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Cinquantuno cavalieri, rozzi nella foggia e primitivi nello stile, cavalcavano a pelo, esperti come berberi, con una unica briglia di corda leggera; affrontavano l'avventura alla ricerca di Marta, addentrandosi nel bosco che era fitto e infido.
Ai piedi degli alberi, il sottobosco di liane e di felci, di ginestre e rovetti che infittivano la macchia, non mostravano alcun segno di passaggio.
I cinquantun cavalieri avanzavano è scomponevano la compatta superficie verde cupa con bastoni lunghi e sfilati come picche, avanzavano e, di tanto in tanto si scambiavano qualche sguardo deluso. Sette ore di cavaIcata, sette ore di inutile speranza, ma c'era anche chi diceva che era meglio non incontrare alcuna traccia, per dare corpo alla speranza che Marta se ne fosse andata in un luogo più sicuro, senza le insidie del bosco inesplorato.
Il primo a ritornare allo scoperto, dopo un giorno di attenta cavalcata, fu don Olindo, era l'ora della luce tremula, quando con l'aria più rarefatta l'ora assume la trasparenza acquitrinosa dei leggeri vapori di controluce, da non sapere distinguere se sia l'alba o il tramonto.
Don Olindo usci dal bosco e si trovò davanti, a poco più di un miglio, uno spettacolo che non conosceva ,eppure, giurava d'esser certo che l'intera montagna non avesse segreti per lui , invece no, quella vista mortificava 1a sua certezza.
C'era un blocco di pietra piantato sulla crosta come un meteorite caduto all'improvviso. Non lo aveva mai Visto.
Avevano dunque ragione gli antichi a dire che era impossibile svelare tutti i misteri dell'Argimosco e del suo bosco.
Chiamò Taninu'Mbesi, il pastore cavaliere che gli era più vicino e gli disse; - guarda laggiù, Taninu. Ci sei mai stato in quel posto?
-Io' c'ero stato, - rispose, - posso giurare d'esserci già stato tante volte.
- E allora, di quella pietra che mi dici? - Io non I'ho mai vista quella pietra. - E allora non ci sei mai stato - Ma si, ci sono Stato. E c'è stato pure Giacchetta, e Manfrè, Orioles, c'è stato Sajzissu, che sono qui con noi. Giacchetta, Ninu, Manfrè, viniti, vardati.
In poco tempo i pastori cavalieri si raccolsero davanti a quella veduta, che era diventata I'oggetto del loro stupire.
-Voi dite di sapere, e invece basta una pietra e vi sconvolge la fantasia - fece Filippu Cirella, che tra tutti era il piu anziano.
Dimenticarono Marta e avanzarono curiosi e attenti per poter meglio guardare. Don Olindo si lanciò giù dal cavallo e a mezzavoce mentre si accendeva un sigaro: Ma questo è un prodigio, sbottò.
Tutti tenevano gli occhi sgranati e avevano sguardi increduli.
Allora furono scelti Micu Scoglio e Giuvanni Scrima per avvicinarsi al megalito e sincerarsi che fosse pietra vera e non visione, come tante altre allucinazioni che le leggende attribuivano a quei posti.
- O è vera, o è chimera. Ie vera.
- È Chimera.
- Andiamo e vediamo.
Così Micu e Giuvanni s'incamminarono, e una volta che furono sotto il megalito e ne tastarono con le mani l'essenza di granito, autentica, chiamarono i compagni a gran voce perché venissero a vedere.
Già spostandosi di un centinaio di metri dal punto in cui 1a truppa si era assembrata si incominciava a cogliere di quella pietra il profilo di una bellezza insolita; il profilo delicato di una donna; ecco il volto con la linea del naso e degli occhi, ecco le mani giunte sul petto; ecco la donna che prega avvolta nella linea semplice di una tunica antica.
La gente di tutta l'Elicona e non solo dell'Elicona, cominciò a giungere lassù dopo che la notizia si era sparsa ed era grande lo stupore, grande la meraviglia, perché nessuno ricordava d'averla mai vista quella pietra sicché era un vero prodigio.
Davanti al megalito dell'Orante - come il medico Cardile l'aveva battezzato -il pensiero correva a Marta sparita; quasi la terra l'avesse prima inghiottita e poi restituita in quella forma , e ognuno si segnava, aveva paura ma ne era attratto, se ne stava in silenzio e non si confidava.
Soltanto il medico Cardile al bar del Popolo,nell'ora della discussione ,ricordò una storia di miti che parlava di impossibili amori e di pietose divinità che avevano trasformato in fiumi, in fontane , in rocce e in animali , innamorati il cui dolore sulla terra sarebbe stato inguaribile, immenso più della distanza delle stelle.
Tratto da " Marta d'Elicona" romanzo di Melo Freni
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