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Pride 2006. In memoria dei gay perseguitati
di Delia Vaccarello

Orgoglio della memoria. Per tanto tempo le vittime gay dell’odio nazifascista sono state dimenticate. Per tanto tempo il silenzio è stato rafforzato dalle stesse vittime sopravvissute perché denunciare la persecuzione subita equivaleva a dire di essere omosessuali. Non si conosce l’esatto numero, c’è una stima: 50mila. Adesso la memoria comincia a diventare motivo di orgoglio: si dice «io ricordo» e l’atto del ricordare è occasione di fierezza. È come affermare: posso denunciare le aggressioni perché non mi vergogno, non mi identifico, cioè, con il pensiero dei persecutori. Succede quest’anno a Torino. A gennaio si inaugura la manifestazione nazionale del Pride che avrà il suo culmine con la parata del 10 giugno. «Il Pride ha tre temi cardine: memoria, salute, apertura alle culture» dichiara Gigi Malaroda del comitato promotore.

La manifestazione celebra la giornata della memoria con un seminario su «Fascismo e omosessualità» invitando Lorenzo Benadusi e Gabriella Romano. Benadusi che ha analizzato l’invenzione fascista del «demone» gay nel suo testo «Il nemico dell’uomo nuovo - L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista» (Feltrinelli) e Gabriella Romano che nei suoi documentari ha stanato gli omosex mandati al confino durante il Ventennio aiuteranno a «ricordare». Tenendo sempre in mente il testo di Massimo Consoli «Homocaust» ed. Kaos, vera pietra miliare, cui Consoli ha lavorato per più di venti anni. Appuntamento a Torino nella sala conferenze del museo diffuso della Resistenza giovedì 26 gennaio dalle 15 in corso Valdocco 4 a.

Non è tutto, l’intera cittadinanza ricorderà le vittime gay quando il 29 gennaio alle 20, all’auditorium della Rai, in occasione del concerto di celebrazione della giornata della memoria, un rappresentante del comitato Torino Pride interverrà insieme agli altri. Alle vittime gay e all’omosessualità comincia a essere restituita dignità, anche se il cammino è lungo. Solo dopo il 2000 il circolo Pink di Verona è riuscito a sfilare con il proprio striscione in ricordo delle vittime gay iscrivendosi all’Aned, associazione nazionale deportati.

Ed è in un libro che il circolo ricorda la difficoltà per le vittime di uscire dal silenzio: «I sopravvissuti omosessuali si sono raramente sentiti parte di un collettivo. Il silenzio loro imposto dalle società del dopoguerra li ha atomizzati. Li si è esclusi dalla cultura della memoria. Gli omosessuali che lasciarono i campi di concentramento nel 1945 non sono dei "sopravvissuti". Essi hanno unicamente sopravvissuto». Sono le parole di Klaus Muller che troviamo insieme a preziosi studi nel libro «Le ragioni di un silenzio» a cura del circolo omosessuale Pink, ed.Ombre corte. Libro che verrà presentato in occasione della giornata della memoria il primo febbraio alle 20.30 nella sala del Municipio di Fumane, mentre il 23 gennaio ci sarà la proiezione del film paragrafo 175. «Volevo restare zitto. Ormai sono passati tantissimi anni. Il mio ano sanguina ancora: i nazisti mi hanno infilato un bastone lungo 25 centimetri»: è la voce addolorata e rabbiosa di uno dei gay scampati ai lager, intervistato nel film «Paragraph 175» girato da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, ora distribuito in dvd dalla Emik.

Tra i documentari, ci sono le opere di Gabriella Romano. La regista racconta la difficoltà di trovare le voci dei perseguitati. Gli uomini, spediti al confino, di cui lei parla in «Ricordare», quando facevano ritorno spesso cambiavano città. «Il problema era la visibilità. Quanti hanno vissuto durante il fascismo e, dopo, negli anni Cinquanta, quando i modelli sociali avevano un’influenza fortissima, erano convinti che bastasse non dire o non vedere un fatto per togliergli lo statuto di vicenda realmente accaduta.

L’omosessuale perseguitato era stato scoperto ed era diventato visibile, l’omosessuale visibile dava scandalo, e chi dava scandalo era mal visto anche dai gay», dichiara la regista. Eterosessuali e omosessuali tendevano a trovarsi d’accordo sulla doppia morale, quella del «si fa ma non si dice». Morale che resta sempre in agguato: non vi sembra che le crociate contro le unioni di fatto vogliano riportarci al clima dei tramontati anni Cinquanta?

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