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Messaggio di ecce_ da commentare:
Svolgere la professione di sociologo in Italia non è certo semplice.

C’è lo sbocco accademico, che, ovviamente, è per sua natura alquanto ristretto, e c’è lo sbocco nella libera professione, strada molto spesso costellata di difficoltà che non possono essere minimizzate. Una di queste è la mancanza di un Ordine nazionale, che complica non poco la vita ai sociologi di casa nostra. .

La categoria non si sente affatto apprezzata, né, tanto meno, tutelata. Per il professor Roberto Cipriani, ordinario di Sociologia presso l’Università di Roma Tre, nonché presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia (Ais), «il problema è che la nostra è una professione non istituzionalizzata e nella normativa vigente non ha molto spazio, tutt’altro.

La disciplina in Italia è relativamente nuova o, meglio, soffre di alcuni ritardi storici che ancora non è riuscita a colmare. Infatti, nonostante sia giunta in Italia a fine Ottocento, la sociologia è di fatto sparita dal Paese durante tutta la parentesi fascista, cancellata dalle durissime direttive del regime (pensiamo soltanto ad un grande padre della nostra professione come Vilfredo Pareto, costretto a riparare a Ginevra), ed è entrata il crisi anche durante il ’68».

Dopo la parentesi del Ventennio, la disciplina ha fatto il suo rientro in Italia, ma la ripresa non è certo stata facile.

«Un po’ per volta - afferma Cipriani - abbiamo riconquistato l’interesse del Paese, soprattutto grazie al fascino, anche mediatico, di professionisti del calibro di Franco Ferrarotti, di cui mi onoro d’essere allievo. Ma la strada è ancora in salita».

Problema non da poco che è giusto porsi è quello degli sbocchi professionali di chi decide di laurearsi in sociologia.

«Ad un giovane - continua Cipriani consiglierei certo di iscriversi da noi, per carità, ma solo a determinate condizioni: una particolare sensibilità per il sociale, per captare i mutamenti, e poi che abbia ben presente che non esiste un profilo davvero definito della professione, per cui dopo la laurea si può finire a lavorare in una azienda come in una scuola, al Comune come in un ospedale» .

Al pari di tanti altri campi, oggi anche in quello sociologico la vera carta vincente è la progettualità, la capacità di inventarsi un profilo professionale ad hoc, magari nei servizi o nella ricerca. Tante sono le iniziative private che vanno in questa direzione, con studi e uffici vari creati da giovani desiderosi di emergere.

«In linea teorica - prosegue l’0rdinario di Sociologia presso l’Università di Roma Tre, nonché presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia (Ais)- dovremmo avere grandi sbocchi, almeno nel sociale, ma in realtà non è , affatto così. In un Paese come gli Stati Uniti, la sociologia ha largo campo e certo gli operatori del settore non faticano a lavorare, ma da noi in Italia gli spazi sono ristretti e la concorrenza alta (pensiamo solo alla diffusione delle psicologia sociale, ad esempio).

Per quanto riguarda l’istituzione di un preciso Ordine, Cipriani evidenzia ’ come in effetti non vi sia in merito un grande accordo fra gli stessi sociologi italiani: «Già la normativa europea, per quanto più volte bypassata, come nel i caso dell’istituzione dell’Ordine degli ’ psicologi, è assai restrittiva.

In aggiunta, la nostra categoria sull’ esigenza di avere un Ordine non è che sia i tanto coesa. Tempo fa siamo stati ad un ; passo dal riuscirci, ma poi tutto è sfumato per poco». C.L.R.

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