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Messaggio di Evissa da commentare:
Nomi imposti, eletti per forza




Con la nuova legge elettorale, dare un buon posto in lista a un candidato significa decidere direttamente la sua elezione. Proprio per questo, i partiti dovrebbero stare ancor più attenti che in passato alle qualità delle loro proposte. Le liste definitive non ci sono ancora, ma circolano indiscrezioni tutt’altro che tranquillizzanti: i partiti stanno decidendo di mandare nel prossimo Parlamento non solo uomini chiacchierati, ma anche già pesantemente segnati da interventi giudiziari. Intendiamoci, noi crediamo che la politica non debba andare a rimorchio della magistratura.




Ma proprio per questo, ciò che importa non sono le sentenze, ma i comportamenti inopportuni accertati (in sentenze giudiziarie o altrove). Dunque i partiti dovrebbero essere perfino più severi dei giudici, perché ci sono comportamenti che non sono reati per la giustizia, ma dovrebbero essere assolutamente inammissibili per la politica. Invece: le liste sono senza freni. Dentro tutti. Chi si è detto scandalizzato della candidatura nelle liste Ds del pensionato Gerardo D’Ambrosio, che da tre anni non è più in magistratura, o del leader no global Francesco Caruso, non ha mostrato alcun imbarazzo nei confronti di Totò Cuffaro, Udc, rinviato a giudizio per i suoi rapporti (già accertati, comunclue andrà a finire il processo) con uomini vicini a Cosa nostra come l’imprenditore Michele Aiello e felicemente candidato, salvo sorprese, prima al Parlamento e poi alla presidenza della Regione Sicilia. Né di Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per concorso estemo in associazione mafìosa, che è addirittura colui che deciderà le candidature di Forza Italia.
Certo, anche Silvio Berlusconi avrebbe più d’un motivo di essere escluso dalle liste: dal conflitto d’interessi (per essere il padrone delle tv via etere e delle frequenze per la tv digitale) alle sei prescrizioni con cui è uscito da altrettanti procedimenti giudiziari, fino alle nuove gravi accuse nel processo milanese in corso sui diritti tv.


Ma anche nel centrosinistra si nota qualche candidato che per motivi d’opportunità sarebbe meglio rimanesse a casa.
Gianfranco Mazzani, Margherita, è oggi presidente di Cap Holding, la società pubblica che controlla la gestione degli acquedotti dell’area milanese. Questa presidenza gli fu data come «riparazione» per la mancata candidatura alle scorse elezioni nelle liste della Margherita. Ma ora Mazzani torna alla carica: il suo sogno è diventare senatore. Sarebbe il compimento di una lunga carriera politica iniziata più di tre decenni fa nella Democrazia cristiana. Non senza incidenti: nel 1988 fu coinvolto nello scandalo Codemi, una storia che anticipò di qualche anno Mani pulite. Il costruttore Bruno De Mico raccontò ai magistrati di aver distribuito per anni mazzette a politici di molti partiti per ottenere appalti pubblici (per la costruzione di carceri, uffici postali eccetera). Tra questi, Mazzani, allora segretario del ministro delle Poste Vittorino Colombo, a cui De Mico sostenne di aver versato denaro per un totale di 1 miliardo e 135
milioni. Processato, Mazzani è stato condannato in primo grado, il 5 febbraio 1994, a 5 anni di reclusione. In appello, nel novembre I996, la pena è stata ridotta a 3 anni e 4 mesi. La Cassazione, il 25 febbraio 1988, conferma: tolto un mese di carcere per un’aggravante, la pena definitiva resta fissata a 3 anni e 3 mesi. Poi interviene un provvidenziale indulto che però non cancella i fatti: la sentenza passata in giudicato ritiene Mazzani colpevole di aver preteso da De Mico una serie di 25 dazioni di denaro per oltre 1 miliardo e fa riferimento a libretti al portatore per oltre 600 miliorli, di cui Mazzani non ha potuto spiegare la provenienza. Questo non ha impedito a Mazzani di tornare alla ribalta, dopo un periodo di eclissi, e di riprendere l’attività politica nella Margherita milanese. A tutti ripete di non avere conti con la giustizia: ma i fatti lo smentiscono.


Sempre in area Margherita, ma nelle Marche, si sta scaldando i muscoli Maria Paola Merloni, fìglia di Vittorio, industriale degli elettrodomestici, e molto legata al presidente della Regione Gian Mario Spacca (Margherita). La sua candidatura, sostenuta dal tandem Rutelli-Marini, non scatena grande entusiasmo nei prodiani. E ancor meno negli alleati dell’Unione.
Anche perché Maria Paola Merloni è considerata la garante per la continuità di un progetto avviato in regione dal centrodestra e fìnora avversato dal centrosinistra: il progetto Quadrilatero, una mega-opera da 2,3 miliardi di euro, due superstrade parallele che dovrebbero unire Marche e Umbria e oltre 11 milioni di metri cubi di opere accessorie, alberghi, strutture fieristiche, capannoni, piattaforme logistiche..


A sud, in Calabria, spunta la candidatura (offerta dall’Italia dei valori) a un campione assoluto del trasformismo politico: Aurelio Misiti. Per lui, anzi, il trasformismo è roba vecchia: è ubiquo. Sta con Berlusconi che lo ha nominaío commissario governativo per le grandi opere del Mezzogiorno; sta con la fondazione ’Ideazione’ di Domenico Mennitti, l’ex missino oggi sindaco di Forza Italia a Brindisi; e corre alle prossime politiche per il centrosinistra con Antonio Di Pietro.


Disinvolto e lesto nello sventolare più bandiere, l’ingegnere Misiti lo è da sempre. Nasce, anche politicamente, a Melicuccò, paese della Piana di Gioia Tauro, dove fa il sindaco comunista. Poi il trasferimento a Roma: prima lavora per la Cgil, quindi con i sindaci Ugo Vetere (Pci) e Nicola Signorello (Dc). La svolta è datata 1990: coordina i periti che indagano sulla strage di Ustica.
È sua, quattro anni più tardi, la tesi della bomba a bordo. Per i magistrati d’accusa la perizia è inutilizzabile («piena di distorsioni del materiale probatorio»), ma intanto l’ingegnere è lanciato. Berlusconi gli affida la presidenza del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Misiti diventa inoltre collaudatore dell’alta velocità tra Firenze e Bologna, incarico privato miliardariamente retribuito dalle Fs, e nel 2000 si siede anche sulla poltrona di assessore ai Lavori pubblici in Calabria, nella giunta regionale di centrodestra.
Controllore e controllato nello stesso tempo: dal Consiglio dei lavori pubblici deve dare il via libera alla Tav e alle infrastrutture calabresi, opere che lui stesso collauda o propone. Conflitto di interessi? Macché. Caso per caso, spiega, «valuterò secondo le regole etiche che mi sono dato». Come ha fatto con il ponte sullo Stretto di Messina: col centrosinistra al govemo lo boccia («inutile e costoso»), quando capisce che il vento sta cambiando inverte la rotta («si deve fare»). Al Consiglio dei lavori pubblici resiste otto anni, con sette diversi governi. Un record: in 47 anni di vita dell’istituto, solo due predecessori sono stati più longevi. Di ministri ai Lavori pubblici ne ha incrociati otto, con Piero Lunardi e Antonio Di Pietro però è stato vero amore.
Ora l’ex pm lo riporta con sé, nel centrosinistra. Almeno fino al 9 aprile.


Sull’altro fronte, quello del centrodestra, si segnala la candidatura di Gianni De Michelis, Nuovo Psi, condannato per le mazzette di Tangentopoli con sentenze in cui si rimarca che con le tangenti non solo finanziava la sua corrente, ma «alimentava il suo principesco stile di vita sia pubblica sia privata».
Il partito di De Michelis avrà un capolista all’altezza del suo leader: nientemeno che Giancarlo Parretti, cameriere di Orvieto diventato finanziere intemazionale, gran faccendiere degli affari della Prima Repubblica, l’uomo che, partito alla conquista di Hollywood, per un momento fu alla guida della Metro Goldwin Mayer. Le sue scorribande furono fermate da quei soliti guastafeste dei magistrati: per quattro volte fu accompagnato in carcere, per truffa, frode fiscale, illeciti finanziari. Ora dichiara di essere uscito indenne da ogni vicenda giudiziaria e si appresta a «scendere in campo». Con questo slogan: «Il vecchio è meglio del nuovo».


Dentro le liste di Forza Italia troveranno posto uomini della destra fascista come Pino Rauti, fondatore di Ordine nuovo, il gruppo neonazista che più ha fornito personale all’eversione nella stagione delle stragi. Rauti stesso è stato indagato (finora senza conseguenze penali) per la strage di piazza Fontana prima, per quella di Brescia poi. Secondo i magistrati che hanno condotto le inchieste sull’eversione nera, Rauti è stato un importante collaboratore dei servizi segreti negli anni Settanta dei depistaggi e delle «deviazioni».
Sono ancora alla ricerca di un accordo con Berlusconi altri personaggi dell’ultradestra come Roberto Fiore e Adriano Tilgher. Entrambi hanno alle spalle una lunga militanza nei gruppi della destra attivi nella stagione delle stragi e dell’eversione, benché siano usciti dai processi senza condanne penali. Ci sono poi i politici più vicini ai Furbetti del quartierino, quelli a cui sono arrivati i soldi della Banca popolare di Lodi, secondo quanto stanno raccontando l’ex amministratore delegato Gianpiero Fiorani e il suo collaboratore Donato Patrini.
Sono, secondo le prime indiscrezioni, Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti, Lega; Aldo Brancher, Romano Comincioli, Luigi Grillo, Paolo Romani, Forza Italia; Ivo Tarolli, Udc. Giuseppe Valentino, An, è invece considerato la «talpa» che avvertì i Furbetti di avere i telefoni sotto controllo.


Ugo Martinat, An, secondo un’inchiesta dei magistrati di Torino ha invece ricevuto soldi per il suo partito dal costruttore Vincenzo Procopio, che aveva appena vinto il primo appalto per i lavori della Tav in Valsusa. Il 19 marzo 2004 parte a favore di An un bonifico di 23 mila euro. «Procopio mi ha detto di fare un versamento ad An, dicendo che il partito aveva bisogno di fondi», racconta l’uomo che si era occupato materialmente dell’operazione. La conferma arriva poi dalla stessa segreteria di Martinat: il 7 maggio 2004 Alfredo Calvani, dello staff del ministro, chiama Procopio e gli conferma che il bonifico è arrivato. Ma non se ne farà nulla: l’indagine si è bloccata di fronte alla decisione del Parlamento di non concedere il permesso d’utilizzare come fonte di prova le intercettazioni telefoniche.


Dentro Forza Italia, Berlusconi non ne è entusiasta, ma anche Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, vorrebbe un posto nel prossimo Parlamento. Protagonista di una lunga serie d’inchieste giudiziarie, Formigoni ne è uscito
senza conseguenze. Resta però l’inopportunità politica di candidare un personaggio coinvolto in molte vicende che, pur non avendo avuto conseguenze sul piano giudiziario, dovrebbero comunque aveme sul piano politico. Ma soprattutto resta incrinata l’immagine di un uomo che i rapporti intemazionali indicano
come uno dei protagonisti dello scandalo Oil for food, avendo ottenuto contratti petroliferi di favore elargiti da Saddam Hussein per 24,5 milioni di barili (con un guadagno che potrebbe aggirarsi attomo ai 10 miliardi).
Ci sono poi i parlamentari che hanno già sul groppone una condanna definitiva (come documentano siti come www.beppegrillo.it o www.societacivile.it).


Quanti saranno ricandidati dai loro partiti? Tra questi, nelle file di Forza Italia si trovano Massimo Maria Berruti (indagato per corruzione e per mafia, condannato per favoreggiamento a Berlusconi nel processo sulle tangenti alla Guardia di finanza); Marcello Dell’Utri (condannato definitivo per frode fiscale e false fatturazioni, oltre che per mafia in primo grado); Gianstefano Frigerio
(per corruzione); Egidio Sterpa (per la tangente Enimont); Antonio Del Pennino (oltre a Enimont, per le tangenti sulla metropolitana milanese); e poi Walter De Rigo (falsi corsi professionali), Giorgio Galvagno (reati ambientali), Alfredo Biondi (evasione fiscale), Alfredo Vito (corruzione).
Nell’Udc militano Vito Bonsignore (condanna definitiva per tentata corruzione) e
Calogero Sodano (abuso d’ufficio). Tra i Repubblicani, Giorgio La Malfa (condanna definitiva per la tangente Enimont).


Nel centrosinistra si trovano Paolo Cirino Pomicino, Udeur (condanne definitive per Enimont e per i fondi neri Eni) e Augusto Rollandin, Union valdotaine-Ds (favorì una ditta per un appalto). Non si sa più se è a destra o a sinistra
Vittorio Sgarbi (condanna definitiva per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, rappresentato dal ministero dei Beni culturali), che per ottenere una candidatura da tempo si sta muovendo su più fronti.


Quanto ai capi della Lega, per quanto riguarda i rapporti con la polizia non hanno nulla da invidiare all’odiato no global Francesco Caruso: sono stati indagati per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale durante gli scontri davanti alla sede milanese della Lega in via Bellerio sia Roberto Maroni (poi condannato definitivamente), sia Roberto Calderoli (che è stato indagato anche per scontri con la polizia a Brescia), mentre Umberto Bossi ha una condanna definitiva, ma per la tangente Enimont. Il catalogo è questo.
Eppure il cittadino elettore non potrà scegliere: una croce sul simbolo del partito e via.

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COMMENTI:


Autore: alez
( martedì 21 febbraio 2006, ore 13:50
)

...mmadonninabona!
Io sono incensurato!
Non potrò mai fare il politico!
Uffa!




Autore: tiredbrain
( martedì 21 febbraio 2006, ore 11:01
)

Purtroppo il cittadino elettore ha sempre più la tendenza a "mitizzare" questi furboni, idealizzandoli come esempi di persone che comunque alla fine hanno fatto i cazzi loro e sono arrivati lì, a dimostrazione non che sono dei disonesti, ma che sono furbi.




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