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Il museo della memoria negata: in mostra gli orrori di Mao
FEDERICO RAMPINI

A tre ore di volo da Pechino, cinque ore di auto da Canton, passata la città di Shantou bisogna inerpicarsi fra le colline, nella vegetazione lussureggiante del Guangdong, per scoprire un nuovo edificio circolare che sembra una pagoda buddista.

Solitario e deserto, custodito da un vecchietto con lo sguardo perso nel vuoto che fuma una sigaretta dopo l’altra, questo è il primo e unico memoriale di una delle tragedie della Cina comunista: la Rivoluzione culturale che Mao Zedong scatenò 40 anni fa, gettando la nazione in un decennio di caos e di terrore.
La memoria negata continua a perseguitare la Cina. Nel 1989 il movimento democratico voleva togliere da Piazza Tienanmen il mausoleo con la salma di Mao, per costruirvi invece un museo dedicato alle sue vittime. Ancora una settimana fa al Congresso di Pechino un gruppo di intellettuali guidati dallo scrittore Zhang Xianliang - pioniere della "letteratura delle cicatrici" dedicata alle sofferenze dell’èra maoista - ha presentato una petizione perché si costruisca nella capitale un museo degli orrori della Rivoluzione culturale. Anche quella richiesta è stata ignorata.

Sono passati trent’anni dalla morte del presidente Mao ma solo un piccolo funzionario di provincia ha affrontato il tabù e ha spezzato la congiura del silenzio: l’ex vicesindaco di Shantou ha fatto costruire questo museo con donazioni private; lui stesso dopo averlo inaugurato ora sembra spaventato per avere osato tanto, è diventato invisibile e si nega ai giornalisti. Nonostante la sua povertà, l’aspetto semiclandestino e la scarsità di visitatori, il nuovo museo di Shantou non lascia indifferenti.

La tecnica usata per ricostruire i fatti del 1966-76 è semplice ed efficace. Le foto in bianco e nero tratte dai giornali dell’epoca, insieme con brevi e sobrie spiegazioni, sono riprodotte e fissate sui muri sotto forma di incisioni su pietra nera. E’ come se la storia fosse rimasta scolpita per sempre su steli funebri. Lungo le pareti scorrono le istantanee della follia che precipita la Cina nell’isolamento internazionale, in una guerra civile istigata dall’alto, che semina morte e sofferenze per generazioni. Delle teche di vetro custodiscono vecchie spille di Mao, francobolli commemorativi, le prime edizioni del Libretto Rosso, i bracciali delle Guardie Rosse: reliquie del culto religioso votato al Grande Timoniere che fu all’origine di tutto.

Un’immagine cattura l’inizio "ufficiale" del movimento di massa: è l’8 agosto 1966, un corteo di giovani che protestano agita lo striscione su cui Mao ha scritto di suo pugno lo slogan "Bombardate il quartier generale". Il vecchio leader accende la polveriera, dà il via libera alla rivolta della base contro la burocrazia del partito. Lui stesso in quei giorni battezza il termine "Grande Rivoluzione Culturale" per indicare un movimento che all’inizio appare spontaneo e liberatorio, in realtà è manipolato dal presidente per riprendersi un potere che gli stava sfuggendo. C’è la mitica nuotata di Mao (allora 72enne) nel fiume Yangtze, esibizione di vigore di un leader che in realtà nasconde già i primi sintomi del morbo di Parkinson.

In una lettera scritta alla moglie Jiang Qing, una delle istigatrici del movimento, Mao annuncia esultante: "Grande è il caos sotto il cielo". Nel solo anno 1966, spiega una didascalia, ben undici milioni di giovani inquadrati nei ranghi delle Guardie rosse affluiscono in pellegrinaggio a Pechino nelle adunate oceaniche di Piazza Tienanmen per sentire i comizi di Mao, imparano a memoria le massime del Libretto rosso, poi sciamano per il paese a diffondere il nuovo Verbo radicale. Ci sono foto di bambine delle elementari che incollano dazebao a scuola per criticare i propri maestri: un ingrediente della Rivoluzione culturale è la rivolta generazionale, la ribellione dei giovani contro gli anziani (donde gli attacchi virulenti a Confucio e alla sua etica "paternalista").

Si vedono contadini in cattedra all’università di Pechino per insegnare il pensiero maoista: preludio alla chiusura delle facoltà, alla deportazione dei giovani cittadini nelle campagne, alla paralisi degli studi e della ricerca. Poi arrivano le immagini più dure, scattate durante le campagne di "rieducazione socialista". Contadini costretti a umiliarsi nell’autocritica pubblica davanti al villaggio accusandosi di "deviazioni borghesi". Uomini alla gogna con al collo il cartello di "controrivoluzionario". Vecchi costretti a indossare in pubblico magliette con l’elenco delle loro colpe, come la stella di Davide degli ebrei sotto il nazismo. I processi sommari ai monaci tibetani, che sfilano tra gli insulti con il lungo cappuccio della vergogna. Statue di Budda coperte di striscioni contro "l’idolo reazionario".

Poi Mao ha paura che gli sfugga di mano la spontaneità movimentista delle giovani Guardie rosse. Con un voltafaccia il Grande Timoniere scatena le forze dell’esercito regolare in una repressione feroce dei suoi stessi sostenitori. E’ il periodo della massima violenza e dell’anarchia, dei regolamenti di conti mortali tra le fazioni. Si vedono assemblee di giovani con le teste fasciate e sanguinolente, braccia e gambe ferite e bendate, in mano lance e coltelli, gli strumenti di una guerra civile all’arma bianca. Ci sono i "criminali" arrestati dalle Guardie rosse, legati e in ginocchio, in attesa di esecuzione. Le foto che arrivano sulla stampa libera di Hong Kong di orrende torture, cadaveri mutilati e sventrati e poi appesi agli alberi per "educare le masse", i morti che galleggiano nel Delta delle Perle.

La sezione della mostra dedicata alle vittime è ricca di personaggi illustri: il segretario personale di Mao caduto in disgrazia, che si suicida nel 1966 senza che il capo muova un dito per proteggerlo; tanti artisti famosi perseguitati, imprigionati, deportati nei lager, "suicidati", le loro opere proibite e bruciate in piazza negli autodafè. La tragica fine dell’ex presidente della Repubblica Liu Shiaoqi morto di malattia dopo le torture, sepolto sotto falso nome per negargli il funerale. Ma nel museo di Shantou solo le vittime famose hanno diritto a qualche scampolo di omaggio.

Solo i politici e gli intellettuali precipitati nella disgrazia hanno lasciato qualche traccia, libri e proteste, e i loro discendenti hanno avuto gli onori di una riabilitazione postuma. Centinaia di migliaia, forse milioni di perseguitati restano nell’ombra, perfino a Shantou sono volti senza un nome. Quante furono le vittime della Rivoluzione culturale? Il museo cita solo casi locali: 13.000 in fuga da Shandong, due milioni colpiti dalla carestia a Wuhan. Il bilancio dei morti resta un segreto di Stato. Eppure tanti parenti e discendenti delle vittime sanno, e sono costretti a seppellire il dolore nella memoria privata, senza poter cercare un senso a quella tragedia.

L’esposizione si chiude con il processo alla Banda dei Quattro, inclusa la vedova di Mao, capri espiatori su cui vengono fatte ricadere le colpe maggiori. C’è il lieto fine, la vittoria di Deng Xiaoping, il moderato che inaugura l’apertura della Cina al mondo e le riforme di mercato. Su Deng la Rivoluzione culturale lascia tracce personali e dolorose: un lungo periodo di emarginazione dal potere, la violenza delle Guardie rosse che si accanisce contro suo figlio facendone un invalido a vita. Eppure è Deng a blindare il dibattito politico con la celebre frase su Mao: "per il 70% giusto, per il 30% sbagliato". Deng e i suoi successori fino all’attuale leader Hu Jintao hanno sempre negato ai cinesi la verità sulla Rivoluzione culturale per non rimettere in discussione il dogma sull’infallibilità del partito unico, il patto scellerato che li lega per sempre all’eredità di Mao.

All’uscita del museo di Shantou c’è una grande campana di bronzo, secondo la tradizione buddista i suoi rintocchi sono un ammonimento. Ma non c’è nessuno per suonare la campana. A fianco c’è un brano autografo dello scrittore Ba Jin, il grande romanziere del Novecento morto l’anno scorso all’età di 101 anni, lui stesso perseguitato durante la Rivoluzione culturale: "Costruire il museo non è compito di una persona. E’ una responsabilità collettiva per illuminare le generazioni future e tenere viva la memoria delle nostre colpe. Solo ricordando il passato possiamo essere i padroni del nostro futuro".

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