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ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
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MERAVIGLIE

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Messaggio di sally da commentare:




Vacche e vitelli brucanti su verdi pascoli, galline razzolanti, maiali alla ricerca di ghiande, tutto ciò corrisponde alle loro esigenze naturali ma ormai nulla è più lontano dalla realtà per il 99% degli animali “da reddito”, rinchiusi negli allevamenti intensivi. Fino agli anni 60, la carne in Europa era molto costosa: ai prezzi correnti una gallina sarebbe costata 50.000 lire. Ciò dipendeva dal fatto che il rapporto fra zootecnia e agricoltura era diretto. Tot cereali o foraggi coltivati in azienda, tot animali allevati. Ad un certo punto avviene il cambiamento, si impone in Europa il modello Usa: gli europei imparano che non serve essere agricoltori e avere terreni per allevare: basta un capannone. Nasce la produzione zootecnica industriale, interi settori della zootecnia tradizionale scompaiono, si riduce sempre più l’area dei pascoli e delle foraggere, aumenta il numero dei capi per azienda.

Condizioni di allevamento
È opinione diffusa che gli animali zootecnici siano abituati alle condizioni di vita degli allevamenti intensivi, non avendone mai conosciute altre. È stato invece accertato che i bisogni e i comportamenti degli animali allevati dalla “moderna” zootecnia sono quasi gli stessi dei loro antenati selvatici. Le caratteristiche fondamentali, non cambiano certo in pochi decenni di allevamento intensivo. Nell’ultimo decennio del secolo, il mondo delle leggi sulla zootecnia è cambiato grazie a efficaci lotte animaliste e a una crescente sensibilità collettiva. Ma tuttora, le leggi europee e italiane per la protezione degli animali da reddito tutelano più i profitti del settore zootecnico e la garanzia di bassissimi prezzi. Nessuna direttiva europea né legge italiana prevede ad esempio il diritto a un sia pur minimo spazio esterno. Negli allevamenti intensivi gli animali trascorrono la loro breve vita in spazi ristretti, sovraffollati, con luce artificiale dove non è possibile per loro esplicare comportamenti naturali. Tutto ciò è causa di gravi sofferenze, stress, sterotipie che sfociano in vere e proprie patologie fisiche.

Farmaci
Per prevenire o curare tali malattie legate ai metodi innaturali di allevamento, agli animali sono somministrati farmaci di sintesi in quantità. Grandi protagonisti della zootecnia intensiva sono gli antibiotici: in Europa gli animali di allevamento ne consumano 5 mila tonnellate, di cui 1500 per favorire, artificialmente, la crescita di polli, suini, tacchini e vitelli. Gli antibiotici sono dati a tutti gli animali, sia sani che malati. basta qualche pollo malaticcio a giustificare una dose somministrata a 100.000 o 200.000 animali. E l’ombrello protettivo di farmaci e antibiotici, somministrati con il mangime, viene continuamente intensificato per via della selezione di microrganismi resistenti con pericolose conseguenze per la salute degli uomini consumatori dei prodotti di origine animali.

Allevatori
La fase propriamente agricola degli allevamenti intensivi ha un peso economico limitato , in Italia l’unica forma di allevamento ancora in mano a conduttori diretti è quello delle razze bovine e ovine autoctone, e delle vacche da latte Tutto il resto della zootecnia è dominato dell’agroindustria, sempre più internazionale. Gli allevatori sono dei semplici ingrassatori, gli animali sono di proprietà di pochi industriali oligopolisti, spesso in grado di concentrare in sé tutta la filiera: produzione dei mangimi, fornitura degli animali e degli input, cure farmaceutiche, trasformazione in carne, distribuzione.



Perché la mucca pazza è il prodotto degli allevamenti intensivi

Negli ultimi anni si sono verificate in Italia e in Europa emergenze sanitarie gravissime legate alla zootecnia, ovvero all’allevamento intensivo. Si è rivelata fatale per gli esseri umani l’assunzione di carne proveniente da bovini ammalati di encefalopatia spongiforme bovina (Bse); ammalati perché nutriti con farine animali provenienti da loro simili. Erbivori regrediti a cannibali nella corsa a produrre di più a bassi costi. La “mucca pazza” (come le altre recenti emergenze: afta epizootica, polli e pesci alla diossina, maiali agli ormoni, uova alla salmonella) è figlia della vera follia: aver ridotto gli animali a macchine.

L’emergenza della “mucca pazza”, costosissima per i contribuenti europei è il prodotto di un sistema zootecnico incentrato nella produzione di enormi ed inutili quantitativi di carne, latte e uova a bassissimo costo. La somministrazione delle farine animali per i bovini è l’aberrazione più evidente di un sistema che ha ridotto milioni di animali a semplici macchine di trasformazione violandone tutte le caratteristiche etnologiche, arrivando a somministrare sostanze nocive come antibiotici e promotori della crescita.“Mucca pazza” è solo uno dei prodotti dell’allevamento intensivo; solo nel corso dell’ultimo anno sono emerse: l’influenza aviare che ha ucciso dodici milioni di polli, il morbo della lingua blu che ha costretto all’uccisione di oltre duecentomila pecore, l’afta epizootica e i polli alla diossina. Le ricorrenti crisi sanitarie dimostrano l’insostenibilità delle “fabbriche animali” sia per gli animali stessi che per la salute dei consumatori.

L’impatto numerico dell’epidemia è un’incognita, poiché non si conosce il tempo di incubazione. Diversi scenari prevedono nei prossimi anni un numero di vittime umane variabile fra le tremila e le 130mila. Sempre che le farine di carne davvero non si usino più.
Altri rischi di infezione sono taciuti. L’influenza aviaria che periodicamente colpisce polli e tacchini padani di allevamenti intensivi è molto vicina, come patologia, al ceppo virale H5N1 che qualche anno a Hong Kong uccise alcune persone. Pochi anni dopo, sempre a Hong Kong, si manifestò un altro ceppo pericoloso, l’H9N2, stroncato con esecuzioni di massa. Anche gli abbattimenti sanitari di polli e tacchini in Italia nascondono il timore di questa pericolosa – e possibile – mutazione. Le ispezioni compiute nel quadro dei controlli sulla Bse hanno portato alla scoperta di un vero e proprio mercato clandestino, con animali importati illegalmente e poi spacciati per italiani, animali alimentati con farine di carne, bovini macellati senza autorizzazione Usl di idoneità al consumo umano, allevamenti che hanno aumentato la produzione di carni “alternative” usando mangimi proibiti contenenti, fra l’altro, diossina. Un altro allarme periodicamente lanciato è quello della salmonella portata dalle uova. Poi si dimentica.

I costi di “mucca pazza”
Se la zootecnia ottiene sovvenzioni pubbliche quando tutto va bene, ne ottiene di più in caso di crisi. La crisi della “mucca pazza” dal 1996 in poi ha quasi portato l’ Unione Europea alla bancarotta. Secondo le previsioni delle autorità comunitarie, all’inizio della crisi fino alla fine dell’emergenza nei diversi paesi colpiti, gli stati membri avranno speso l’equivalente di 40.000 miliardi di lire; oltre un quarto sono stati regalati alla Gran Bretagna negli anni scorsi.
L’arsenale di misure pubbliche anti-Bse è assai oneroso: il piano “acquisto e distruzione” copre i risarcimenti ai produttori più i costi per l’abbattimento dei bovini oltre i 30 mesi di età se non testati. Inoltre, costa l’incenerimento delle parti a rischio; costa l’ammasso pubblico delle carni invendute; costa stoccare e smaltire le farine animali a basso rischio, poiché usarle è ormai proibito; costa compensare gli allevatori delle perdite; costano gli sgravi fiscali a vantaggio di allevatori e macellai. Nei soli primi sei mesi del 2001 l’Italia ha stanziato 900 miliardi per l’emergenza.



I “sottoprodotti” del latte e delle uova

Ogni anno gli italiani bevono in media 60 litri di latte e mangiano 18 kg di formaggi e 200 di uova, molti però non sanno cosa si nasconde realmente dietro la produzione di tali alimenti. Quasi tutti gli animali sono macellati quando non hanno ancora raggiunto l’età adulta: la carne consumata è spesso di cucciolo. Giovani polli giganti di due mesi. Vitellini che sarebbero ancora lattanti. Maialetti e agnellini appena svezzati. In molti casi, l’uccisione avviene alla nascita. I pulcini maschi della razza di galline ovaiole sono “esuberi”: la selezione genetica li rende inadatti alla produzione di carne. Non rimane che triturarli o soffocarli in fasce. Infatti, nei centri di produzione di galline di razza ovaiola, dalle uova fecondate artificialmente nasce statisticamente un 50% di pulcini maschi. Sono inutili: non fanno uova né crescono bene come polli da carne. Finiscono triturati o soffocati. Le galline ovaiole invece negli allevamenti industriali vengono uccise dopo poco più di un anno di “produzione”.

I figli maschi delle vacche di razza da latte rappresentano per le aziende produttrici un altro problema. Partoriti per necessità – affinché la loro madre produca latte per svariati mesi –non promettono una buona resa in carne. Dunque, a pochi giorni di vita saranno allontanati dalla madre e venduti a un ingrassatore. Rimarranno per sei mesi soli e immobili, in stretti box individuali, imbottiti di antibiotici e stimolanti della crescita, nutriti con una dieta quasi liquida per dare una carne bovina chiara e tenera, la carne di “vitella” o “sanato”. Non vedranno mai l’esterno. Le vitelline, future lattifere, vivono per alcuni mesi imprigionate in metalliche gabbiette individuali sopraelevate: gli allevatori vogliono controllarne l’alimentazione e temono malattie intestinali. Da adulte produrranno fino a 40 litri al giorno, sviluppando mastiti e deformazioni articolari. Molte piccole stalle tradizionali tengono ancora le vacche alla catena perpetua. Le altre, in impianti più moderni, vivranno a stabulazione cosiddetta “libera”: muovendosi all’interno della stalla, con corsia centrale e cuccette da riposo, in tutto qualche metro quadrato pro capite a disposizione e aperture per la circolazione dell’aria. Le più fortunate dispongono del paddock: il “giardinetto”, uno spazio esterno recintato. I bovini potrebbero vivere fino a 20 anni, ma le vacche da latte quando verso i quattro-cinque anni diventano meno produttive vengono mandate al macello. I maschi delle razze da carne – molti dei quali provengono dall’estero, portati via da molto piccoli – sono macellati intorno ai 18 mesi. Essi hanno la fortuna di restare qualche mese con la madre, correndo nella stalla; ma passeranno il resto della vita in box collettivi per il “finissaggio” (ingrassaggio) con pochi metri quadri a disposizione.
Il pascolo? Un miraggio. In Italia, i bovini da carne e da latte che vi hanno accesso sono poche centinaia di migliaia: quelli delle razze italiche o della zootecnia biologica; e nemmeno tutti.



L’urlo dei pesci

I pesci sono gli animali più massicciamente uccisi a scopo alimentare: miliardi e miliardi di abitanti del mare finiscono nelle reti ogni giorno. A miliardi, soffocano lungamente e silenziosamente, debolmente guizzando per ore, sotto gli occhi di tutti, nei mercati di tutto il mondo. Altri arrivano già morti, hanno boccheggiato sulle navi. Altri invece sono bolliti vivi. Altri fritti vivi, spellati vivi ecc. .
E’ certo che i pesci hanno un sistema nervoso più che sufficiente a farli soffrire. Eppure non ci sono leggi e regole per la loro uccisione: a stento, esiste un decreto legislativo del tutto disatteso che stabilisce che “i prodotti della pesca immessi vivi sul mercato debbono essere tenuti costantemente nelle condizioni più idonee alla sopravvivenza”.
Perché questa disattenzione? Primo: non urlano. Così, la loro guizzante o artigliante agonia di morte può svolgersi sui banchi del mercato, sui moli, nei secchielli, cioè sotto gli orecchi e occhi di tutti. I macelli degli urlanti animali di terra sono da molto tempo spostati lontani dagli occhi e dagli orecchi, per non urtare le sensibilità e ridurre il consumo di carne. Secondo: gli animali di terra richiedono azioni – sgozzamento, pistole, scosse elettriche, anidride carbonica - per essere ammazzati I pesci, basta lasciarli fuori dall’acqua. Ci vorrà tempo, ma moriranno da soli.
I più sfortunati sono i pesci d’allevamento, che non hanno nemmeno diritto alla vita libera prima dell’esecuzione. Non ci sono regole per il “benessere” dei pesci allevati. E “allevare un salmone in una vasca è come mettere in gabbia una rondine” (Paul McCartney).



5 ottime ragioni per dire no agli allevamenti intensivi

Uccidiamo – dopo averli imprigionati – miliardi di animali ogni anno, senza alcun reale bisogno, il consumo pro capite di alimenti di origine animale nei paesi occidentali è infatti troppo alto e rappresenta una delle cause dell’insorgenza di moltissime patologie. Solo per i consumi italiani di carne e pesce, ecco alcune cifre: animali di terra: 500 milioni di polli da carne; 40 milioni fra tacchini, faraone, anatre e oche; 10 milioni di conigli; 30 milioni di galline ovaiole non più produttive; 13 milioni di maiali; 4,5 milioni fra vitelli, manzi, vacche, bufali; 7,8 milioni di pecore e capre; 30 milioni di inutili pulcini maschi di razza ovaiola, soppressi alla nascita.

1. Allevamenti come prigioni
Il 99% degli animali da cui si ricavano carne, latte, uova in Occidente sono chiusi in campi di concentramento – gli allevamenti intensivi. Anche quando le leggi vengono rispettate, gli spazi a disposizione sono appena sufficienti per girarsi, e talvolta nemmeno quello. Nemmeno i pesci vivono più liberi, prima della cattura. L’acquacoltura in spazi ristretti è un fenomeno in espansione in tutto il mondo.

2. La carne fa male, anche agli esseri umani
Di fronte agli altri pericoli, il rischio Bse è nulla. La carne – ma anche il latte, le uova, il formaggio – provenienti dagli allevamenti intensivi accumulano residui di sostanze tossiche, presenti nella loro alimentazione o nei trattamenti farmaceutici. I pesci concentrano sostanze nocive – anche la diossina- presenti nelle acque inquinate. E comunque, anche quando “sani”, i prodotti animali sono inadatti al consumo umano, per l’elevata presenza di grassi saturi e colesterolo.

3. Insostenibilità ambientale degli allevamenti
Gli allevamenti industriali sono una delle maggiori minacce ambientali: per il depauperamento e l’inquinamento delle falde acquifere, le emissioni di gas serra, lo spreco di combustibile fossile. Fuori dalle stalle, gli animali allevati hanno provocato deforestazione e desertificazione di intere regioni, in diversi paesi del mondo. Anche gli scarti dei macelli inquinano! Quanto all’acquacoltura, sta rovinando gli ecosistemi costieri nel Sud-Est asiatico, in Centramerica, e perfino in Europa.

4. Carne e fame: ingiustizia alimentare e spreco di risorse
Per dare carne, latte e uova gli allevamenti intensivi richiedono enormi quantità di alimenti vegetali: fino a venti volte il peso dell’alimento animale prodotto. Il 75% della soia e il 50% dei cereali prodotti nel mondo sono destinati agli animali, e spesso sono esportati dai paesi della fame...C’è una diretta concorrenza fra cibo per gli umani e cibo per gli animali. Il nostro pianeta non ha terre sufficienti per nutrire una popolazione umana di carnivori come gli occidentali.

5. Soldi pubblici al sistema zootecnico
In Europa, la Politica agricola comunitaria (Pac) destina al settore zootecnico e al settore dei seminativi a uso zootecnico in totale quasi 40.000 miliardi l’anno! Sono soldi pubblici. Aumentano le concentrazioni nel settore: allevatori-colosso possiedono milioni di animali...Profitti per pochi, costi collettivi.



Quanto costa un uovo

250 milioni di galline in Europa, oltre 40 milioni solo in Italia, sono rinchiuse negli allevamenti per produrre decine di miliardi di uova. Oltre il 90 % di questi animali è ancora allevato in gabbie di batteria, vale a dire che all’interno di immensi capannoni sono presenti fino ad otto piani di file interminabili di piccole gabbie dove le galline sono rinchiuse in gruppi di quattro o cinque, avendo a disposizione solo 450 cm2 a testa: circa due terzi di un foglio A4 ! Una gallina in natura vivrebbe circa 7 anni; negli allevamenti in batteria vengono prelevate dalle gabbie dopo circa sei mesi per essere avviate al mattatoio. A causa dell’impossibilità di movimento, a quel punto le loro ossa sono così indebolite che spesso si rompono nelle mani dell’allevatore che le estrae dalle gabbie. Per limitare i danni derivanti dall’aggressività che viene stimolata dal sovraffollamento, la parte finale del becco viene troncata con una ghigliottina o una lama arroventata, ma il cannibalismo e la plumofagia continuano ad essere comportamenti diffusi.

Metodi alternativi
I metodi alternativi alla batteria, anche se ancora diffusi insufficientemente, sono ampiamente in uso: si tratta dell’allevamento a terra, dove gli animali sono chiusi in grandi capannoni attrezzati con abbeveratoi, mangiatoie, nidi per la deposizione delle uova e talvolta trespoli, avendo a disposizione per muoversi tutto o ampie aree del capannone in gruppi di notevoli dimensioni; oppure dell’allevamento all’aperto, in cui all’area coperta si aggiunge la possibilità di accedere all’esterno attraverso appositi varchi, permettendo alle galline di respirare aria fresca, godere della luce solare, razzolare e fare bagni di sabbia in un ambiente più consono alle loro esigenze.

La campagna europea
La Direttiva Europea 74/99/CE del 19 luglio 1999, emanata dopo una intensa campagna delle associazioni animaliste europee rappresentate in Italia dalla LAV, prevede che nuove gabbie di batteria non possano essere poste in uso a partire dal 1° gennaio 2003 e che quelle già esistenti debbano essere smantellate entro il 1° gennaio 2012. Dal 1° gennaio 2003 lo spazio a disposizione di ogni gallina in gabbia dovrà essere di almeno 550 cmq.
E’ stata prevista, dietro spinta del Governo svedese, la possibilità che gli Stati Membri dell’Unione Europea possano autorizzare l’uso delle cosiddette “gabbie arricchite”, in cui ogni gallina ha a disposizione 600 cm2, oltre a 150 cm2 di area attrezzata con sabbia, trespolo e apparecchio grattare le unghie. Per evitare che le “gabbie arricchite”, evidentemente non molto differenti da quelle tradizionali, possano sostituire quelle messe al bando, i singoli Stati Membri potranno decidere di estendere anche ad esse la scadenza del 2012. La LAV sta lavorando perché ciò avvenga anche in Italia; la Germania lo ha già deciso nell'ottobre 2001.

Etichettatura uova
Contestualmente, il Comitato di Gestione di Uova e Pollame della Commissione Europea ha emanato un nuovo Regolamento sulla etichettatura delle uova, che stabilisce l’obbligo di indicare chiaramente su ogni confezione il metodo di allevamento utilizzato, a partire dal 1° gennaio 2004. In questo modo, il consumatore potrà evitare di essere ingannato da immagini o diciture ingannevoli, potendo distinguere facilmente un uovo di batteria da uno proveniente da galline allevate a terra o all’aperto.

Gallina libera, fa buon uovo
Nel frattempo, tutti i consumatori possono già scegliere di non essere complici della sofferenza di questi animali, scegliendo solo le uova che riportino chiaramente sull’etichetta: “di galline allevate a terra” o, ancora meglio, ”di galline allevate all’aperto”. Purtroppo, sono ancora diffuse diciture ingannevoli come “uova di fattoria” o “di campagna”, che non corrispondono a reali spazi di libertà per gli animali.

Nel giugno 1999 e nell'ottobre 2001, la LAV ha effettuato una ricerca in oltre 100 negozi e supermercati di tutta Italia analizzando il prezzo di un singolo uovo per il consumatore, per verificare se effettivamente le uova prodotte a terra o all’aperto siano molto più costose di quelle provenienti da animali in gabbia. Il risultato è stato che un uovo di batteria oggi può costare addirittura più di uno di gallina allevata all’aperto, a causa dell’enorme impatto sul costo finale del mangime dato agli animali.

La LAV ha anche stimolato gli enti locali ad approvare una delibera che bandisca l’uso di uova provenienti da allevamenti in batteria nelle mense pubbliche. In questo modo si può creare un interesse economico degli allevatori ad accelerare il processo di cambiamento e migliaia di galline potranno vivere in condizioni migliori. Hanno già deciso in tal senso Roma, Perugia, Genova, Siderno (RC), Carpi (MO), Vignola (MO). Questi atti sono estremamente importanti: basti pensare che il solo Comune di Roma utilizza ogni anno nelle sue mense oltre 3 milioni di uova, quindi la sola delibera romana ha aperto le porte delle gabbie di 30.000 galline.

Responsabile Campagna galline ovaiole: Adolfo Sansolini a.sansolini@infolav.org



Abolire le gabbie, porre fine alle mutilazioni

“…. le scrofe gravide sono rinchiuse in ‘gabbie di gestazione’ talmente strette che l’unico movimento loro concesso è l’alzarsi in piedi o l’abbassarsi. Negli ultimi giorni prima del parto anche questo risulta difficile. Dopo il parto, per l’allattamento vengono portate in altre gabbie ancora più strette …”

Proprio cos: le scrofe vivono gran parte della loro vita nelle condizioni sopra descritte. Il confino in questi apparati di contenzione permette di stipare centinaia di maiali all’interno di uno stesso capannone trattandoli sempre più come macchine. Anche i piccoli, poco dopo la nascita, vengono costretti in recinti sovraffollati, dove lo stress aumenta l’aggressività, portandoli a mordere le code dei loro compagni di sventura. Per ovviare a questo inconveniente, invece di aumentare lo spazio a loro disposizione viene amputata la coda. In altri casi, a ciò si aggiunge la limatura dei denti. L’alternativa già in uso in molti allevamenti è la stabulazione in gruppo nei capannoni oppure, ancora meglio, l’allevamento all’aperto, sempre in gruppo. L’aumento dello spazio a disposizione di ogni animale diminuisce anche il livello di aggressività eliminando il pretesto per operare mutilazioni di ogni genere.

Normativa europea
Si è concluso il 19 giungo 2001 l’iter di revisione della Direttiva Europea 91/630/CEE che stabilisce le norme minime per la protezione dei suini. La Direttiva del 1991 aveva già previsto l’abolizione nel 2006 degli “attacchi”, cioè lacci, catene o cinghie corte legate al collo o intorno al corpo della scrofa permettendole solo un movimento in verticale all’interno di una gabbia aderente al corpo, permettendo il prosieguo di altri trattamenti violenti verso l’animale (Direttiva recepita in Italia attraverso il DL 534/92 – proibizione di utilizzare gli attacchi a partire dal 2001).

Al centro del dibattito sono state in particolare le gabbie di gestazione, dove le scrofe passano le loro ripetute 16 settimane e mezza di gravidanza senza potersi nemmeno girare su se stesse. Nonostante il serrato dibattito ed il voto del Parlamento Europeo, il Consiglio ha deciso che le gabbie i gestazione siano abolite a partire dal 1° gennaio 2013 (sono già vietate in Svezia e Regno Unito), mentre delle mutilazioni si tratterà nell’allegato della Direttiva discusso successivamente. Secondo la nuova Direttiva, le gabbie di gestazione potranno essere utilizzate solo nelle prime quattro settimane di gravidanza, successivamente le scrofe dovranno essere tenute in gruppo fino al parto; i gruppi di animali dovranno avere a disposizione materiali per grufolare, la pavimentazione non potrà essere interamente grigliata e dovrà venire loro fornita una quantità sufficiente di alimento fibroso per prevenire la fame.

Un cambiamento possibile
La LAV che ha condotto in Italia la campagna europea coordinata dalla Coalizione Europea per gli Animali di Allevamento ed Eurogroup for Animal Welfare, il 4 giugno aveva presentato i risultati di un sondaggio effettuato dalla People SWG dai quali si evince che meno di un quarto degli italiani è consapevole della realtà in cui sono costrette a vivere circa mezzo milione di scrofe gravide nel nostro Paese e il 94% ritiene inaccettabile l’utilizzo delle gabbie di gestazione. Le motivazioni solitamente addotte per giustificare l’allevamento intensivo (riduzione dei costi) e le rassicurazioni da parte degli allevatori (adattabilità degli animali), che così spesso hanno influenzato le decisioni politiche in merito agli allevamenti intensivi,in realtà non fanno presa sui cittadini,che esprimono un’amplissima opposizione alle gabbie di gestazione. Messi di fronte all’ipotesi che da un rigetto teorico della crudeltà delle gabbie di gestazione si passi ad una decisa azione politica per metterle al bando, l’84% degli italiani chiede che i nostri parlamentari europei ed il nostro Governo si esprimano in sede europea per l’abolizione delle gabbie di gestazione. Analizzando infine la questione costi, secondo la relazione della Commissione Europea, il passaggio a sistemi di allevamento più rispettosi degli animali comporterebbe un aumento della carne di maiale di circa 60 lire al chilo: almeno il 70% dei consumatori sarebbe disposto a pagare tale costo, mentre solo il 6% si dichiara indisponibile a sostenere una qualsiasi spesa in più.

La voce dei cittadini e le urla dei maiali non sono state ascoltate, ma inizia ora il percorso di recepimento delle nuove norme nella legislazione italiana, che potrà prevedere misure di protezione degli animali più avanzate. La LAV si impegnerà affinché ciò avvenga.



Foie gras

Un concentrato di sofferenza
Il foie gras è il fegato di oche ed anatre gonfiato in modo abnorme a seguito di un metodo d’alimentazione denominato “gavage” (ingozzamento) che causa in questi animali l'insorgere di una malattia del fegato denominata steatosi epatica. Il trattamento dura dalle 2 alle 4 settimane durante le quali viene sparata direttamente nel gozzo degli animali, dalle 3 alle 8 volte al giorno, una palla di mais cotto e salato del peso di circa 400/500 grammi (come se una persona del peso di 80 Kg fosse costretta a mangiare 20 Kg di spaghetti al giorno). L’ingozzamento viene praticato attraverso un tubo metallico di circa 28 cm che viene infilato nella gola causando, tra l'altro, lesioni e fratture del collo e lesioni del gozzo con conseguenti infezioni, soffocamenti.
In Italia, nel 1996, sono stati importati quasi 10.000 Kg di fegato d’oca “trattato”; si può stimare intorno alle 25.000 il numero di oche torturate ed uccise all’estero ogni anno per soddisfare i palati italiani e più o meno altrettante sono quelle che subiscono la stessa sorte negli allevamenti nostrani. Dal 1° gennaio 2004 questo crudele sistema di ingozzamento sarà vietato in Italia grazie al Decreto Legislativo 146 del 2001 ottenuto grazie alle nostre iniziative. Dovremo continuare però l'azione d'informazione per evitare che gli animali francesi, belgi, ungheresi o israeliani continuino a morire sotto questa atroce barbarie. Il foie gras viene consumato "al naturale", semplicemente bollito, oppure usato per la preparazione del "paté".

Cos' e' la steatosi epatica ?
Il sovraccarico lipidico (grasso accumulato in eccedenza) che si verifica a causa dell'eccessiva alimentazione viene aggravato dall'impossibilità di movimento imposta dalle gabbie in cui sono costrette oche ed anatre durante il gavage. Questa patologia - definita "da aumentato apporto" - sarebbe reversibile se non fosse che il prolungato trattamento, finalizzato appunto alla produzione del foie gras, la porta ad estreme conseguenze ed è spesso causa di morte dovuta ad emorragie con conseguente versamento di sangue nella cavità addominale. La steatosi epatica è dovuta ad una eccessiva quantità di grasso depositato nel fegato, che aumenta di volume e di peso dalle sette alle dieci volte; le conseguenze per l'animale sono devastanti e si manifestano con fenomeni quali asfissia, convulsioni, attacchi cardiaci, cirrosi fino ad arrivare in alcuni casi alla morte.

Gli allevamenti
Le oche e le anatre destinate alla produzione di foie gras vengono confinate in gabbie di rete metallica delle dimensioni di 25 x 15 centimetri dove é impossibile il movimento e dove sono negate le più elementari esigenze naturali. Ingrassando non riescono più neanche ad infilare la testa attraverso la rete e ciò le costringe a vivere costantemente curve. Nel caso degli allevamenti in "parchi collettivi" - da 15 a 20 animali in circa 3mq - si rimedia all'aggressività dovuta allo stress ed alla paura con lo sbeccamento ed il taglio delle unghie all'età di 2 settimane. Il becco é il principale organo di senso di questi animali e la sua mutilazione provoca sofferenze per tutta la vita. I maschi producono un fegato di "migliore qualità", per cui ogni anno diversi milioni di anatroccoli femmine vengono eliminati in macchine frantumatrici o soffocati dentro grandi sacchi. L'uccisione delle oche e delle anatre avviene per immersione in un bagno di acqua elettrificata. Durante l'immersione gli animali si dibattono in modo convulso e le sofferenze proseguono fino al momento dello sgozzamento.

Cosa puoi fare tu:
- non acquistare e non mangiare foie gras;
- richiedici volantini informativi e dovunque venga offerto il foie gras;
- chiedi ai ristoratori che lo propongono di eliminare il foie gras dal loro menu;
- scrivi ai responsabili dei supermercati chiedendogli di non vendere più foie gras;
- scrivi alla stampa locale informando sulla produzione del foie gras e chiedendo la divulgazione delle notizie;
- segnalaci le aziende che lo producono e le grandi catene di distribuzione che lo propongono;
- sostieni le iniziative sviluppate da LAV ed EAR a livello nazionale ed europeo per far cessare questa forma di sfruttamento e tortura degli animali.

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