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Messaggio di raggioverde da commentare:
(Nota della redazione: testo scritto da un portoricano attualmente situato a Salonicco)

Trapani ed essere trapanese

Cosa sarebbe essere trapanese? Non so se sono la persona giusta per rispondere a questa domanda, ma proviamoci comunque.
I trapanesi, credo, mi perdoneranno, se parlo in parte in termini di quello che mi ha fatto conoscere la città di Trapani e la sua gente all’ inizio: il mio romanzo, mescolato ai ricordi che ho acquisito anch’ io nei miei pochi giorni nella città falcata, la città che “aveva il colore della sabbia e il profumo del mare”.
Per cominciare, essere trapanese significa affetto, soprattutto in seno alla famiglia ma non soltanto lì. È Nonna Luisa che ospita Marina nella sua casa e la abbraccia al vederla fare la processionante nel ceto dei pastai. È l’amico che ti porta per le vie di Trapani quasi abbracciato mentre seguite da lontano la Madonna dei Massari e la Madonna del Popolo. Sono gli abbracci all’ aeroporto che aspettano chi torna da chissà dove la sorte l’ha portato. È Franco Amantia che appoggia il braccio sul picciotto sconosciuto che lo accompagna da un pò di minuti, è la madre di Beppino che non lascia la mia mano anche se sono passato soltanto per un breve saluto. La gatta grigia Titti che si addormenta sulle mie gambe dalla mia prima sera a Trapani e mi aspetterà nel corridoio quando mi alzerò. I baci scambiati tra parenti e amici che si erano lasciati soltanto poche ore prima. Per chi non vi è abituato, l’affetto trapanese può sembrare anche esagerato, ingombrante, ma quello vuol dire soltanto una cosa: che non l’hai conosciuto abbastanza per capirlo, quell’ affetto.
I trapanesi danno un’ importanza particolare alla famiglia, che talvolta ma non sempre si espande a chi viene considerato “una persona mia”, un amico intimo. “La Pasqua è per i parenti, Pasquetta è per gli amici,” diceva Bartolo, prima di portarmi da un battaglione intero di parenti suoi e di Maria Angela in quei due giorni. Comunque sempre in termini di famiglia si pensa: l’amico di cuore viene chiamato fratello, a chi è ormai maturo ma non è sposato si chiede se ha intenzione di formare una famiglia (non soltanto di trovarsi una donna o un uomo). Salvatore La Mantia insegna l’arte del portatore di Misteri ai suoi figli e può spiegare quale di loro ha uno stile più simile al suo. Nico Corso fa portare lo stendardo del ceto dalla sua figliola come un voto per la sua salute. Angela, la figlia di Sara, mi spiega mentre inforna i pasticcini che è una casalinga fiera, vede il suo mestiere come quello di aumentare la felicità della sua famiglia. Quando Nonna Luisa spiega a Marina come si cucina qualche piatto e lei non sembra prestare attenzione, le chiede “non vorrai fare felici il tuo uomo e i picciotti quando sarai maritata?”
La famiglia trapanese è anche dove si ripetono le tradizioni, gli obblighi, ma non come un’ imposizione o un’ angheria (eccetto quando il nonno decreta che il primo nipotino deve portare il suo nome, dimenticando che certamente l’altro nonno avrà detto la stessa cosa pochi giorni fa). I figli seguono la professione dei genitori meno spesso di prima, è una cosa che ormai si accetta, ma c’è anche chi lo fa con orgoglio. Agostino, il figlio del capoconsole Marettimo, fa anche lui il portatore e prima dell’ alba prende la colazione dei massari dalla pasticceria. Il console che ho conosciuto soltanto il giorno precedente mi presenta con orgoglio la sua figlia processionante. Anche i genitori che mi parlano dei loro figli dicendo “sarà portatore, sarà processionante” non impongono l’ambiente dei Misteri a loro tutto d’un colpo o con maniere brusche, li inseriscono poco a poco in questo mondo e si arriva al momento in cui anche loro scelgono di parteciparvi, come Nino che chiede permesso per mettersi sotto l’asta col cugino Massimo e altri amici suoi. In questo caso si dimostra vero il detto del poeta greco Kostís Palamás che “quanto più ami, tanto di più conosci. Quanto più conosci, tanto di più ami.”
Il trapanese non tende a nascondere le sue emozioni, che si tratti di gratitudine, affetto, amareggiamento o rabbia. Se non c’è intorno nessuna persona “sospetta”, qualsiasi discussione si lascia animare facilmente, il tono della voce si alza e le parole volano, senza che sia necessariamente questione di permalosità. Per questo nessun trapanese (a parte i tradizionalisti estremi) avrebbe visto male l’abbraccio tra Ivo e Marina in Piazza Vittorio Emanuele alla fine del discorso del vescovo che l’aveva commossa. Talvolta lo domina pure la sua emozione, portandolo ad esprimersi senza riserve davanti a chiunque, come il console che protestava anche davanti a Giulio e me perche non era stato permesso al coro del suo ceto di entrare alla Chiesa del Purgatorio. Il mostrare liberamente le proprie emozioni, quello che uno pensa davvero dentro di sé, è anche una specie di fiducia: quindi se un trapanese che prima ti parlava con affetto o si alterava pure davanti a te comincia a parlarti freddamente, con troppa formalità, con parole evidentemente scelte con cautela, stai attento, vuol dire che hai perso la sua simpatia o la sua fiducia, ha scelto di stare attento a come si mostra a te.
A Trapani, secondo pensa la gente, non conviene esporsi ante le persone potenti o ante chi potrebbe farle del male. Proprio perche non c’è fiducia, non si crede che il potere ascolti la voce del popolo, della gente comune. Come nella storia della Sicilia, non era spesso ascoltata da chi la dominava: il centro del potere era sempre lontano, a Costantinopoli, in Africa, in Francia, in Spagna, nel migliore dei casi a Napoli nel caso del Regno delle Due Sicilie. Infatti durante secoli interi del dominio degli aragonesi e poi dei Borboni, pochissimi dei soverani della Sicilia la visitarono. Il potere è lontano e non si interessa, non è propenso a capire le preoccupazioni e i disagi della gente; per questo si esprimono tante critiche tra amici o in famiglia, ma non si aderisce facilmente a una protesta pubblica o qualsiasi iniziativa dimostri voglia di cambiare la situazione. Il fatto che i potenti si siano spesso rivelati spietati (pensiamo anche alla mafia, nata da quelli che difendevano gli interessi dei grandi padroni di terra contro i piccoli coltivatori) rafforza questo atteggiamento anche nei nostri tempi di democrazia. Allora per semplice coerenza, quasi come una legge della fisica, spesso chi si sente forte a Trapani crede di avere il diritto di mostrare la sua forza di qualsiasi modo gli venga in mente, anche per un breve momento.
Il modo di reagire dei trapanesi a tutto questo può variare: c’è chi accetta la situazione come tale, con la certezza interna che non cambierà mai, c’è chi cerca di adattarsi al meglio possibile, magari cercando piccoli benefici o piccoli miglioramenti della propria condizione (anche l’attaccarsi a una persona potente serve come esempio di questo), c’è chi sente la voglia di “spaccare tutto” e critica aspramente le condizioni di Trapani e il carattere trapanese, c’è anche chi parte per inserirsi in un altro contesto, talvolta dimenticando che comunque porterà sempre qualcosa di Trapani dentro di sé.
Ma i trapanesi sono in genere consapevoli di tutte queste dimensioni del loro carattere, del loro comportamento. Per questo parlano spesso della loro città, della sua condizione, della sua gente, del carattere trapanese. Per questo le discussioni intorno alla Processione dei Misteri arrivano facilmente ad argomenti essenziali, ad esempio quanta fede c’è adesso, quanto è veramente interessata la gente alle tradizioni, quali motivazioni ci stanno dietro la partecipazione (o l’astensione) della gente. I trapanesi sanno che la loro città è un caso particolare, ecco perchè si sforzano tanto a capirla. Non ho mai sentito dire “tutto mondo è paese” da un trapanese – magari per le generazioni precedenti Trapani era tutto il loro mondo, ma nessuno ha commesso lo sbaglio di credere che tutto il mondo fosse come Trapani. Trapani è un mondo da sé. E non c’è bisogno di spostarsi a Boston, a Milano, o a Monaco di Baviera per capirlo questo. L’ho sentito anch’ io vedendo come le chiese spesso non erano delle costruzioni separate dal casellato del loro quartiere, si differenziavano dagli edifici accanto principalmente grazie alla loro facciata e alla presenza di alcuni elementi decorativi, qualcosa che non avevo visto in nessun altro luogo. Anche quando mangiavo il mitico couscous al pesce e le brioches di gelato. Piccoli dettagli, dirà qualcuno, ma è proprio l’insieme dei dettagli a formare l’impressione che ci resta. Scoprendo i dettagli si impara cosa significa Trapani, perdendosi nelle stradelle, osservando le piazze da ogni angolo, cambiando spontaneamente il proprio percorso per vedere ogni volta cosa c’è più in là.
Ecco la mia interpretazione di cosa sarebbe essere trapanese. A Trapani c’è anche chi dice che lo sono io.

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