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di ecce_ da commentare:
«Reclutare medici e fondi, Emergency sbarca negli Usa»
Fa uno strano effetto, come di un mondo rovesciato. Emergency sbarca in America, dove negli ultimi mesi sono nati una decina di gruppi di volontari e già sono sulla carta accordi con l’università di Harvard, per iniziative comuni. «Non siamo lì per costruire ospedali, anche se con 57 milioni di americani senza assistenza sanitaria ce ne sarebbe anche la necessità. Siamo lì perché abbiamo bisogno di sostegno», dice Teresa Sarti, moglie e prima collaboratrice di Gino Strada, con il quale è appena rientrata da un giro di conferenze negli Stati Uniti.
Come è nata l’idea di varcare l’Oceano? «Un po’ per caso. Gino è stato invitato ad un ciclo di lezioni presso l’università di Colorado Spring. È cominciata così. Tra l’aprile e il maggio dello scorso anno ha fatto una sessantina di conferenze, presso atenei, chiese, circoli culturali. Abbiamo fondato una ong americana».
Che tipo di riscontro avete avuto? «C’è molta attenzione da parte delle università per i risultati che Emergency ha ottenuto in questi anni: un milione e mezzo di persone curate in situazioni di guerra o post guerra con progetti sanitari di alto livello. C’è un grande interesse per l’esperienza clinica della chirurgia di guerra. Con l’Università di Harvard abbiamo già firmato un protocollo che prevede l’invio di personale già preparato per lavorare sui nostri progetti. E altri accordi sono in fase di stesura, in particolare con la George Washington University, oltre che con altri atenei».
Che cosa vi aspettate dall’espansione negli Usa? «I nostri obiettivi sono tre: creare gruppi di volontari, reclutare personale medico e paramedico di cui abbiamo grande bisogno - in particolare pediatri e ginecologhe - riuscire ad allargare la raccolta fondi a un bacino ad alto potenziale come quello degli Stati Uniti. Ma nelle nostre intenzioni Emergency Usa dovrà camminare con le proprie gambe, diventare autonoma, anche come progetti».
Insomma esportate un modello... «Abbiamo trovato molta attenzione da parte del pubblico, fossero universitari o metalmeccanici della Pennsylvania, dai quali per altro ci è arrivato un assegno di 8600 dollari. Quello che colpisce del nostro approccio è che i progetti sono a lungo periodo e che noi formiamo personale locale d’alto livello - adesso abbiamo 200 tra medici e infermieri reclutati sul posto. Devo dire che negli Stati Uniti colpisce anche il fatto che si tratta di sanità di alta qualità e gratuita. Stiamo costruendo, ad esempio, un centro di cardiochirurgia in Sudan che servirà anche 9 paesi vicini. Gino Strada fa sempre una battuta a questo proposito: dice che finirà che organizzeremo i viaggi della speranza di poveri americani verso l’Africa».
Emergency ha sempre fatto un’attività di denuncia della guerra e spesso l’obiettivo sono stati gli Stati Uniti. Cambia qualcosa per Emergency Usa? «Assolutamente no. Continueremo a far conoscere la guerra attraverso le sue vittime, a far capire che non esistono guerre umanitarie o “chirurgiche”. Nel nostro tour americano abbiamo avuto modo di constatare che persino tra gli universitari si ignora l’uso delle mine anti-uomo da parte dell’esercito Usa e si ignorano le conseguenze di questi ordigni. Dei guasti della guerra gli americani sembrano conoscere pochissimo».
Perché andare tanto lontano per reclutare personale specializzato? «Perché in Italia non è facile. Le amministrazioni degli ospedali non concedono tanto facilmente l’aspettativa al personale. Ci vorrebbe una voce nel contratto nazionale che la preveda per attività di volontariato con organizzazioni non governative. Oggi è dovuta solo per partecipare a iniziative della Cooperazione italiana». |
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