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 IRAQ SENZA IRACHENI (di Emma Bonino) Articolo pubblicato su "L’Unità" a pag. 1
Liberazione/1
IRAQ SENZA IRACHENI
Emma Bonino
Senza priorità ben poco si può ottenere, in politica come in qualunque altro campo. Come politico, quindi, ho sempre creduto nel primato dei diritti umani e delle libertà personali. La loro affermazione deve venire prima di ogni altra questione, per quanto importante, quali la ricerca di un’equa distribuzione della ricchezza o la parità di trattamento fra i sessi. Lo dico come donna: i diritti umani e le libertà personali sono umani, ci riguardano tutti, ricchi e poveri, uomini e donne. La fine della tirannia di Saddam Hussein è il presupposto di un nuovo ordine politico basato sui diritti umani e sulle libertà personali in Iraq e, auguriamocelo, in tutta la regione.
Ma anche accettando questa premessa e la premessa che la democrazia viene prima di tutto e il resto deve essere relegato in seconda fila, emerge in questa fase iniziale della ricostruzione politica dell’Iraq una caratteristica che colpisce: la vistosa, di fatto assurda, inadeguata rappresentanza delle donne. In occasione della prima conferenza sponsorizzata dagli Stati Uniti a Baghdad per decidere in ordine a un nuovo governo per il Paese, su 300 delegati c’erano solo cinque donne. Una di queste cinque, Zainab Al-Suwaij, scrivendo sul New York Times il 23 maggio ha descritto con delusione e speranza cosa si provava a “parlare dinanzi ad un mare di uomini compresi sceicchi e religiosi”. Un’altra, Safia Taleb Al Souhail, girando per l’Iraq e per le capitali della regione in cerca di appoggio allo scopo di rivedere questa situazione inaccettabile.
Le donne costituiscono il 55% circa della popolazione irachena. Grazie ai due decenni di guerre di Saddam Hussein, ci sono più donne che uomini. E’ concepibile che una democrazia funzionante possa essere costruita in Iraq senza la loro piena partecipazione, ignorando le idee, la forza e la volontà di oltre metà della popolazione (anche considerando che in Iraq le donne hanno un elevato livello di istruzione)? Nell’Afghanistan del dopo talebani c’è stato in tentativo più rigoroso di includere le donne nel processo di costruzione della democrazia e di ricostruzione politica. Due donne sono titolari di un ministero nel nuovo governo, per lo più grazie ad una campagna mondiale via Internet – un “satyagraha” (n.d.t. in India “resistenza passiva” mondiale – lanciata dal Partito Radicale Transnazionale culminata nel dicembre del 2001 in un giorno di sciopero della fame da parte di oltre 6.000 persone. Dobbiamo pertanto giungere alla conclusione che in Iraq siamo al punto di partenza? Dobbiamo lanciare una campagna analoga? Non è sufficientemente chiaro che il processo per insediare un sistema politico in Iraq deve essere ancor più profondo che in Afganistan, deve abbracciare ogni livello a partire dalla base, se vogliamo che rappresenti un esempio per la regione o il mondo intero?
L’inclusione e la promozione delle donne deve essere, fin dall’inizio, parte integrante del processo di costruzione della democrazia e di ricostruzione politica ed economica in Iraq. Le donne debbono essere un pilastro di questo processo: per il bene della stessa democrazia, dei diritti umani e delle libertà personali e, quindi, delle donne e degli uomini iracheni.
Questo principio è stato riconosciuto e accolto in numerose risoluzioni dell’Onu, in particolare nella risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ancor più esplicito al riguardo è il Rapporto dell’Onu sullo sviluppo arabo. Il 7 maggio, il sotto-segretario di Stato americano Richard Armitage, parlando alla BBC della necessità di una ricostruzione politica in iraq che includa tutte le componenti, ha detto: “Se c’è un campo nel quale probabilmente siamo indietro…è quello della rappresentanza delle donne”. Nel Regno Unito la parlamentare Joan Ruddock ha più volte preso posizione pubblicamente al riguardo. In seno al Parlamento Europeo ho fatto del mio meglio e una delegazione di donne europarlamentari si recherà in Iraq nel prossimo futuro grazie all’impegno di Anna Karamanou, presidente della Commissione Donne del Parlamento Europeo. Sono tutte cose positive e gradite. Ma siamo ancora lontani, dalla mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale per la quale si sta battendo, tra gli altri, il Partito Radicale Transnazionale. La questione merita la massima attenzione dei media, una attenzione essenziale se vogliamo realizzare una mobilitazione di massa. Chissà, forse lo stesso movimento per la pace potrebbe fare suo questo tema.
Emma Bonino è membro del Partito Radicale Transnazionale ed europarlamentare IPS Traduzione di Carlo Antonio Biscotto |
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