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«Donne, la carriera uccide il femminismo» Ma la sorellanza (privata) esiste ancora. di Maria Laura Rodotà
Donne femministe, guardatevi dalle femministe professioniste. Meglio le dilettanti, le praticone, le pragmatiche. Ascolteranno le vostre lagne, daranno dei consigli. E se per una volta le cose vi vanno bene non elaboreranno teorie ansiogene sulla fine della sorellanza solo perché alcune sorelle (vivaddio) guadagnano un po’ di soldi. Qualcuna si congratulerà e sarà fiera di voi; come ci si complimentava (invidiando, a volte) per matrimoni riusciti-carrettate di figli- dedizione alle opere buone.
Tutte attività che le donne apprezzano, ma forse meno di una volta. Il che preoccupa una delle femministe professioniste di cui sopra, l’inglese Alison Wolf, professore al King’s College di Londra. Ha appena scritto un saggio, pubblicato dalla rivista Prospect, sostenendo che la nuova generazione di donne che lavorano con grande impegno e buoni stipendi ha ucciso il femminismo. Motivazioni: il desiderio di riuscire e guadagnare ha allontanato le donne di talento dai mestieri storicamente femminili come l’insegnamento (milioni di insegnanti sottopagate ringraziano per le belle parole); e non lascia loro tempo per il volontariato, altra manifestazione dell’«altruismo femminile » (parole di Wolf; si attendono proteste dai milioni di volontari uomini). E la voglia di successo fa spesso accantonare-rimandare- limitare la maternità. Morale: «È la morte della sorellanza... dopo millenni in cui le donne di tutte le classi sociali condividevano le stesse esperienze di vita a un livello molto più alto degli uomini».
Tralasciando le millenarie esperienze comuni (subordinazione ai maschi, impossibilità di espressione e affermazione, violenze domestiche, parti atroci, ecc.); ammettendo che sì, nella società attuale—flessibile, low cost, quel che è — si è allargata la forbice tra donne garantite e benestanti e donne precarie e/o dipendenti dai compagni; qualcuna ha criticato Wolf. «Le donne non sono un gruppo omogeneo, non lo sono mai stato», ha replicato con la pazienza di chi deve rispiegare la scoperta dell’acqua calda Katherine Rake, direttore della Fawcett Society, che si batte per le pari opportunità. Aggiungendo: «Bisogna lavorare per creare un equilibrio tra le attività di uomini e donne; e valorizzare il lavoro non pagato, come occuparsi dei figli (sempre per uomini e donne, per chi non volesse capire, ndr)».
Comunque, in attesa delle nuove polemiche (ci sono sempre, con saggi così) vale la pena di tenere — faziosamente, dilettantescamente — presente che: 1) Le élite women, come le chiama Wolf, non sono tantissime; neanche nel Regno Unito, in Italia non ne parliamo. E l’idea wolfiana secondo cui ora esiste una minoranza di amazzoni che vincono sul lavoro alla pari con gli uomini non pare ancora credibile. Molte inglesi, letto il saggio, hanno smentito al volo. 2) Di élite men o comunque di uomini in grado di ben mantenere una moglie e due-tre figli garantendo che non scapperanno mai con una aitante moldava se ne producono sempre meno. Per cui, tocca lavorare. 3) La sorellanza esiste; ma è limitata a piccoli gruppi (di donne simili e/o solidali in certe fasi o circostanze comuni). E si manifesta nella vita personale. Sul lavoro è più complicato: a volte le donne sono poche, spesso capi e colleghi tendono a mettere l’una contro l’altra; spesso ci riescono da sole (a farsi la guerra; l’una, l’altra, altre ancora), come gli uomini, del resto. 4) Vista la scarsità di élite men moldava-resistenti e di ragazzi moderni che condividano fatiche domestiche e familiari (loro sono in aumento, però) la questione lavoro-famiglia è più attuale che mai. Ma non si risolve denunciando il calo di altruismo femminile (le femministe italiane lo chiamano «la cura»). 5) L’altruismo o cura è una cosa bellissima. Fa sentire nobili, fa sentire bene, è antistress. Invece di tormentare le donne, consigliamolo agli uomini, è meglio della palestra (Ps. E le donne bravissime a lavorare alle quali della «cura» non frega niente? Quelle che legittimamente non amano i bambini? Si spera che intervengano, nel dibattito, il femminismo è una cosa troppo seria per lasciarlo alla studiose professioniste). |
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