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Stalida
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di Stalida da commentare:
 C’era una volta un sorriso che si chiamava Sorry. Non era un sorriso molto fortunato, perché era nato in un paese in cui si parlava l’inglese, da un cucciolo d’uomo italiano per cui il suo nome “Sorry” non corrispondeva per nulla a quello che lui, con la sua semplice esistenza, voleva rappresentare.
In quel paese offuscato da nebbie costanti, il suo nome significava dispiaciuto, triste, insomma tutto il contrario di quello che lui avrebbe voluto trasmettere. Non c’era verso di cambiare le cose.
Molti dei suoi fratelli vivevano una vita pienamente realizzata, sorrisi d’amore, di felicità di soddisfazione, sorrisi di tenerezza, di appagamento, di gioia.
Lui No.
Lui si sentiva, da sempre, un sorriso di serie B: veniva adoperato nei momenti di rimpianto, di compatimento, di assenza, al massimo dei massimi, nei momenti in cui necessitava dell’ironia.
Era trascorso del tempo, ormai, Sorry era diventato un sorriso anziano, dolce e un po’ sdentato, un sorriso stanco di girare per il mondo, di intervenire ogniqualvolta si rendeva necessaria la sua presenza e, unicamente, in quelle occasioni che non corrispondevano a ciò che sentiva di poter donare. Si sentiva solo, un po’ spento, e, soprattutto, si sentiva solo.
Quel giorno, si aggirava, immerso nei propri rimpianti, in una via piena di negozi, stretta e senza sole, rumorosa ed invasa da giovani sorrisi splendenti, che si rispecchiavano, l’un l’altro, in una sorta di concorso tra dentature bianchissime.
Giunto di fronte ad una antica pasticceria, dalla quale provenivano profumi allettanti di paste e ciambelle, la sua attenzione fu calamitata da una bellissima ragazza bionda, con lo sguardo acquamarina offuscato da mille pensieri e da mille ricordi.
La notò perché il suo incedere raccontava di un dolore profondo, di una profezia di assenze così evidente che gli venne subito il desiderio di seguirla per capire che cosa le stesse accadendo.
Senza farsi notare, le entrò nel cuore, approfittando di un suo respiro profondo, e li, buono buono, si accinse a scoprire il motivo di quello stato d’animo ustionante. Si inoltrarono insieme in un portone di una vecchia casa, scalarono delle scale consunte in ardesia ed entrarono in una casa impregnata di ricordi di profumi infantili, accolti dagli occhi colmi di aspettativa di una coppia di anziani coniugi, abbarbicati l’uno all’altra come due liane intrecciate.
Alla vista dei suoi genitori, così consumati dagli anni e dalle malattie da sembrare quasi delle ombre di un passato lontano, gli occhi di lei si inumidirono, il suo cuore fece un tuffo verso un tempo trascorso, mille immagini si affollarono nella sua mente, nostalgie di direttive autorevoli, di consigli solo in parte ascoltati, di dolori procurati inconsapevolmente, di risa, di cose fatte insieme, di amore vero, pulito cristallino.
Lei non doveva mostrarsi addolorata.
Sapeva da tempo che uno dei due si stava accingendo a partire per un viaggio difficile, lungo e misterioso. Sperava non avesse acquistato ancora il biglietto, che specchiandosi nella propria compagna rinvenisse le forze per rimandarlo ancora un poco. Ma sapeva anche che non dipendeva da Lui. Era difficile dire qualsiasi cosa, da un semplice ciao a un innocente come va? Difficile, tanto difficile che non le veniva in mente nulla, e restava li, a guardare il suo passato, senza riuscire ad ipotizzarne il futuro.
Sorry, lesse con attenzione nel suo cuore; vi lesse l’amore, la fragilità, il rimpianto, la tenerezza, e seppe che era giunto il momento di apparire.
Si issò su un sospiro profondo e riapparve alla luce.
Un dolcissimo sorriso di commiato.
Il Papà della giovane lo raccolse e se lo tatuò nel cuore.
Gli venne facile risponderle.
Non ci fu bisogno di parole.
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