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di ecce_ da commentare:
Se i nemici siamo noi di Luigi Bonanate
Che cosa è più grave: che ad Abu Ghraib ci fossero anche degli italiani oppure che laggiù si fosse riunita una specie di «internazionale» di sadici e carnefici? È peggio che a Teheran venga bruciata la bandiera italiana o che vi si manifesti contro l’Occidente? In termini morali, ovviamente non importa la cittadinanza di chi ha agito, ma che cosa abbia fatto: torturare è ben peggio che bruciare pezzi di stoffa.
Ma c’è un lato, in queste brutte notizie, che ci colpisce in quanto italiani. Se non fosse che le ragioni sono molto tristi, verrebbe da sottolineare la novità e dire che, finalmente, nel mondo si parla anche dell’Italia. Come il nostro Presidente del Consiglio ci ha ripetuto alla nausea, anche noi contiamo e siamo amici dei potenti della terra. Ma getta nello sconforto accorgersi che una delle pochissime apparizioni italiane sulla scena internazionale è dovuta a eventi tanto esecrabili quanto evitabili. Non sono questi gli interventi umanitari che ci aspettavamo... Avremmo potuto persino consigliare, con un po’ di cinismo, ai nostri governanti come evitare certe trappole.
Vedete: forse qualcuno pensa che quanto più Abu Ghraib viene internazionalizzata, tanto meno le responsabilità «nazionali» appaiono gravi. Ma soffermiamoci un attimo sull’evento: tutti noi abbiamo visto le fotografie (e un notissimo pittore colombiano, Fernando Botero, vi ha dedicato una notevolissima serie di quadri esposti a Roma la scorsa estate) e ne siamo stati disgustati. Sappiamo che nella storia gli uomini hanno fatto anche di peggio, ma questa volta ciò che ci ha depressi maggiormente è stato lo spirito insolente, irridente, con cui le torture sono state applicate. Diciamolo chiaro: con l’arroganza della superiorità dell’uomo bianco! Che tra i torturatori ci fossero italiani non muta la gravità dei fatti: ma come erano arrivati ad Abu Ghraib? Non è il momento per della facile ironia: ma questa presenza rientrava nella missione umanitaria del nostro paese? Personalmente sono sicuro che non ci fosse alcun militare italiano tra loro e questo rafforza la preoccupazione che alcuni di noi (e io tra quelli) sollevarono quando in Iraq incominciarono i rapimenti di privati cittadini (di cui anche gli italiani furono vittima e tra loro il povero Quattrocchi, che perse anche la vita): volevamo segnalare che una brutta scia di mercenari (di poliziotti privati: chiamateli come volete, erano al «soldo» di chi li assumeva) aveva seguito i marines. Già appariva illegittimo l’attacco americano all’Iraq, ma quanto meno poteva nascondersi dietro un fine nobile; ma agli affari, via, in certe situazioni non ci si deve neppure pensare.
Non è una grande scoperta che degli italiani possono essere brutali e disgustosi come la soldatessa statunitense immortalata mentre fingeva di sparare contro i genitali dei prigionieri iracheni. Il dubbio è che qualche cosa stia andando storto nella politica estera nazionale. Basta fare due più due per vedere che l’ostilità anti-italiana non è stata sopita dalle dimissioni di Calderoli né dalle dichiarazioni di Berlusconi (che è riuscito persino a insinuare che Gheddafi stia per cader di sella). Sembra che, di colpo, la politica estera soft scelta dal nostro Ministro degli esteri crolli sotto i colpi del brutale realismo del collateralismo filo-americano. Effettivamente Berlusconi ha mille volte affermato che solo la sua amicizia per Bush consentiva all’Italia di entrare nel salotto buono. Tra i suoi amici più stretti c’è anche Putin, e allora il dubbio che frequenti delle cattive amicizie si rinforza...
La politica estera è tanto importante, per la salute democratica di un paese, quanto quella interna; non è un residuo né un hobby turistico. Vuole professionalità, serietà e competenza: il nostro paese, il cui governo si vanta di un quinquennio di stabilità, non ha però trovato in questa legislatura il ministro degli Esteri giusto, a quanto pare: Ruggiero se ne andò, Berlusconi lo interinò, Frattini colpì e fuggì; il cerino è rimasto nelle mani di Fini che era il meno interessato (con ogni probabilità) a un ministero nel quale non poteva esprimere se stesso e avrebbe dovuto verosimilmente anche fare buon viso a cattivo gioco. Se proprio dobbiamo trovarci all’onor del mondo per l’incoscienza di un per fortuna ormai ex-ministro o per la presenza di un italiano tra i torturatori di Abu Ghraib, almeno non vogliamo sentirci ripetere ancora (come il governo ritualmente e testardamente ogni volta fa) che si tratta di episodi circoscritti, che non c’era alcuna intenzione provocatoria, che ciò non coinvolge responsabilità governative, eccetera eccetera. Non sanno neppure quel che fanno né perché lo fanno.
Il mondo si sta attualmente avvitando in una difficile e un po’ insensata crisi. Volendo esportar democrazia, la si è ridotta; per difender le proprie radici si sono strappate quelle altrui; nella ricerca della pace si è espansa la guerra. È proprio vero che richiudere il vaso di Pandora, dopo che lo si è lasciato, quasi per distrazione, aperto è difficile: ci vuole saggezza, quella che contraddistingue i grandi stati che producono grandi statisti. È lecito dubitare che sia il caso nostro. |
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