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il_poetO
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ETA': 20
CITTA': Around Cittadella. Onara nolla conosce nisciuno.
COSA COMBINO: Lettere e Filosofia
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STO LEGGENDO
Sigmund Freud - Il Sogno, Also Spracht Zaratustra - Nietzsche, Poesie - Andrea Zanzotto (2a volta), Il Garofano Rosso - Vittorini, i due manuali di storia contemporanea.
HO VISTO
La Città Incantata, Shrek 2, Fuoco Cammina con Me, Lora di religione.
STO ASCOLTANDO
The Future Sound Of London, Mark Hollis, Mouse on Mars, Flaming Lips, Sonic Youth.
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Nu ginz e na maglietta.
ORA VORREI TANTO...
Guardare la capovolta del cielo.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
Storia contemporanea, Letteratura contemporanea, Filmologia.
OGGI IL MIO UMORE E'...
So, why so sad?
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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MERAVIGLIE
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Messaggio
di il_poetO da commentare:
 Ciao. E’ la prima volta che mi metto a scrivere una mail partendo da Word, e non dalla solita finestra di Outlook (anche se per la posta uso Thunderbird, ma vabbè). C’è da dire che di solito faccio il contrario, ossia, dopo aver riletto decine di volte, in maniera assolutamente narcisistica, le canoniche –pare impossibile, ma per me è così- ottocento parole, ecco, prendo e apro questo programma e ci incollo tutto lo scritto, sistemando font, corpo del carattere, formattazione e quant’altro. Forse ho paura di un improvviso riavvio del pc che proprio nel bel mezzo del sudato lavoro mi tolga la gioia un po’ morbosa del rileggermi e dello specchiarmi nelle parole. E allora ci sarebbe da preoccuparsi, dico, se arrivassi davvero al punto da prevenire una eventuale “perdita dello specchio”… Vorrebbe dire, anzi, sarebbe palese dimostrazione dell’ulteriore passo verso un più profondo stadio morboso. Perché alla fine, vedi, scrivo un numero discreto di mail ad amici e conoscenti, e il più delle volte proprio quando non ho alcun motivo per scrivere loro; potrebbero essere dei pupazzi di neve, questi amici, dei “cosi” bianchi da macchiare di nero, e poi il sole, un attimo più di razionalità, e questa imamgine di loro che si scioglie e con essa pure le parole. Scrivo perché vorrei “lettori” ideali che si fermassero -più che sulle parole- sull’interlinea, sul bianco, sul vuoto. Vuoto, che non mi ha dato altra scelta se non il confino fra righe di segni in “Times New Roman” corpo 12. Confino del vuoto? Ossimoro, quasi. Confino di me? E’ già più probabile. E allora che succede? Succede che mi rendo conto di parlare molto e comunicare poco e di pormi in modo assolutamente implicito, lanciando segnali nello spazio senza navigare nel canale della relazione con l’altro. Senza andare incontro all’altro. Altro da sé; non solo amici o poli del desiderio (una donna, più donne; 21enni o 33enni che siano) ma addirittura il mondo stesso, inteso come percezione della materialità, del tempo, della rete di relazioni che unisce tutto nella fattualità come nella metafisica. E questa è già la terza volta che mi propongo di arrivare al dunque e di cambiare poi chiave della melodia; e resto invece incastrato in questo spazio dove posso coccolarmi, masturbarmi –se vogliamo- in santa pace e al riparo da tutto. C’è del patologico in questo? Mi viene un sorriso di riflesso. Sì, perché volevo fare tutt’altra impressione questa volta, cioè, niente discorsi sulla felicità irraggiungibile (ma poi, ci credevo davvero?), niente atmosfere grigiofumo londinesi alla Charles Dickens; qualcosa, invece, di più piacevole, di più tiepido e radioso, del tipo farti strada fra la gente tenendoti per mano. Ma poi niente; ti sto facendo a forma di un qualcuno di ideale, a colpi di spatola e bulino, che poi andrà perso come la neve di capodanno. -Scrivimi qualcosa di tuo- mi hai detto, e forse non ricordi. Il problema è che non so fare altro che scrivere qualcosa di mio, con la speranza che qualcosa di mio arrivi. Ho smesso di dare colpa agli altri di questo “non mai giungere”; smetterò pure di farmene una colpa. Stanno così le cose, e vorrà dire che mi ci siederò sopra. Non si può risolvere tutto: si deve anche accettare, alla fine, una situazione di comodo o una sconfitta che sia. Tipo il “non mai giungere” a una reciproca comprensione fra me e L.; tutta la nostra amicizia, da più di 15 anni, non è altro che uno slittare perenne di due piani diversi. A volte va bene, quando combaciano, i piani, e allora c’è empatia; altre volte invece qualcosa si dissesta, e uno o l’altra –solitamente lei- prende le distanze. Ma c’è da dire che comunque scivolino i piani, restano sempre uno sull’altro. E senza andare alla ricerca di chi stia effettivamente sopra e chi sotto (ma credo sia io a mirare a raggiungerla, a farmi accettare), c’è che la comunicazione non passa; lei che mi racconta le sue cose e io che mi dissocio dalle “cose” e tento di analizzare piuttosto lei, la sua radice, nel tentativo, nella speranza, nell’illusoria convinzione di possederla attraverso la piena conoscenza della sua personalità. Lei che con me si ferma alla fattualità quando invece vorrei mi infilasse una mano nel più osceno punto del cuore; e nella speranza di ciò, faccio con lei tutto un gioco simbolico, continue “allusioni a”, nella speranza colga e completi. Mi completi. E quest ultima parte l’ho esposta tutta come fosse una faccenda erotica, con vago gusto pornografico; che poi pornografia è mostrare senza remore ciò che l’etica suggerirebbe di tener nascosto. Ma chissene frega. C’è tensione erotica che mi spinge verso lei, voglia di possederla, e non solo fisicamente. E allo stesso momento qualcosa di lei che mi reprime, come avessi paura poi di essere assorbito completamente, toccato –appunto- in quel mio luogo più osceno, più interiore, dove sento il rifugio della mia autenticità. Assorbimento nell’Altro che è perdita di sé, smarrimento, morte. Eros e Thanatos. Autenticità che, per quanto scomoda, è qui in questa pagina, con la sua malattia e tuttavia con la sua potenzialità, col suo egoismo e tuttavia con la voglia di accogliere l’Altro. Sintesi dei contrari che si semplifica in uno zero; un posto vuoto dove tutto è possibile. Il vuoto-positivo, il punto zero che non è solo in me, ma in tutti, riconosciuto o meno che sia. La neve bianca che precede la gemma. *** Di te so solo la tua mano. “Scrivimi qualcosa di tuo”, se ti va. Buonanotte.
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