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Messaggio di ecce_ da commentare:
Chi soffia sul fuoco
di Siegmund Ginzberg

La buriana spaventosa sulle vignette di Maometto mette a nudo quanto poco ne sappiamo della complessità del mondo islamico, come sia facile per dei malintenzionati appiccare incendi dolosi sul più banale incidente, giocare sulle più artificiose sensibilità. E di quanto poco una gran parte dei musulmani sappiano dell’Occidente. Colpisce ad esempio come le proteste ignorino totalmente che dalle nostre parti non sono (o almeno non dovrebbero essere) i governi a decidere quel che viene pubblicato sui giornali.

Non si sfugge all’impressione che succeda perché sono un qualche modo portati a considerare il modo i cui queste cose funzionano dalle nostre parti come riflesso speculare dell’autoritarismo, regimi di polizia, opposizioni di polizia, movimenti di liberazione di polizia, che per tanti decenni ci hanno fatto comodo finché garantivano petrolio a basso prezzo. E colpisce come le reazioni a queste reazioni sulla stampa europea tendano in genere a rintracciarvi una radice comune all’Islam, a tutto l’Islam, senza porsi il problema di chi e come e perché viene messo in difficoltà all’interno dello stesso complicatissimo mondo islamico.

Non si tratta solo della contrapposizione generica tra una maggioranza di moderati e una minoranza di scalmanati. Un articolo sull’ultimo numero dell’Economist distingueva efficacemente «quaranta gradazioni diverse di verde (il colore dell’Islam)» tra gli stessi estremisti. Ricordava, ad esempio, che ancora lo scorso gennaio un sito «jihadista» con base a Londra elencava un centinaio di autorità religiose a sostenere che il massimo della blasfemia per i musulmani sarebbe partecipare alle elezioni. Al Qaeda contro Hamas, si potrebbe riassumere, semplificando.

Ma allora cos’è che ha fatto sì che si riuscisse a far avvampare le fiamme dell’ira islamica (unificando, per convinzione o pura opportunità, tendenze e regimi diversi) laddove non ci erano riusciti il terrorismo più atroce e spettacolare, l’odio altrettanto artificioso per Israele, e nemmeno le guerre sbagliate di George W. Bush? Cosa fa sì che a soffiare sul fuoco, forse più di tutti gli altri, sia il regime siriano? Per spostare l’attenzione dal fatto che persino in Palestina e in Egitto si è votato, mentre in Siria di elezioni non si vede neanche l’ombra all’orizzonte? Cosa significa che sull’argomento si stia buttando a pesce l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, per far dimenticare che rischiano l’isolamento totale all’Onu sulle loro ambizioni nucleari? O per scavalcare il problema dell’apprensione con cui il mondo arabo sunnita vede il possibile ritorno di un’egemonia dello sciismo iraniano in versione ultrà, così diversa da quella dell’ayatollah sciita iracheno Ali Sistani?

C’entra con questo clima l’uccisione di un prete italiano mentre celebrava messa in Turchia, il paese cerniera tra Europa cristiana e mondo islamico? Certo l’occasione fra l’estremista ladro, scatena fanatismi atroci anche dove meno ce li potrebbe aspettare. Gli ultrà che si nutrono di conflitto di religioni sembrano aver trovato la manna. L’ignoranza reciproca gli fa buon gioco.

Si avverte qualcosa di terribilmente, inquietantemente speculare in quest’ignoranza reciproca. E nel modo in cui offre, anzi apre spazi nuovi a chi ha interesse a soffiare sul fuoco del «conflitto di civiltà», o rischia di trascinare a forza nella trappola, verso il precipizio, per abitudine o comodità, o per semplice leggerezza, anche chi non ha alcuna intenzione di fomentare una guerra tra Occidente e Islam.
La trappola non consiste solo nel rafforzare la convinzione, tra gli islamici, che l’Occidente stia conducendo una guerra di civiltà, o di religione contro di loro (la propaganda di chi vuole soffiare su questo avrebbe ben altri argomenti). Consiste, per quello che ci riguarda più direttamente, nel ridar fiato all’idea che l’intero mondo islamico sia impegnato in una guerra di religione contro l’Occidente, indipendentemente dal fatto che noi in Occidente la vogliamo o no.

Che lo scontro sia inevitabile malgrado le migliori intenzioni. E che il problema a questo punto non sia tanto evitare lo scontro tra i valori di un miliardo e passa di umani contro i valori di un altro miliardo e passa, non sia il come «vivere insieme» su questo pianeta, o anche solo in Europa dove c’è ormai una così importante presenza musulmana, ma sia chi dei due affrontare e liquidare prima, i più «cattivi» o i più «moderati». L’ignoranza reciproca è il terreno su cui maturano le peggiori paure e l’odio reciproco. A seguire ciecamente le proprie paure, anche quando sono tutt’altro che infondate si finisce per materializzare i peggiori incubi.

La discussione sulla vicenda delle vignette sembra approdare su due estremi. Da una parte la sacrosanta difesa del diritto di espressione. All’estremo opposto la necessità di non offrire destro all’avvitarsi dell’ignoranza reciproca, pretesto agli stereotipi e ai fanatismi incrociati, alle paure incrociate.

Nel primo tipo di risposta rientra l’appello di Staino e Sofri a ripubblicare tutti insieme le vignette incriminate. Curiosamente, l’argomentazione più forte di tale argomento l’abbiamo letta da parte di un intellettuale islamico, Ibn Warraq (è uno pseudonimo), sul sito di Der Spiegel. «Siate fieri, non chiedete scuse… Dovremmo forse chiedere scusa per Dante, Shakespeare e Goethe? Mozart, Beethoven e Bach? Rembrandt, Vermeer, Van Gogh, Brueghel, Galileo?», chiede. Ha ragione.

Ma qualcos’altro per cui chiedere scusa forse c’è: una cosa è «offendere», un’altra umiliare. Sono convinto che si possa scherzare su tutto, anche sulla religione, anche sull’Olocausto. Ma ci sono dei limiti al come e da parte di chi. Qualche anno fa uscì un libro sulle barzellette che si raccontavano nei campi di sterminio, ma non tollererei che a raccontarle fossero dei nazisti. Per questo sono portato a condividere piuttosto l’altra opinione, quella che invita ad un senso di responsabilità.
Perché non si scherza con il fuoco, soprattutto quando ci sono tanti che vi soffiano sopra.

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