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Gli Oscar onorano Robert Altman, vecchio leone dell’altra America
di CLAUDIA MORGOGLIONE

Controcorrente, provocatorio, sempre. Banale, o prevedibile, mai. Robert Altman, vecchio leone del cinema indipendente americano, riceverà finalmente un Oscar alla carriera. Nel corso della prossima cerimonia di assegnazione delle statuette, che si terrà a Los Angeles il 5 marzo.

Un premio che, come in molti casi precedenti, non è solo un modo per onorare il lungo lavoro dell’ottantenne autore. Ma anche una sorta di compensazione per non averlo mai insignito dell’Oscar vero e proprio, quello per la migliore regia, per cui Altman è stato candidato ben cinque volte. Per opere tra loro assai diverse: il bellico-grottesco Mash, il musicale problematico Nashville, il socialmente satirico I protagonisti, l’intenso e apocalittico America oggi, il giallo classico Gosford Park.

Tante nomination, nessuna vittoria. Per una carriera dietro la macchina da presa lunga mezzo secolo, cominciata nei lontani anni Cinquanta. E costellata da tanti film, senza disdegnare il lavoro per la tv. Dalla sua prima regia - il documentario Modern football del 1951 - alla sua ultima fatica per il grande schermo, la commedia A Prairie Home Companion, ambientata nel mondo della radio, che dovrebbe uscire (negli Usa) a metà di quest’anno.

Nel mezzo, una serie di titoli indimenticabili, con esplorazione di quasi tutti i generi cinematografici. Ma con un elemento in comune: la non convenzionalità, l’imprevedibilità. La capacità di rappresentare un’America diversa, spesso un po’ folle, sicuramente non allineata alle immagini dominanti.

Difficile, perciò, scegliere fra i titoli della sua lunga filmografia, composta da ben 86 titoli (tra cinema e tv). Ma citarne alcuni è inevitabile. A cominciare da Mash (1970), che narra le vicende di un ospedale da campo durante la guerra di Corea. Uno sguardo obliquo all’orrore bellico, condito da humor e umanità. E poi Nashville (1975), descrizione senza fronzoli del carrozzone della musica country, condita da canzoni indimenticabili come I’m easy. E ancora, più recentemente, America oggi (1993), ovvero gli Stati Uniti disperati e irredimibili dei racconti di Raymond Carver trasformati in immagini di grande potenza.

E l’elenco potrebbe continuare: basta pensare al jazz d’epoca di Kansas City (1996), allo sfortunato ma poetico Braccio di ferro di Popeye, al dramma al femminile di Tre donne (1977).

Insomma, una carriera che l’Accademia degli Oscar non poteva più ignorare. "Altman è un superbo regista che merita questo onore - ha dichiarato il presidente dell’organizzazione, Sid Ganis, annunciando il premio alla carriera - i membri dell’Academy sono stati conquistati dalle sue innovazioni, dalla ridefinizione dei generi, dalle invenzioni applicate alla tecnica cinematografica e dal rinvigorimento dei vecchi canoni". Appuntamento dunque al 5 marzo.

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