorio. Vive in Italia da dieci anni, cioè da quando fu adottata da una famiglia che risiede in una grande città del Nord. Aveva cinque anni e le fu subito diagnosticato un ritardo mentale, causato dalla deprivazione alimentare della sua infanzia africana. Un ritardo che non ha mai superato. I suoi compagni di classe sono tutti molto più giovani di lei. La maltrattano, sono arrivati a minacciarla fisicamente.
Antonio, sedici anni, è invece italiano. E’ italiano anche sua padre, ma la madre è marocchina. Frequenta un istituto d’arte di Milano. Qualche settimana fa, il professore titolare si è dovuto allontanare e nella classe è arrivato un supplente. Come molto spesso accade in questi casi, Antonio e i suoi compagni ne hanno un po’ approfittato. Nell’aula si è creata una grande confusione. Il supplente ha perso la pazienza e ha detto alcune cose che hanno molto turbato Antonio. Frasi del tipo: "Tornate da dove siete venuti...".
Saimir è un ragazzo albanese che vive a Roma. Gli piace il cinema, così ha deciso di abbonarsi a un videonoleggio. Facile, gli ha spiegato un commesso, è sufficiente che porti un documento e dieci euro per la tessera. Saimir ha seguito le indicazioni. Ma quando si è presentato nel negozio e ha mostrato la carta d’identità, il titolare gli ha detto che non intendeva accettarlo tra i soci. Il motivo? Semplice: non voleva "extracomunitari" tra i suoi clienti.
Le storie di Josephine, Antonio e Saimir (i nomi e i luoghi per evidenti ragioni di riservatezza, sono di fantasia) sono solo tre delle tante che quotidianamente giungono al numero verde 800901010 che corrisponde al "contact center" dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) istituito dal ministero delle Pari opportunità e in funzione da poco meno di un anno. Storie diverse tra loro, ma accomunate da un dubbio.
Un dubbio che "Gli altri noi" conosce bene, perché emerge continuamente nei messaggi dei lettori. Si manifesta in una serie di domande. Proviamo ad applicarle ai tre casi che abbiamo appena visto.
Nella vicenda di Josephine il quesito è: le compagne di classe che la tormentano, ce l’hanno col colore della sua pelle o col suo ritardo mentale? Se Josephine fosse in grado di comunicare in modo adeguato, incontrerebbe gli stessi problemi?
Quanto a Antonio, la domanda è: siamo proprio certi che la frase pronunciata dal supplente rientri nell’ambito del razzismo? O non è da considerare alla stessa stregua di qualunque improperio che, se gli studenti non l’avessero portato alla esasperazione, al supplente mai sarebbe sfuggito?
Per il caso di Saimir, il dubbio non è meno banale: e se il titolare del videonoleggio, anziché un razzista, non fosse altro che un commerciante scottato da troppe fregature? Siamo certi che non avrebbe fatto altrettanto se, anziché l’extracomunitario Saimir, gli si fosse presentato un sottoproletario italiano dall’aria inaffidabile?
Domande del tutto legittime. A quanto pare gli operatori dell’Unar - come tutte le persone di buonsenso impegnate sul fronte dell’immigrazione - se le pongono spesso. E’ difficile tracciare una linea di confine tra il razzismo in senso proprio e l’intolleranza. A volte, quando si esaminano i casi specifici, risulta impossibile tanto le due cose s’intrecciano e si confondono. Figuriamoci, dunque, se può esistere un criterio generale per distinguere i due ambiti.
Noi non abbiamo una risposta, non possiamo indicare un criterio generale. Ma abbia qualche domanda ulteriore: cambierebbe qualcosa se, nel caso di Josephine, scoprissimo che le compagne la vessano per il ritardo mentale? Nel caso di Antonio, se il supplente fosse un uomo fragile, e poco idoneo all’insegnamento, verso tutti gli studenti e non solo verso gli stranieri? E se il titolare dell’autonoleggio visitato da Saimir, anziché rifiutare l’iscrizione agli stranieri, la rifiutasse anche a tutti i giovani italiani al di sotto di un certo reddito?
A pensarci bene, cambierebbe molto poco. Forse il vero problema è un altro: la nostra educazione ci fa considerare intollerabile un sospetto di razzismo (da qua la formula "io non sono razzista, però...") e molto più accettabile un sospetto di intolleranza, inadeguatezza professionale, egoismo. Forse, dichiararsi "non razzisti, però..." è un modo per legittimare tutte le altre inadeguatezze e tutte le altre paure. |
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