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NICK: D R A G O
SESSO: m
ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
STATUS: single

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STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate.
Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.


HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.


STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato.
E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita.
E grazi al cielo capita sempre qualcosa.


ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può.
E allora mi faccio bastare il resto.


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!


OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto.
Quello che si adatta a tutte le situazioni.


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)

 


MERAVIGLIE

1)


Messaggio di D R A G O da commentare:
Brandello N°13


“Ma stai scherzando? Vi ha stesi tutti e sei? Quanto eravate bevuti? Ah ecco… che sfigati comunque. Senti, se dalla foto che gli ha fatto Antonio col cellulare si vede la faccia del tipo, poi me la vedo io. Ci sentiamo. Sì… ciao.”
Fra mise giù la cornetta. Non immaginava certo che quei mezzi criminali (mezzi solo perché non erano ancora riusciti a compiere nessun crimine specifico; ma nelle intenzioni, criminali di fatto) dei suoi amici la sera prima stessero per molestare Stella e la sua amica; e neanche immaginava che a salvarle fosse stato R. e ora lui si era impegnato con l’amico a fargliela pagare pestandolo a sangue.
Era sempre stato bravo, a pestare la gente. Forse per via dei suoi riflessi incredibilmente fulminei, forse perché non aveva mai avuto remore nel colpire qualcuno in punti critici come il volto o la bocca dello stomaco.
Del resto era cresciuto in una zona in cui, tra ragazzi, o si era bulli o vittime. E lui nel ruolo della vittima non ci era mai stato dentro.

Nel suo “Piccolo Bronx” (così molti chiamavano quel quartiere) era rispettato da tutti e in breve tempo aveva messo su un gruppetto i fedelissimi che si definivano suoi amici. Lui li avrebbe meglio definiti “leccaculo”, ma tutto sommato con loro non si sentiva mai solo e questo gli faceva comodo. Gli faceva dimenticare di sentirsi una persona triste e non realizzata.
Ognuno ha i suoi fantasmi e Fra i suoi li combatteva letteralmente a pugni. A pugni sulla faccia di chi solo e triste come lui non lo era affatto.
Nel Piccolo Bronx nessuno veniva mai ucciso, nessuna pistola sparava, non c’erano giri di droga (non più che nl resto della città, almeno), ma più di qualche sera alla settimana i “frocetti”, le persone meno violente, coloro che in quel quartiere ci si trovavano per pura fatalità e per questo il Fato era loro avverso, rischiavano di tornare a casa un po’ tumefatti; magari perché accusati di aver urtato qualcuno più grosso di loro per sbaglio, oppure di averlo osservato con eccessiva insistenza, o magari ancora per aver respirato troppo rumorosamente. Il più delle volte erano ovviamente accuse ingiuste. Ma la giustizia, nel Piccolo Bronx, era un concetto assai “flessibile”.
Per Fra le risse erano un’attività quasi quotidiana e lui le considerava ormai un hobby. Anzi, uno stile di vita. L’unico che gli garantisse la gratificazione di sentirsi al centro dell’attenzione e rispettato da tutti. Che poi quel “rispetto” fosse dettato dalla paura e dall’occorrenza, era un pensiero che lui non aveva mai formulato. O che si era impedito di formulare, più probabilmente.

Poi un giorno aveva visto Stella. Era entrata assieme ad un’amica nella videoteca dove Fra lavorava.
-Cazzo che fica. Me la farei volentieri.-
Un pensiero stereotipato che sparì dalla sua mente pochi istanti dopo, quando in qualche modo attaccò bottone con le ragazze e vide come lei sorrideva, come era facile restare incantati a guardare i suoi occhi.
Per la prima volta nella sua vita desiderò conoscere sul serio una persona, cercare di piacerle, di riuscire a mettersi a nudo con lei. Quel che di contorto e malato ci fu, in questo sentimento nato dal nulla, fu il pensiero di chi era cresciuto facendo della prepotenza, dell’egoismo e dell’individualità il suo stile di vita: lei sarebbe stata sua, in un modo o nell’altro. A costo di calpestare tutto e tutti. A costo di calpestare lei stessa.

Il primo di Febbraio. Come ogni mattina Stella guardò il calendario nella speranza che sarebbe stata una data da ricordare. Ultimamente di date che avrebbe ricordato a lungo ce n’erano state fin troppe. E tutte le avrebbe volentieri rimosse. Ma era il primo di Febbraio, quel giorno; e magari col nuovo mese sarebbe iniziato un periodo diverso. Addirittura buono, magari. Nonostante le tragiche premesse. E poi Febbraio era sempre stato un buon mese per lei. Sempre pieno di date importanti, di ricorrenze allegre e di eventi piacevoli. Almeno fino all’anno prima. Il presente pareva purtroppo assai meno roseo. In virtù proprio delle ricorrenze ormai prossime. Troppe occasioni per riflettere sulla sua vita in un momento in cui faceva fin troppa fatica a cercare di non farlo. In effetti le era impossibile riuscire ad essere ottimista in quel Febbraio lì.
Le cose però, molto di rado vanno come ci si aspetterebbe. Nel bene o nel male.
C’era poco da prevedere e molto da vivere, come sempre.

Il primo di Febbraio. Dopo interi giorni (settimane?) senza pensarci neanche, a guardare il calendario, lasciando scorrere il tempo sempre tutto uguale, R. scoprì che Gennaio era già volato, giusto la sera prima, senza che lui o Mario se ne accorgessero.
L’ultimo giorno di ogni mese, erano sempre andati a bere qualcosa insieme, per salutare il mese uscente che non si sarebbe più fatto vivo prima di un anno. Una scusa come un’altra per passare una serata insieme e sentirsi felicemente complici.
Ma Mario non c’era più, R. non guardava da troppo tempo il calendario e Gennaio era finito. Che non fosse finito solo il mese?
In quel momento squillò il telefono.
“Pronto…”
“Oh, è finito Gennaio.” Era Mario.
“Già, cazzo. Ho appena visto il calendario.”
“Senti… recuperiamo?”
“Facciamolo.”
“Ne hai una in frigo?”
“E certo. Aspè che la prendo… ok, al mio tre?”
“Al tuo tre.”
“E allora tre!”
PFFF!
Due lattine di birra che si aprivano contemporaneamente a chilometri di distanza. Fecero un brindisi battendole contro la cornetta e poi giù, tutta d’un fiato. Con ruttino di gradimento.
E il resto fu tutto un “come stai; mi manchi; tieni duro; anche tu; ce la faremo; cazzo sì; minkia sì.”
Poi misero entrambi giù il telefono.
Era finito solo Gennaio. Un mese come un altro. Tutto il resto era al suo posto.

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COMMENTI:


Autore: blondy
( venerdì 16 dicembre 2005, ore 00:30
)

si ma se la frase in questione nn la scrivo..


C’era poco da prevedere e molto da vivere.....

ecco fatto.




Autore: blondy
( venerdì 16 dicembre 2005, ore 00:26
)

cazzo talmente scontata che è difficile pensarla questa frase...
e così bella..




Autore: D R A G O
( giovedì 15 dicembre 2005, ore 10:23
)

Credevo ti piacesse l’epilogo iniziale...




Autore: Allanoon
( mercoledì 14 dicembre 2005, ore 15:00
)

di questo brandello adoro l’epilogo finale....aspetto i prossimi...




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