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lucius
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CITTA': comune della Padania(sic)
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ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
comodo,pulito,elegante senza dare nellocchio
ORA VORREI TANTO...
innamorarmi di brutto,baciare tutti i bambini che incontro e stare vicino a tutte le persone conosciute che stanno male(lista lunga..)
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
la vita,come sempre.. E come riuscirà a difendere la mia Benetton questanno...Er Pop(ovic) gna fa a tornà in difesa veloce come Ringo o gna fa?Gna fa,gna fa...
OGGI IL MIO UMORE E'...
(a)normale,come sempre
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di lucius da commentare:
WASL (double-iu-ei-es-el per quelli che non sono pratici), che bella sigla! Sembra di essere all’Olimpic Tower mentre noi della Wasl parliamo a tu per tu con David Stern. WASL infatti significa West Asia Super League.Un gruppo di privati che si sono messi in testa di fare una specie di Euroleague tra le nazioni del Medio Oriente. Affascinante, pensi. E ti vengono in mente gli sceicchi del petrolio ammantati dalle loro magnifiche tuniche che sfumano dal bianco all’avorio passando per l’ocra fino al tabacco. Peccato che poi in testa si mettano la kefia, un tovagliolo da trattoria che sembra rubato ai tavoli di Gustarello a Tor di Quinto. A Dubai girano su limousine abbrunite col seguito di donne tutte vestite di nero, i guanti neri, chador nero e neri anche gli occhi nell’unica fessura consentita ai loro abiti. Ne ho colta una in uno di quei loro sterminati Mall dove trovi la stessa roba che troveresti all’Upim sotto casa, mentre tentava piena di entusiasmo di provare un profumo nuovo che la commessa le stava consigliando. E non avendo alcun millimetro di pelle scoperta per spruzzarsene un po’, lo aspergeva nell’ aria cercando poi di annusarlo al volo come il mio labrador quando sente odore di gatto.
Sono partiti in gran sprone quelli della Wasl, ma subito hanno avuto qualche difficoltà di calendario con le federazioni nazionali. Gli Arabi infatti hanno una dimensione del tempo completamente diversa dalla nostra. Non sono ossessionati come noi dalla programmazione e dalla puntualità. Credono molto più di noi nella fatalità e le danno una grossa mano affinché questa domini le loro faccende. Io ho saputo la data di inizio e il calendario del solo girone di andata della prima fase del campionato solamente due giorni avanti la prima partita. Ma perché avevo molto insistito per avere notizie. Ora che la prima fase è finita alcune squadre hanno già cominciato la seconda fase mentre noi eravamo impegnati in Siria con la Wasl e tuttavia non si sa ancora nulla del calendario di questo nuovo girone di andata. Quando poi verrà reso noto non sarà il caso di dargli troppa importanza perché le partite vengono continuamente spostate in funzione della televisione che domina sovrana con due, tre dirette alla settimana, cosa che tiene ben lontani i tifosi dai palazzetti. Chi te lo fa fare di immetterti nel traffico pazzesco di Beirut quando la partite te la puoi vedere comodamente in poltrona?
All’ultimo momento si è deciso di fare la qualificazione in due concentramenti di 5 squadre uno ad Aleppo e l’altro a Teheran. Io,che cogliendo l’occasione della fine della prima fase orgogliosamente conclusa dalle Blue Stars al secondo posto, me ne ero venuto a Roma a riallacciare i discorsi della mia amata LUB (Lega Universitaria Basket), al mio ritorno trovo un tipo ad accogliermi che mi dice: domani si parte per Aleppo. Con quale volo chiedo io? Macchè volo, dice quello, la WASL non ha un soldo e non ha ancora pagato nessuno. E poi Aleppo è dietro l’angolo. Dieci ore di viaggio di cui due ore e mezza alla frontiera con la Siria perché i discendenti degli Assiri non si fidano dei libanesi discendenti dei Fenici. Tant’è che hanno portato via i loro soldati e carri armati da Beirut solo pochi mesi fa dopo venti anni di insistenze da parte dell’ONU. La WASL, a dispetto dello stupendo effetto “americanofono” della sigla, non solo non ci ha mandato in aereo ad Aleppo, ma nemmeno ci ha messo a disposizione un pullman, bensì su un “van” dove erano stipati 12 giocatori di basket, allenatori, dirigenti e tutti i bagagli che non avevano trovato posto sul tetto.
Ho preso la cosa sportivamente perché in fondo le autostrade del Middle East sono affascinanti, per il totale disinteresse al codice di comportamento dei suoi conducenti e l’assenza di ogni elementare forma di segnaletica. Del resto, se anche essa ci fosse, gli automobilisti non potrebbero accorgersene, occupati come sono a telefonare, fumare e suonare il clacson. In questi paese il cambio automatico, quando c’è, è una vera benedizione, e se ti fermi a un semaforo e senti alle tue spalle un concerto di clacson inferociti, è perché hai avuto la pessima idea di fermarti al rosso. E’una cosa che da queste parti non ti perdonano facilmente.
Lasciato il Libano e imboccata l’autostrada siriana mi sono compiaciuto che nella notte fonda i fari illuminassero tre corsie e anche una corsia di emergenza: “Visto - ho detto al mio assistente iracheno - come siete seri voi nel modo dell’Islam reale?” Non avevo ancora terminato la frase che dalla corsia di emergenza sono partiti due sinistri colpi di abbagliante. Perché se da noi degli sciagurati a volte occupano la corsia di emergenza per guadagnare qualche metro di coda, in Siria la corsia di sorpasso serve alle macchine che vengono contro mano. Del resto il contromano è un concetto che in Medio Oriente ha una sua elasticità. Perciò se in una via a senso unico un Suv gigantesco viene contromano, farai bene ad accostare per farlo passare, badando a non rovesciare il carretto del venditore di pistacchi.
Comunque il viaggio in van ha un suo fascino rispetto all’aereo impersonale e globalizzante. Io ad esempio ho raggiunto picchi di ecumenismo religioso. Le squadre di basket in Libano appartengono spesso a gruppi di matrice religiosa, ma poi la composizione delle formazioni e’mista con giocatori di qualsiasi religione: cristiani maroniti, armeni, musulmani sciiti, sanniti e via dicendo. E nelle squadre vanno tutti d’amore e d’accordo. Si dimenticano tutti di fare il “tagliafuori” allo stesso modo e non posso dire che gli sciiti facciano più assist o gli armeni meno tiri da tre. I giocatori di basket sono tutti uguali. Magari devi ricordarti qualche differenza culturale. Per esempio i musulmani non si spogliano, arrivano alla partita già cambiati. Se osservate in una gara ufficiale la squadra ospite, essa ha sotto la propria panchina i sacchi dei ragazzi contenenti i loro jeans e le loro felpe o le loro tuniche che indosseranno lì in pubblico appena l’incontro finisce con gli intervistatori della TV che interrompono l’MVP della partita mentre si sfila i calzini da gioco.
Il nostro feticismo di allenatori per gli spogliatoi, luogo di contrastanti passioni, ma sempre ventre materno di ogni squadra, subisce in Medio Oriente un duro colpo. Gli spogliatoi anche della squadra di casa sono stanzoni freddi e spogli e a volte non ci sono affatto. Yaya, il mio giocatore senegalese in trasferta a Tripoli, prima della partita ha fatto la fila con gli spettatori al bagno pubblico. A Dubai un bel palazzetto con tribune retrattili all’americana aveva accanto ad ogni spogliatoio una stanza col pavimento ricoperto di tappeti per la preghiera. Quando scatta uno dei cinque tempi giornalieri per la preghiera, i giocatori lasciano il campo e vanno a prostrarsi. Qualcosa di più del fugace segno di croce che qualche giocatore dei nostri accenna prima della palla a due.
Le cose si complicano un po’durante il Ramadan, mese del digiuno e della preghiera.Io non ne sapevo nulla e in un allenamento mattutino ai primi di ottobre vedo Rashid che dopo un tiro in sospensione si affloscia su se stesso come un gelato squagliato. “Rashid” gli dico, “hai fatto nottata in discoteca?” “Coach” interviene il mio assistente, altrettanto musulmano e altrettanto giù di corda: “Stiamo digiunando per il Ramadan!” “Oh scusate - rispondo io, pensando alla bella figura avevo fatto- se vuoi, fermati e prenditi un te”. “No coach!, dall’alba al tramonto non possiamo ne’mangiare ne’ bere”. E lo fanno sul serio! Ho dovuto spostare gli allenamenti del pomeriggio a dopo il tramonto. I giocatori arrivavano con piccoli viatici di cibo e come sempre con la propria acqua minerale perchè ancora non si fidano che il club procuri loro da bere durante l’ allenamento. Ma, come dicevo sopra, un viaggio di dieci ore in van con una squadra di basket mediorientale esalta il tuo senso ecumenico e ti conferma ancora una volta sulla fallacia delle differenze culturali e religiose: in un piccolo bus stipato di giocatori di pallacanestro, cristiani, maroniti, sciiti, sunniti e armeni, le scoregge degli uni non si distinguevano da quelle degli altri.
Valerio Bianchini
(dal sempre ottimo sito www.basketnet.it ) |
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