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Il sogno di Térèse Samba: morire nella sua terra

Il “viaggio della speranza” di Terésè Samba, 54 anni, era cominciato lo scorso 19 agosto con un volo dall’Africa agli Stati Uniti e sta per finire - secondo i medici è questione di giorni- in un ospedale italiano, quello di Saronno, in Lombardia. Terésè ha metastasi in ogni parte del corpo. Era partita verso l’Occidente sperando di trovare una cura, di guarire, e le hanno detto che non c’era niente da fare.

Ma queste, purtroppo, sono cose che capitano. Esistono le malattie inguaribili. Il problema di Terésè ormai da molti mesi è un altro. Non è più “dove guarire” ma “dove morire”. Avrebbe voluto farlo nella sua terra, il Camerun, ma -salvo miracoli-non potrà.

E dire che lunedì mattina era tutto pronto: un aereo, un’infermiera volontaria pronta a viaggiare con lei per assisterla durante il volo, persino la scorta della polizia dall’ospedale all’aeroporto. Ma, quando mancavano poche ore alla partenza, Terésè s’è aggravata all’improvviso e i medici hanno detto che c’era il rischio che morisse lungo la strada per Malpensa. Così tutto il programma è saltato e Terésè Samba è rimasta a Saronno. Anche queste, è vero, sono cose che capitano.

In effetti, considerate una alla volta, le disgrazie di Terésè Samba e dei suoi familiari sono ordinarie disgrazie. E’ stato il tempo, il suo inesorabile trascorrere, non solo a renderle speciali ma, in parte, a determinarle. Il fatto è che la malattia non conosce le lungaggini della burocrazia, ignora la geografia politica, non sa che farsene dei confini tra gli Stati.

Aveva cominciato a star male all’inizio dell’estate e i medici del suo paese le avevano diagnosticato un’artrosi. Non ci aveva creduto e aveva deciso di andare in qualche Stato dell’Occidente per sottoporsi a una visita più accurata. Quando un occidentale benestante si trova in questa situazione, sceglie il miglior ospedale, quando il malato grave è un africano, deve scegliere il primo paese disposto a concedere il visto. Nel caso di Terésè, gli Stati Uniti, Minneapolis. Poteva anche andare peggio: là vive uno dei suoi cinque figli, dunque avrebbe avuto il sostegno di qualcuno.

La diagnosi infausta era arrivata in meno di un mese: nessuna speranza, meglio farla tornare a casa, inutile spendere del denaro per niente. Così il 21 settembre Terésè, aveva preso un aereo per la Francia da dove avrebbe poi dovuto raggiungere il Camerun. Ai parenti era stato assicurato che sarebbe stata scortata da un accompagnatore. E’ una parentesi grottesca in questa tragedia. Dopo l’atterraggio a Parigi l’accompagnatore scomparve, tanto che ora si dubita che veramente esistesse, e Terésè si ritrovò sola nella stanza di un albergo, ospite della compagnia aerea, ad attendere un altro volo per l’Africa. Ma la notte si sentì male, fu ricoverata in un ospedale dove nessuno sapeva nulla di lei. Come se l’avessero trovata per strada. Dopo 48 ore le sue compagne di stanza riuscirono a farle dire il nome e il telefono dei parenti più vicini. Stavano in Italia, li chiamarono.

Giorgio Santi, il cognato, racconta il seguito della storia alle 9 di stamani dalla stanza dell’ospedale di Saronno dove, dice, “aspetta”. La partenza in macchina da Caronno Pertusella, il comune della Lombardia dove vive con Tchui, la sorella di Terésè, l’arrivo a Parigi. La decisione “consapevole”, sottolinea, di non attendere il visto e di portare in Italia la donna clandestinamente. Il ricovero all’Istituto europeo di oncologia, 1500 euro all’accettazione, poi, dopo una settimana di cure, la conferma definitiva che la diagnosi americana era giusta e un conto di circa 15.000 euro. Quindi un primo tentativo di riportare Terésè in Camerun che salta perché non si trova il medico che avrebbe dovuto autorizzare il trasferimento. Il ricovero, con l’aiuto della Regione Lombardia, all’ospedale di Saronno.

“Ho un elenco di nomi lungo come un vocabolario”, dice Santi. Sono quelli delle fondazioni, delle associazioni caritatevoli, degli enti pubblici e privati, delle radio, delle televisioni, dei giornali, delle compagnie di assicurazione e delle agenzie di viaggio, di tutti coloro ai quali si è rivolto in questi due mesi. Alla fine, grazie alle conoscenze di un’infermiera, al sostegno del comune di Saronno, all’impegno di un capitano dei carabinieri e alla disponibilità delle linee aeree marocchine (che hanno offerto uno sconto consistente rispetto ai 50-60.000 euro chiesti da altre compagnie per il trasporto di Terésè e dei suoi indispensabili accompagnatori) si era riusciti a organizzare il rientro. Fino a lunedì sembrava fatta. Ma era troppo tardi.

Terése Samba è intrasportabile. I suoi familiari hanno esaurito le loro risorse. Temono che molto presto si porrà il problema del trasporto del cadavere. Chiedono aiuto per consentire a Terésè di avere almeno la tomba nella sua terra. Chi può e vuole si faccia avanti.

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