

NICK:
raggioverde
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CITTA': cittadino mondiale non riconosciuto
COSA COMBINO: scombinato multinazionale
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dovrei avere più cose da leggere
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Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza
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maglioncino e maglietta sotto
ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
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Messaggio
di raggioverde da commentare:
La Punizione
“Avete violato la legge,” disse il sommo giudice Rimòn, alzandosi dal suo trono di marmo bianco. “Dovete essere puniti per questo.” La luce del fuoco di legna e carbone dentro il focolare a forma di emisfera illuminava il centro della sala ottagonale. Ogni parete era illuminata da una serie di torcie che non si spegnevano mai, a un metro e mezzo di altezza. Si mescolavano gli odori del carbone, delle piante aromatiche che bruciavano, degli olii sacri. Le fiamme facevano danzare sulle pareti una serie di ombre astratte che mutavano la loro forma dopo pochi secondi. “Facevamo del bene per l’umanità, padre nostro,” replicò Soraies, in piedi accanto al focolare, guardando Rimòn negli occhi. I suoi capelli neri lisci arrivavano fino alle sue sopracciglia. Anche i suoi occhi erano scuri, ma vestiva una lunga tunica bianca e calzoni bianchi con una cintura di tela celeste. Era alto e magro, si notava la tensione che attraversava il suo viso e i muscoli delle sue lunghe braccia. Con la mano destra teneva la mano della sua giovane figlia Anassia, che non osava ancora alzare lo sguardo. Anche lei era vestita tutta di bianco, anche i suoi sandali erano bianchi, come era pure bianca la cordicella con cui tratteneva i suoi lunghi capelli castani. “Avete ingannato Enthar, il mio fratello dal volto scuro,” disse Rimòn, pettinandosi la barba folta grigia con le dita della mano sinistra. “Ci sono parti del Piano che non è permesso a nessuno di noi di infrangere.” “Etiano era un uomo saggio, era utile per il mondo.” Anassia parlava con una voce controllata, ma non alzava lo sguardo verso Rimòn. Al massimo lanciava sguardi fuggiaschi a destra, dove tutti gli altri stavano seduti sui banchi di pietra e guardavano in silenzio. Non avevano il diritto di intervenire. “E per questo volevate insegnargli più delle vostre arti? Per questo avete cercato di trattenere il messaggero di Enthar, quando era arrivata la sua ora? Quello che facevate è pericoloso. Non si può attraversare il limite.” “E tutte le vite che Etiano avrebbe salvato, se fosse riuscito ad arrivare fino a Salmaneia, a scoprire i segreti dell’ erba delle montagne?” chiese Soraies, senza abbassare lo sguardo minimamente. “Tutti quelli che sono morti a Karto, a Sailas, a Marinto, in tanti altri posti, meritavano di morire? Uomini, donne, bambini… anche quello fa parte del Piano?” “Sì!” rispose Rimòn abbassando velocemente la testa. Poi la sua voce divenne più profonda e anche più forte. “Loro non possono essere come noi, non devono credere di potersi avvicinare a noi. O vuoi immaginare cosa potrebbe succedere se uno di loro potesse spedire la pioggia dove vuole, rovesciare il bosco e i campi, scagliare il vento di Belam, distruggendo città e cambiando la storia, per un capriccio? Quello che impareranno, che sarà concesso da noi, lo impareranno al suo tempo. Devono sapere quale è il loro posto. C’è soltanto una verità inviolabile: quando arriva l’ora di uno di loro, chiunque sia, è il destino, non abbiamo il diritto di cercare di cambiarlo. Enthar deve avere la sua parte, i suoi messaggeri devono andare e tornare, il ciclo deve continuare. Per gli uomini, per gli animali, le piante e gli alberi, tutto il dominio di Aonva. Talvolta anche per le città, anche per i regni.” Per prima volta Anassia alzò lo sguardo brevemente. “E di noi cosa sarà?” chiese, in una voce molto più fragile di prima. Una domanda con mille significati possibili, che rimase sospesa nell’aria della sala per qualche minuto. “Non avete ancora capito il vostro errore,” disse Rimòn in una voce bassa. Prese un ramo di quercia che stava accanto al trono. “Siete troppo di parte. Dovrete vivere qualche tempo lontani da noi, ma non insieme.” Soraies fece un passo in avanti. “Mia figlia è innocente, padre! L’idea era tutta mia, lei ha fatto soltanto quello che le dicevo di fare. Non era nemmeno nata nella Prima Epoca, quando ancora scendevamo, quando insegnai ai mortali le prime arti, come anche mio fratello Fortem insegnò a loro tante cose.” Rimòn scuoteva la testa lentamente, mise insieme le sue mani. “Non è più come prima. Anche questo fa parte del Piano, farete meglio il vostro lavoro dopo di imparare alcune cose.” Anassia aveva abbassato le spalle, guardava soltanto il pavimento nero, fatto di quella pietra nera che era prima il sangue di Rakan. “Dovremo andare… laggiù?” La sua voce appena si udiva. Col ramo di quercia, Rimòn segnalò prima Anassia, poi Soraies. “Tutti e due dovrete scendere, senza i vostri poteri, non potrete farvi riconoscere. Ma con te, piccola, sarò meno severo. Tu dovrai scendere per due anni, in questo tempo un umano appena comincia a capire il mondo dove è nato. Ma andrai nell’ Acasto, dove credono in noi e ci chiamano per i nostri nomi, dove la mia signora Naìra è riconosciuta come la protettrice di ogni casa. Soraies, tu andrai in un’ altra terra e ci resterai per una vita umana, sarà Enthar a riportarti tra di noi. Soltanto così capirai davvero il regalo che hai fatto ai mortali, come si sente e come si perde quella cosa che loro chiamano salute. Così è stato deciso.” Prese il ramo con una mano ad ogni estremo, lo portò in alto e in avanti lentamente, fino a estendere del tutto le sue braccia. Recitò alcune parole sotto voce mentre teneva ancora il ramo con le mani. Poi guardò gli altri, che stavano ancora seduti in silenzio. “E che questo serva da esempio anche per voi!” gridò all’improvviso. Portò il ramo dietro la sua testa e con un movimento brusco lo spezzò, poi lasciò cadere dietro il trono i due pezzi di quercia. Nel mondo dei mortali si scatenò subito una tempesta. “E la mia punizione quanto durerà?” chiese Soraies in una voce piatta. Aveva lasciato la mano della sua figlia, adesso aveva incrociato le braccia dietro la propria schiena. “Non è lecito che tu lo sappia, figlio mio,” disse Rimòn, guardando il fuoco al centro della sala. “E non cercare di toglierti la vita per tornare più presto. Diventeresti uno di loro per sempre.” Queste ultime parole le pronunciò più lentamente delle altre, e un’ onda di aria fredda attraversò la sala in pochi secondi. Tutti tremarono e si guardarono furtivamente. Anche la fiamma sembrava impallidita per qualche istante. |
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COMMENTI:
Autore:
Phelt
( sabato 25 febbraio 2006, ore 22:52
)
Il titolo mi piace, ora devo leggere anche il resto :-P
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