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Messaggio di ecce_ da commentare:
L’ombra lunga della rivalità
di Angelo Panebianco

Un plausibile scenario del futuro immagina un mondo diviso, tra una ventina d’anni, in alcuni grandi blocchi regionali, ciascuno guidato da una grande potenza (Stati Uniti, Cina, ecc.) o da un’ alleanza di due o più grandi potenze. Entro ciascun blocco regionale sarà elevata l’interdipendenza economica ma nei rapporti fra i blocchi vigerà il protezionismo. Al protezionismo economico si accompagnerà la rivalità politico-militare fra i blocchi.

E’ solo uno scenario naturalmente e la storia futura potrà smentirlo prendendo altre strade. Ciò che ha di interessante è il fatto che vi si ribadisce l’idea antica secondo cui economia e politica si sorreggono a vicenda: se i rapporti economici sono ispirati al protezionismo economico allora i rapporti politici si svolgono sotto il segno della rivalità, con forti rischi di guerra.

E’ una vecchia tesi liberale quella secondo cui il libero scambio favorirebbe la pace fra gli Stati e il protezionismo la guerra. La storia non ne ha dato inequivocabili conferme. E’ una tesi che ha il difetto dell’economicismo, è ispirata cioè all’idea fallace secondo cui la politica non sarebbe dotata di una sua autonomia, sarebbe solo una sorta di intendenza al seguito dell’esercito (l’economia). Però, ancorché non sempre in accordo con i fatti conosciuti, quella tesi contiene comunque un grumo di verità. Anche se non c’è alcun automatismo, è vero che il libero scambio crea normalmente un habitat più favorevole del protezionismo per lo sviluppo di rapporti politici ispirati alla reciproca fiducia.

Sfrondato della retorica l’europeismo è stato soprattutto questo: il generoso tentativo di costruire uno spazio economico comune in grado di sviluppare nel tempo un’ interdipendenza così stretta da eliminare per sempre lo spettro delle rivalità politiche che hanno insanguinato per secoli la storia europea. Se poi a tutto questo fosse anche seguita l’integrazione politica, tanto meglio.

Nella storia però i successi non sono mai definitivi, non c’è nulla di irreversibile. Nessuno pensa che il clima dell’Europa possa deteriorarsi al punto di riportarci ai drammatici conflitti di un tempo. Se non altro, perché l’Europa non è più, a differenza di allora, il centro del mondo. Però in un’Unione in crisi, dove non ci sono più gli abbondanti dividendi dello sviluppo che la legittimarono in passato, dove il timore degli «idraulici polacchi» ha conseguenze politiche, dove i corporativismi sindacali e professionali bloccano il decollo del mercato del lavoro europeo e dove la più brutale politica protezionista può essere praticata impunemente in nome dell’interesse nazionale (la fusione Gaz de France/Suez con cui Parigi ha bloccato l’Enel), quel clima di fiducia reciproca di cui si sono alimentati per decenni i successi dell’integrazione europea può anche svanire del tutto. E senza quel clima di fiducia non resta che la realtà, come ha scritto ieri Adriana Cerretelli ( Il Sole24 Ore) di «un club di Stati sovrani dove le regole valgono fino a che non prevale la logica del più forte».

Quante volte si è sentito dire «speriamo che l’Europa non regredisca ad area di libero scambio». Erano parole insensate. Magari l’Europa riuscisse a diventare un giorno ciò che non è mai davvero stata, un’area di libero scambio nel senso pieno, letterale, dell’espressione. Renderebbe meno probabile il rischio di essere di nuovo angustiata da seri conflitti politici fra le nazioni.

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