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Messaggio di ecce_ da commentare:
Tutti a pranzo con Antoine, il nuovo talk show della politica

«Confessa, sei stato a pranzo con Bernheim?». «Che c’è di male a pranzare con Bernheim?». «Ehi, anch’io sono stato a pranzo con Bernheim!». «Anch’io!». «Anch’io!». Eccetera. Da giorni i nostri leader - di ambo gli schieramenti - discutono con passione (accusando, minimizzando, rivendicando) di pasti consumati con il presidente delle Assicurazioni Generali. Non è un bello spettacolo. Però deve avere molto sorpreso l’anziano gentiluomo (abbiamo fatto una figuraccia, coi francesi poi, accidenti). E poi è surreale, l’improvvisa centralità nella politica italiana della frequentazione di Antoine Bernheim, ottantenne con quel perfetto nome da banchiere parigino. La fantasia di un lettore di romanzi dell’Ottocento lo immaginerebbe tartassato da nobili spiantati e fascinosi arrivisti che cercano di sposarne la figlia. Invece no (la figlia Martine è sposata dal ‘77, accidentalmente con un principe Orsini), a volerlo (doverlo?) incontrare, nell’anno passato, sono signori con richieste più prosaiche. Genere «scusi, non è che cederebbe il suo 8,7 per cento di azioni Bnl all’Unipol?». O al limite desiderosi di parlare con lui «dei problemi del Paese, della governabilità» (Walter Veltroni, uomo di frequentazioni affettuose ed ecumeniche però mai intercettato a discutere di banche, in effetti).

Comunque, a pochi giorni dalle accuse di Berlusconi («quattro esponenti dei Ds hanno visto Bernheim nel periodo dell’opa Unipol su Bnl») il censimento dei commensali del banchiere, approssimato per difetto, è questo: Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Romano Prodi, Walter Veltroni, Silvio Berlusconi, Franco Bassanini e Gianfranco Fini (autodenunciati; però vince Fini che l’ha incontrato «varie volte»). Un paio di anime dei Ds, un po’ di Margherita, il premier, il candidato premier, il vicepremier nonché leader di An. Tanti, anche considerando l’inevitabilità dei contatti tra leader politici e potentati finanziari. Sembrano tanti non tanto per moralismo; piuttosto, deve essere faticoso - per un signore in età che preferisce parlare in francese - venir trasformato in una succursale di «Porta a porta» con cucina. Tanto che non ci si stupisce - indagando in giro, banalmente chiedendo «ma dove diavolo mangia Bernheim?» - quando ci si sente raccontare «l’ho visto al forum di Cernobbio che mangiava da solo, era nella veranda dove non possono entrare i giornalisti, i tavoli intorno a lui erano tutto un inciucio politici-imprenditori-banchieri, ma lui stava per conto suo e si capiva che non voleva essere scocciato». A leggere i giornali ultimamente, c’è da capirlo.

Anche perché, foresterie a parte (le Generali ne hanno una a Trieste e una a Milano, adatte a colazioni discrete) l’ex banchiere Lazard in Italia pare male accompagnato, gastronomicamente. Viene segnalato - portato da altri - in locali fighetti ma non buonissimi in zona Brera a Milano (lui, abituato alla cucina di grandi come l’Alain Passard di Arpège, ci andava spesso a Parigi). Il sito Dagospia informa che «ama l’aragosta bollita», ma l’informazione pare riduttiva. In più, si leggeva ieri in un corsivo di «Europa», quotidiano della Margherita, «prima o poi si offenderà a essere trattato come uno spinello»; insomma, tanti consumano pranzi con lui, ma si vergognano a dirlo. Anche questo è riduttivo. Dopo lo choc iniziale, l’accusa di pasteggiare con Bernheim ha avuto un effetto boomerang. Diventando un distintivo di appartenenza alla "vera" classe dirigente; prestigioso come un think tank, più sobrio di certi salotti, sottilmente imbarazzante come un potere troppo forte alla vigilia del voto. Ora si attendono altri outing, e altre accuse di pranzi impropri. Sarà una campagna elettorale così, forse, da far passare l’appetito.

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