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Requiem per la cultura: lo sciopero in musica delle orchestre
di Stefano Miliani

Volete un’idea delle conseguenze che avranno i tagli allo spettacolo decisi dal governo? Sulle circa 200 mila persone che lavorano nel settore, resteranno a spasso 60 mila. Il 30%. Una cifra pazzesca. Lo stima Silvano Conti, segretario nazionale dello spettacolo della Cgil. E se la notizia vi fa arrabbiare, sappiate anche che chi lavora in questo campo, musica, teatro, cinema, circhi, tecnico o artista che sia, non ha ammortizzatori sociali, non ha cassa integrazione, non ha nulla a cui aggrapparsi. Anche per questo nel giorno dello sciopero nazionale contro la Finanziaria, venerdì 25 novembre, i lavoratori del settore scioperano e contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo (il Fus) otto ore invece di quattro ore come gli altri. Niente teatri, concerti, balletti, cinema, e nei principali teatri musicali, dal Maggio fiorentino alla Fenice di Venezia, dalla romana Santa Cecilia insieme a quelli della Scala al San Carlo napoletano, i cori e le orchestre suonano in simultanea in concerti aperti e gratuiti le Messe da Requiem di Mozart, Verdi e Brahms come simbolico “de profundis” della cultura (clicca per leggere tutti gli appuntamenti). Lo sciopero è unitario: lo hanno proclamato la Slc-Cgil, la Fistel-Cisl, la Uilcom-Uil e la Fials-Cisals.

Ricapitoliamo. La base di partenza è il Fus del 2005 che è di 464 milioni. Per il 2006 sarà di 385, cioè 79 in meno dopo che le proteste hanno fatto risalire lo stanziamento da 300 a 385 milioni. Ma le proteste non hanno salvato il fondo per il 2007 e per il 2008, quando piomberà a 300 milioni. Nella precedente legislatura, prima del governo Berlusconi per capirsi, il Fus era arrivato a 520 milioni di euro. Se il finanziamento fosse stato adeguato in coerenza con la legge che lo istituì nel 1985 ora sarebbe di 800 milioni di euro. Ma da quando c’è il centro destra al governo, ogni anno è stata una sforbiciata pesantissima. I numeri parlano chiaro. Ma andrà perfino peggio. Perché lo Stato copre il 45% delle spese dello spettacolo, la Finanziaria taglia duramente i bilanci di Regioni, Province e Comuni i quali, messi insieme, coprono ben il 55%. Un qualcosa come oltre 600 milioni di euro, stima sempre la Cgil. Che si ridurranno molto, ci vuole poco a prevederlo. Quanto? Del 20% stima ancora Conti. Forse, probabilmente, di più.

«Il settore è economicamente in stato comatoso. Con i tagli chiuderanno migliaia di aziende e decine di migliaia di lavoratori andranno a casa. Ricordo che non hanno la disoccupazione né ammortizzatori sociali» – insiste Conti – «Il reintegro parziale dei tagli serve a poco, lo vogliamo completo e riportare il Fus alla somma del 2005. È possibile farlo, basta ricorrere ai 500 milioni di euro che la Presidenza del consiglio dei ministri ha a disposizione. Contiamo molto su questo sciopero. Anche per il rapporto con il pubblico».

Oltre allo sciopero c’è anche una proposta. La presenteranno il 29 novembre Cgil, Cisl, Uil, l’Agis, l’Anica e associazioni professionali con un documento di base che verrà presentato a tutte le forze politiche, alle Regioni, alle Province e ai Comuni. Quali sono i cardini del documento lo spiega ancora Conti: «Prima di tutto la cultura è come il welfare, va sottratta alle leggi di bilancio, alle Finanziarie e alle manovre correttive. Quindi il Fus va rivalutato e agganciato a parametri certi. Ricordiamo che rispetto all’85 oggi dovrebbe essere 800 milioni di euro, che in Italia l’investimento in cultura è lo 0,16% del Pil, in altri Paesi europei arriva all’1. Non si capisce che la cultura è anche investimento”. Proposte? “Prima di tutto bisogna prevedere reti di sostegno sociali per chi rimane senza lavoro; altro esempio, dovrà essere defiscalizzato, cioè non tassato, l’intero contributo di un privato alle fondazioni lirico-sinfoniche perché questo impegno diventi appetibile. Nei teatri musicali italiani lavorano circa 7.000 persone».

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