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Messaggio di ecce_ da commentare:
No, non sono tutti uguali
di Francesco Pardi

No, non sono tutti uguali. Non possono bastare le telefonate tra Fassino e Consorte per pareggiare l’incoraggiamento all’illegalismo diffuso praticato dal centrodestra e la costante prevaricazione sull’interesse pubblico da parte del vantaggio personale di Berlusconi. I politici non sono tutti uguali. Ma molti elettori Ds, sul piano etico assai più esigenti di quelli della parte opposta, esprimono nelle lettere ai giornali, e in particolare su questo, preoccupazione e rabbia. Non mancano i motivi: dalle leggi mai fatte sul conflitto d’interessi e sulle misure anticorruzione, fino alla scarsa opposizione esercitata contro l’ultima legge delega che consegna la gestione del territorio alla contrattazione con i proprietari immobiliari, il centrosinistra e i Ds hanno perduto molte occasioni per rafforzare la supremazia dell’interesse pubblico e separare la politica dagli affari.
Gli elettori di centrosinistra sono sensibili al rapporto tra etica e politica e sono allarmati quando i principi dell’una sono in contrasto con le pratiche dell’altra. Alcuni pensano addirittura che se si viene meno ai nostri principi non vale nemmeno la pena di vincere le elezioni. Ma ai pessimisti assoluti bisogna ricordare che ciò che fa scandalo tra di noi è accettato senza tormenti, e spesso con aperto compiacimento, dai nostri avversari. La questione Ds-Unipol non può, non deve in alcun modo dare motivazioni etiche al disinteresse per la vittoria elettorale.

Al contrario, il timore di moltissimi altri elettori è che purtroppo la questione Ds-Unipol sembra avere innescato un processo in grado di indebolire il vantaggio straordinario acquisito con la vittoria nelle regionali e con il successo imprevisto delle primarie. Nei mesi che precedono le elezioni una coalizione convinta dei suoi doveri dovrebbe saper spengere tutte le polemiche interne ed esercitare il massimo della persuasione sui propri elettori e soprattutto su quelli poco motivati al voto. Qui sta succedendo tutto il contrario. E ciò aggrava una crisi della rappresentanza politica che era già tutta dispiegata

Quando il centrosinistra vinse nel ’96 il centro aggregativo della coalizione era l’Ulivo: non era tutta la coalizione ma ne rappresentava l’elemento trainante. Era largo: c’erano dentro tutti eccetto Rifondazione. Ora, come è possibile considerare Ulivo la semplice alleanza di Ds e Margherita? È una domanda che si pongono anche i più fedeli tra gli ulivisti. Nel frattempo la coalizione ha cambiato nome: ma l’Unione è una parola che ancora non corrisponde a una realtà. Anzi, solo l’Ulivo di Ds e Margherita, secondo i suoi promotori, potrebbe darle slancio. Ma, ristretto a due soli partiti non privi di conflittualità reciproche, l’Ulivo attuale manterrà intatta la sua capacità aggregativa? I due partiti sperano che la presenza di Prodi alla testa della loro alleanza riesca ad attirare tutti i voti che una eventuale lista per Prodi avrebbe potuto raccogliere.

Ma si può dubitare che questa speranza sia ben collocata. I dibattiti pubblici che interessano il popolo di centrosinistra in tutte le città italiane dimostrano invece che, tra l’Ulivo ristretto da una parte e una sinistra incapace di essere unita dall’altra, una vasta area del nostro elettorato resta priva di rappresentanza politica. Non è un’area omogenea e coesa: certo non riuscirebbe a esprimere un partito. Ma è unita dalla sfiducia verso i partiti attuali e sente il bisogno di una rappresentanza diversa.

Questo hanno detto le primarie per Prodi. Il 74% di quattro milioni e trecentosessantunmila cittadini non ha affatto espresso, come qualcuno vuol credere, un’intenzione presidenzialista. Non ha detto: tutto il potere a Prodi. Ha chiesto, con tranquillo fervore, che la coalizione abbia una capacità di sintesi superiore alla parzialità delle forze politiche e che sia guidata da una persona che è percepita da moltissimi come garante del pluralismo della coalizione.

Fino a che era operante il maggioritario poteva avere senso l’allarme preventivo agitato dai partiti: non fate altre liste perché se non superate lo sbarramento tutti i vostri voti saranno insufficienti a eleggere i vostri candidati e allo stesso tempo saranno perduti per la coalizione. Ma con il sistema neoproporzionale Pasquino ci ha spiegato, su queste pagine, che invece conviene assai presentare altre liste apparentate. E infatti il centrodestra, che ha inventato la trappola, ne presenterà tredici: nove aggiunte alle quattro originarie cercheranno di distrarre l’elettorato con richiami speculari a quelli delle nostre componenti. Ci saranno verdi, socialisti, radicali, democristiani, pensionati, tutti di destra, per grattare il fondo del barile.

Di fronte a questa astuzia, il centrosinistra rischia di presentarsi non con l’Unione compatta, che almeno avrebbe la forza di persuasione dell’estrema semplicità, ma con parziali aggregazioni interne che rischiano di raccogliere ognuna meno di quanto otterrebbero i singoli gruppi, e al tempo stesso di non riuscire a comunicare il senso di unità complessiva della coalizione.

Le nuove aggregazioni (l’Ulivo di Ds e Margherita, la Rosa nel pugno di socialisti e radicali, l’Arcobaleno tra Verdi e Comunisti italiani, Rifondazione per conto proprio) rischiano di lasciare senza rappresentanza un elettorato orfano composto da ulivisti senza Ulivo e cittadini di sinistra frustrati dalla sinistra disunita.

Si sente dire che se questo elettorato avesse l’intenzione di esprimere una lista nazionale della società civile il centrosinistra le rifiuterebbe l’apparentamento, costringendola a superare un sbarramento più alto e difficile. Se fosse vero, una brutta scommessa: impedire a quell’elettorato critico una sua diretta espressione per costringerlo a votare le formazioni già esistenti. E chi può essere sicuro del risultato? Certo, una signora ieri in piazza a Cesena ha detto: se fosse necessario per battere Berlusconi voterei anche un coccodrillo. Ma non tutto l’elettorato orfano ha la determinazione della signora cesenate. Molti elettori hanno perso la fiducia nei partiti esistenti (e le ultime vicende finanziarie non aiutano a farla crescere). E perciò ritengono di dover esercitare un controllo più efficace anche sulla gestione della vittoria che tutti si augurano: cancellare l’anomalia italiana, imprimere la più netta discontinuità nel governo del paese. Partecipare per vincere.

Poiché il sistema neoproporzionale costringe alla moltiplicazione delle liste, le forze politiche del centrosinistra hanno due strade per conquistare il consenso elettorale dell’elettorato orfano: o dargli una rappresentanza reale in tutte le liste dell’Unione o riconoscere come una vera fortuna l’impegno civico di nuove liste e aprire ad esse la porta della coalizione. Chi invece la chiuderà si assumerà una responsabilità terribile.

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