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di Lou da commentare:
LOU REED - The King of New York
Il tormento e l'Ecstasy
di Claudio Fabretti
Ha trascinato il rock nei bassifondi urbani, tra tossici e pervertiti, folli e assassini. I suoi vizi, sbattuti in faccia al mondo in brani storici come "Heroin" o "Vicious", lo hanno portato a un soffio dalla morte. Oggi, Lou Reed (1942, Usa) ha cantato per il Papa nel concerto del Giubileo per "Un mondo senza debiti". E vive in piena Ecstasy, titolo del suo album del 2000. "Un'estasi intesa nella sua accezione greca di "essere fuori di sé" - precisa-. Ho voluto raccontarla attraverso storie di persone che l'hanno sperimentata o che la cercano, liberandosi dagli schemi della vita". Ma la parabola "salvifica" di Lou Reed non è quella delle rockstar opportuniste. Pochi come lui, infatti, hanno saputo restare sinceri in tanti anni di carriera. Il padre del rock decadente non ha mai abiurato i suoi temi: l'emarginazione, la solitudine, l'alienazione. Non è mai venuto meno all'onestà e al realismo di fondo della sua opera. E non si è piegato alle leggi dell'industria discografica: "Non mi interessano più. Per anni mi sono immerso nello stile di vita del rock'n'roll, esploravo la droga, la follia. Poi ho dovuto smettere perché rischiavo di tirare le cuoia. Dalla fine degli anni '70, mi sono concentrato soltanto sulla ricerca di un suono perfetto. Ho trovato un'altra mania, insomma, un'altra ragione per andare avanti".
Boicottaggi e politica Il Rock'n'roll animal, come si auto-definiva nel manifesto live del 1974, ha sempre avuto un'anima politica. L'ultima sfida, in questo senso, è stata l'annullamento della tournée austriaca per protesta contro l'ascesa della destra razzista di Haider: "Era un gesto che sentivo di fare. Tutto qui. Ho ricevuto critiche e anche molti complimenti. Ma sono state solo chiacchiere, in realtà è come se nessuno mi avesse seguito". Un giudizio forse troppo severo, visto che anche altri musicisti, a partire da Sting, sembrano decisi a portare avanti il boicottaggio. Da Farm Aid ai tour per Amnesty International, dal progetto anti-apartheid di Sun City all'Homeless children benefit fino alla militanza per i Democratici, Lou Reed ha ribadito negli anni la sua vocazione per la politica. Una politica che non è mai passata per la scorciatoia della demagogia. La sua voce, tesa e nervosa, ha raccontato trent'anni di America. Ma a parlare sono stati soprattutto i suoi personaggi: criminali e intellettuali, bambini perduti e prostitute, suicidi e travestiti. Un universo di anime dannate e nevrotiche che ha popolato le sue canzoni fin dall'esordio, intimamente legato alla cultura d'avanguardia della New York degli anni Sessanta. È qui che Louis Alan Reed, originario di Freeport (Long Island) viene a studiare poesia alla Syracuse University. Ed è proprio nella Grande Mela che incontra un altro "genio maledetto", John Cale. Insieme, danno vita a una band che si chiama Primitives, poi Warlocks, quindi The Velvet Undeground (dal nome di una novella pornografica).
Con i Velvet nella leggenda Suonano al Café Bizarre, al Greenwich Village. Ma i loro testi sono troppo scandalosi. Una sera, nonostante un esplicito divieto, eseguono "Black angel's death song" e vengono licenziati in tronco. Quella notte, però, trovano un nuovo fan, un artista noto nell'ambiente underground newyorkese: si chiama Andy Warhol. Sarà proprio il maestro della pop-art a lanciarli in uno show multimediale, "The exploding plastic inevitable". Warhol aggiungerà all'organico la sua cantante prediletta, Nico, bionda tedesca dalla voce spettrale con un passato di modella e attrice (con un'apparizione nella "Dolce vita" di Federico Fellini). Da questa formula magica scaturirà The Velvet Underground and Nico, uno degli album più importanti della storia del rock, griffato da una banana in copertina a firma dello stesso Warhol. Brani come "Venus in furs", "I'll be your mirror" e "All tomorrow's parties" diventeranno opere di culto per intere generazioni di musicisti e appassionati. Il gruppo, però, si dissolverà presto, lasciando un'aura maledetta su due dei suoi componenti, Nico e Sterling Morrison, che moriranno anni dopo in circostanze misteriose. L'opera-requiem per Andy Warhol, Songs for Drella, firmata da Reed e Cale nel 1990, ed effimeri tentativi di ricostituzione, come quello del 1993, non riusciranno a rianimare la leggenda della band. Considerato "il padrino del punk" per la sua propensione ad affrontare i temi più scomodi e violenti, il Lou Reed solista, in fondo, non ha mai abbandonato il sentiero dei Velvet. Dall'esibizionismo glam di Transformer (prodotto da David Bowie), che lanciò due suoi grandi hit ("Walk on the wild side" e "Satellite of love"), fino al canzoniere metropolitano di New York (il più amato dalla critica), dalla disperazione di Berlin alla malinconia di Coney Island baby, è rimasta sempre la stessa voglia di esplorare cuore e anima del rock, sperimentando stilemi lontani dalla forma-canzone tradizionale. Ma, a differenza del suo amico Bowie, Reed non ha mai fatto troppo caso alle mode. "Non mi hanno mai appassionato - racconta -. Mi interessa solo la musica. Ho sempre pensato di avere qualcosa di importante da dire e continuo a pensarlo. È per questo che continuo ad andare avanti. Il mio Dio è il rock'n'roll, un potere oscuro che può cambiarti la vita. La mia religione è suonare la chitarra".
New York City Man Difficile scindere le storie di questo cantore metropolitano da New York, la città che ha saputo scandagliare con spietata lucidità. "I'm a New York City Man", dichiarava apertamente in una sua recente canzone. Oggi dice: "Amo New York, anche se ho sempre voglia di scappare". Lou Reed, invece, in Europa non manca mai. In Italia, è tornato per proporre i brani di Ecstasy, un album duro e emozionante, con testi sempre molto espliciti. "Ho un buco nel cuore/ grande come un autocarro/ non basterà la scopata di una notte a riempirlo", mormora nel "mantra" post- moderno di "Like a possum", diciotto minuti di tensione pura che rievocano le imprese più audaci dei Velvet Underground. Ma in fondo Lou è un romantico. Si è sposato con l'ex-moglie, Sylvia Morales, nel giorno di San Valentino. E oggi parla con entusiasmo dell'attuale compagna, la compositrice d'avanguardia Laurie Anderson, che suona il violino in due brani di "Ecstasy" ("Rouge" e "Rock minuet"): "È stato un privilegio poter lavorare con lei. Avevamo bisogno di un'artista speciale per quelle parti: lei era la persona giusta. È stata geniale". Ma la musica è soltanto una parte della storia. Il cantautore newyorkese, infatti, ha sempre amato spaziare tra le arti. Ha recitato in due film, "Così lontano, così vicino" di Wim Wenders e "Blue in the face" di Wayne Wang (séguito di "Smoke", sempre da un soggetto di Paul Auster), mentre uno dei suoi classici, "Perfect day", è stato rilanciato dalla colonna sonora di "Trainspotting". Ha composto la musica e i testi per "Poe-try", una piece teatrale di Robert Wilson, basata sui versi di Edgar Allan Poe. Sta scrivendo un romanzo giallo ambientato a New York. E non ha alcuna intenzione di diventare un vecchio rocker nostalgico: "Penso che la vita sia troppo breve per concentrarsi sul passato. Preferisco guardare al futuro".
The Raven (2002) è un concept-album dedicato al maestro del terrore, Edgar Allan Poe. Si tratta della logica derivazione di "POEtry". Il disco, co-prodotto insieme a Hal Willner, si avvale di ospiti d'eccezione, quali gli attori Willem Dafoe e Steve Buscemi e i musicisti David Bowie, Laurie Anderson, Ornette Coleman, i Blind Boys of Alabama e Anna e Kate McGarrigle, oltre agli abituali compagni musicisti Mike Rathke (chitarra), Fernando Saunders (basso), Tony Smith (batteria), più l'aggiunto Friedrich Paravicini (tastiere). L'album esce in due versioni, una singola, con 17 canzoni, uno strumentale e tre brani recitati, e una limitata doppia, con 18 canzoni e 18 recitati.
Vengono recitati e riscritti, tra gli altri, “Il crollo della casa Usher” (presente solo nella versione doppia), “Il corvo” (la title track “The raven”, recitata da un inquietante Dafoe), e “Il pozzo e il pendolo”. Si alternano nuove canzoni, vecchi classici reinterpretati (la splendida “Perfect day” da Transformer, reinterpretata dal nuovo talento Anthony, e “The bed” da Berlin), brani strumentali (tra cui la rumorosa “Fire inside”, rappresentazione sonora dell’11 settembre) e brani recitati. In questi ultimi, diverse voci si intrecciano su un tappeto di basi musicali sperimentali o classicheggianti (per lo più dominate dagli archi di Jane Scarpantoni, già collaboratrice dei Rem).
Si spazia dal rock teso di "Prologue" e "Burning Embers", all'eccentrica "Hop frog", cantata con David Bowie, dalle atmosfere acustiche di "Who I am", riflessione sull'invecchiamento ispirata all'universo poetico di Poe, al duetto con Laurie Anderson in "Call on me", dallo swing ironico di "Broadway song" (cantata in chiave "lounge" da Steve Buscemi) al piano delicato di "Vanishing act" e al jazz-rock di "Guilty" (con il sax dell'inventore del free jazz, Ornette Coleman), fino al blues di "I wanna know" (interpretata insieme ai Blind Boys of Alabama).

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