

NICK:
D R A G O
SESSO:
m
ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
STATUS: single
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STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate. Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.
HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.
STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato. E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita. E grazi al cielo capita sempre qualcosa.
ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può. E allora mi faccio bastare il resto.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto. Quello che si adatta a tutte le situazioni.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
1)
2)
3)

MERAVIGLIE
1)
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Messaggio
di D R A G O da commentare:
Brandello N°10
La mattina seguente R. uscì di casa prestissimo, ma non perché avesse fretta di vedere Stella. Non quella mattina. Era troppo preoccupato per Mario e anche per il fatto di essere totalmente impotente di fronte al problema che l’amico doveva affrontare. Certo, gli sarebbe stato più vicino che mai, ma… non bastava. E non poteva fare di più, non ne aveva il potere. Questa consapevolezza abbatteva il suo morale e lo distoglieva persino dalla cotta per Stella. Sulla sua faccia, le occhiaia per la nottata trascorsa e l’espressione persa erano chiari segni del suo stato mentale, ma non si era preoccupato di nasconderli, essendo troppo scosso per accorgersene. Sarebbe anche rimasto rintanato in casa, quel giorno, ma l’eco dei suoi pensieri cupi rimbombava troppo nella sua stanza e non sopportava più il suo chiassoso soffitto. Per cui decise di andare a perdere la giornata in aula studio.
Attese al freddo che il ragazzo delle pulizie gli facesse cenno di aver finito ed entrò. Non fece neanche a tempo a sedersi che sentì un “Ciao” alle sue spalle. Stella aveva fatto presto, quella mattina. “Ciao…” “Ehi… che hai? Sei ancora assonnato? Hai la morte in faccia…” Record del mondo di interpretazioni di espressioni facciali. Con una sola occhiata Stella aveva colto alla perfezione ciò che R. sentiva. La morte in faccia. E non ce la fece più. Si sedette, anzi, si accasciò sulla sedia e scoppiò a piangere davanti a lei. Non poteva trattenersi, per quanto si vergognasse. Era più grande il dolore che provava per l’amico. E anche si sentiva stupido, quasi infido, per aver pensato, fino al giorno prima, di stare veramente male, di soffrire come mai nessun altro. Per che cosa stava male? Per una merdosa cottarella? E allora Mario? E allora Laura? E allora i genitori di Laura? Il dolore non si poteva davvero misurare? Oppure adesso che il suo migliore amico si trovava nella merda sul serio doveva ammettere che esistono dolori oggettivamente più grandi di altri? Doveva ammetterlo, di essere ancora solo un poppante. E di non saper far nulla per il suo amico. E allora pianse. Perché cosa fanno i poppanti per esternare le loro frustrazioni? Piangono.
Erano ancora soli nell’aula studio e Stella era rimasta shockata dalla reazione di R. Si sedette vicino a lui e gli posò una mano sulla spalla chinando il volto in modo da guardarlo negli occhi. “Ehi… che è successo? Mi fai preoccupare…” “E’ successo che sono un coglione. Un poppante. Mario, il mio amico… ma lascia stare… scusa… è che sono preoccupato per lui e non so che fare…” “Posso chiederti che è successo? Sta male?” “No… no. Lui non si è fatto niente, lui… è lei… quella che è finita sotto la sua macchina, che potrebbe restare paralizzata… ma non è colpa sua! Lo ha detto anche lei… Mario non c’entra! Però… però…” R. singhiozzava e Stella era sconvolta. Non aveva mai visto un suo amico in quello stato ed R. era probabilmente l’ultima persona che mai si sarebbe aspettata di veder scoppiare in lacrime così. R… col suo sorriso sempre raggiante, con la battuta pronta e la capacità di sdrammatizzare qualunque situazione senza mai offendere nessuno… quella volta si era arreso ed era scoppiato. D’istinto Stella lo abbracciò e per un attimo lo sentì irrigidirsi. Poi si abbandonò e appoggiò la testa sulla spalla di lei. “Dai, tranquillo…” E mentre lui si vergognava da morire per l’immagine che stava dando di sé, lei si accorse di stimarlo ancora di più. Si accorse che ammirava la sua sensibilità, la sua capacità di stare male non per sé stesso, ma per qualcun altro. E in quel momento il suo pudore, la sua timidezza che sempre le impediva di manifestare quanto apprezzava certe cose nelle persone, che le impediva di dire qualcosa di bello a chicchessia, venne meno.
Gli disse quanto lo invidiasse, quanto lo ammirasse, quanto lo considerasse una persona stupenda. E il mondo cominciò a girare in tondo attorno a lui. R. non capiva più niente. Le lacrime cessarono, anche se dentro si sentiva ancora dilaniato. Ma ora si era aggiunto il problema di Stella. Il problema del suo amore inconfessato, da lei stimolato con quella… cos’era stata? Una dichiarazione? Cosa voleva dire con tutti quei complimenti? Nulla, probabilmente. Forse era solo compatimento. O forse affetto. Quasi certamente amicizia. E basta.
Ma era difficile capirlo. Impossibile, in quel momento. Ed R. era troppo fragile per riuscire a tenersi dentro il suo dubbio, per analizzarlo. E cedette di nuovo. “Devi stare attenta a dire certe cose… un po’ perché in buona parte non le condivido… ma soprattutto perché… io ti amo.”
Due secondi di silenzio.
Solo due. Ma anche ben due. Lunghi come ere geologiche. E dopo… ancora silenzio, ma R. si era alzato, aveva messo lo zaino in spalla ed era andato via. Stella invece era rimasta ferma, inebetita. Pietrificata. Doveva essere il giorno de colpi di scena, quello. “Io ti amo.” Questa era veramente bella. Una batosta, un fulmine a ciel sereno. E adesso? E adesso ecco che lei sfornava ancora la sua teoria del “quid”: R. era una persona stupenda e tutto il resto… ma il famoso “quid”, qualunque cosa fosse, lui non lo aveva. E questo faceva una bella differenza. E creava anche un problema. E Stella era stanca di avere problemi. Esausta.
-Bravo. Complimentoni davvero! Il tuo migliore amico è a casa che annaspa nella merda e tu che fai? Te ne vai in giro a fare le tue stronzate, ecco che fai. A dire ti amo. A fare l’adolescente del cazzo. E a restare un poppante.- R. era furioso con sé stesso. E ancora più incazzato lo divenne quando i pensieri ostili e autodenigranti furono interrotti dall’infantile emozione per essersi dichiarato e dalla curiosità un po’ timorosa di sapere cosa sarebbe successo da quel momento. In un attimo tornò però a concentrarsi su sé stesso e a denigrarsi mentre camminava veloce a testa bassa, senza una meta.
Camminò per più di un’ora, arrivando in periferia e superando anche gli ultimi palazzi abitati. In quella zona c’erano solo villette, occupate da famiglie benestanti oppure usate come luoghi di villeggiatura da turisti facoltosi. R. imboccò una stradina mal asfaltata e piena di buche. Più avanti la carreggiata si stringeva fino a concludersi bruscamente in uno sterrato che si affacciava su un torrentello. Ogni tanto lui e Mario erano andati lì a scolarsi qualche birra o a fare qualche personalissima indianata di fiume con un po’ di amici, non avendo una spiaggia a disposizione, nei paraggi. R. non sapeva perché era andato fin lì. E non se lo chiese neanche. Probabilmente era semplicemente il primo posto davvero isolato che gli era venuto in mente. E lui aveva bisogno di sparire dal mondo, nel quale il posto che occupava sentiva di non meritarlo. Si avvicinò al torrentello e andò a sedersi su una grossa roccia che sporgeva dal terreno. Su quel masso gli era capitato di pomiciare con una tipa davvero bella, in una delle loro indianate di fiume. La tipa era completamente ubriaca e lo aveva scambiato per un altro. Lui aveva anche cercato di spiegarle che si sbagliava e fermarla, ma essendo sbronzo anche lui, alla fine cedette. A quel ricordo sorrise, pensando a come la sua stupidità, che Stella aveva però elogiato, anche quella volta stava per costargli la perdita di una spassosissima pomiciata con una ragazza davvero bella. Raccolse alcuni sassolini e li scagliò in acqua, creando inspiegabilmente il vuoto nella sua mente. Poi si accasciò sulla roccia e fissò un punto indistinto nel cielo. Forse lo stesso punto che Mario stava fissando la mattina precedente, seduto in mezzo alla strada, poco dopo aver investito Laura. Le nuvole coprivano il sole e il freddo si faceva sentire. R. rabbrividì per una folata di vento gelida a cui non era preparato, ma rimase lì disteso a lungo, finché una goccia gli cadde nel mezzo della fronte, seguita presto da molte altre. Iniziò a cadere una pioggia insistente e lui sorrise. “Grazie… ci sei sempre, quando ho bisogno di te. Allora posso piangere un po’ pure io?” E pianse. Col sorriso e con la pioggia addosso. Ma nonostante il sorriso, se Stella avesse potuto guardarlo negli occhi in quel momento, ancora gli avrebbe detto che sembrava avesse la morte in faccia. La pioggia invece non poteva dirgli niente. La pioggia non poteva parlare. La pioggia cadeva e basta. Cadeva e capiva. Vociando in sottofondo, sempre con discrezione. La pioggia mi conosce bene, pensava R. Ma la verità è che lui era disposto a conoscere meglio sé stesso, sotto la pioggia. |
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