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Messaggio di ecce_ da commentare:
Milano pronta alla sfida nell’anno zero del dopo-Muti
di Natalia Aspesi

Sul palcoscenico della Scala l’antipatico Nettuno scatena l’ira di un orribile e meduseo mostro portatore di fragorose tempeste, e lascia sulla sabbia bianca del nuovo "Idomeneo" reperti misteriosi, stracci e carte che un vento mozartiano fa volare; e per questa inaugurazione, attesa e amplificata come non accadeva da anni, ci si chiede quali detriti, di risentimento e nostalgia, di sollievo e speranza, ha lasciato sulla città il tifone di chiacchiere e scontri e rivalse e odii che per mesi hanno avvilito e paralizzato il suo teatro, uno dei pochi simboli di eccellenza e di grazia del suo grande passato culturale e storico che le siano rimasti.

Si sa che Milano ha molto amato il maestro Riccardo Muti, che ha dominato per due decenni il Piermarini con il suo magico talento superbo e scontroso: c’è una società milanese e non solo, di appassionati musicali e mondani, che ne è stata orgogliosa, che ha subito la sua perdita come un oltraggio, che ne porta il lutto e aspetta al varco la nuova stagione, il nuovo sovrintendente, i nuovi direttori d’orchestra che da stasera si alterneranno sul podio, per fare confronti, per ricordare, per sentirsi feriti dalla grande assenza e manifestare il proprio dissenso per quel vuoto ritenuto incolmabile.

C’è chi ha dimostrato il suo sdegno o il suo dispiacere ritirandosi dalla Fondazione Scala, ci sono critici musicali che hanno disertato la prova generale, di solito un evento irrinunciabile, con la scusa che al San Carlo di Napoli davano un "Fidelio" anche lì con giovane direttore d’orchestra (la nuova alta moda della lirica), per di più moravo (Tomas Netopil), regia, scene e costumi innovativi (Toni Servillo e Mimmo Paladino); si sa che gli Amici del Loggione hanno già organizzato il viaggio a Vienna, per godere le "Le nozze di Figaro" che Riccardo Muti dirigerà il 10 dicembre.

E c’è chi teme che questa sera parte degli spettatori su quel podio considerato ormai strettamente mutiano, vedrà non un giovane direttore d’orchestra per la prima volta chiamato alla Scala e addirittura a inaugurarne la stagione, ma un intruso, un usurpatore, oppure un ripiego, per sostituire l’insostituibile Muti, uno straniero per di più lanciato, anni fa, proprio da un altro grande esule scaligero, il maestro Claudio Abbado.

Ma in questo senso, il nuovo sovrintendente Stéphane Lissner, affabilmente deciso, entusiasticamente intransigente, ha avuto uno dei suoi colpi di genio marinettiani: chiamando Daniel Harding a dirigere il Mozart d’apertura quando avrebbe dovuto essere, come progettato da tempo, lo stesso Muti a dirigere un altro Mozart, ha praticamente azzerato la possibilità di confronti. Non solo perché Muti, come dicono gli esperti, è uno dei cinque più grandi direttori d’orchestra al mondo, ma anche perché il ragazzo inglese ha 35 anni in meno: quindi meno esperienza, meno celebrità, meno fan, meno carisma e potere, ma anche un modo di pensare e affrontare la musica con il cuore e lo slancio da (quasi) trentenne di oggi.

Del resto il musicista austriaco aveva 24 anni quando compose l’"Idomeneo": opera il cui successo gli aveva montato la testa al punto da meritarsi un calcio nel sedere da parte del conte Arco incaricato all’uopo dal vescovo di Salisburgo di cui Mozart era un modesto dipendente. Certo Riccardo Muti ha gloriosamente aperto ogni anno, per diciannove anni consecutivi, la stagione scaligera: e a parte la sua drammatica uscita di scena dopo mesi di amari scontri con l’ex-sovrintendente Fontana e l’orchestra, gli scioperi, i dispetti del sindaco e gli interventi pacificatori dell’allora prefetto Ferrante, forse qualcosa si era davvero mummificato in un rito meraviglioso, supremo, ma senza contraddittorio, rischio, innovazione. Senza curiosità, senza ansia, senza, anche, errori talvolta necessari.

La Scala si era chiusa in una perfezione soffocante incrinata da furori e depressione, la Scala, mito internazionale supremo, assomigliava sempre più alla sempre più isolata Milano, una Milano arrabbiata e immobile, stanca e senza un progetto per il futuro. La Scala aveva davvero bisogno di discontinuità, di novità, di cambiamento, ed è peccato che tutto questo sia stato pagato con la perdita di Muti.

Ma quando alla prova generale, e si spera stasera per l’inaugurazione, l’"Idomeneo", l’orchestra, il coro, i cantanti, il direttore d’orchestra e quello del coro, il regista Luc Bondy e i suoi collaboratori, sono stati accolti da un infiammato, quasi stupito applauso liberatore, si è capito che la Scala è pronta ad affrontare una stagione nuova, vitale, della sua lunga storia. Il primo segnale che anche Milano e i milanesi vogliono cambiare, uscire dal grigiore stagnante di questi anni, dalla palude di inettitudine e indifferenza che da anni opprimono la città e umiliano i suoi cittadini.

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