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il_poetO
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CITTA': Around Cittadella. Onara nolla conosce nisciuno.
COSA COMBINO: Lettere e Filosofia
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Sigmund Freud - Il Sogno, Also Spracht Zaratustra - Nietzsche, Poesie - Andrea Zanzotto (2a volta), Il Garofano Rosso - Vittorini, i due manuali di storia contemporanea.
HO VISTO
La Città Incantata, Shrek 2, Fuoco Cammina con Me, Lora di religione.
STO ASCOLTANDO
The Future Sound Of London, Mark Hollis, Mouse on Mars, Flaming Lips, Sonic Youth.
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Nu ginz e na maglietta.
ORA VORREI TANTO...
Guardare la capovolta del cielo.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
Storia contemporanea, Letteratura contemporanea, Filmologia.
OGGI IL MIO UMORE E'...
So, why so sad?
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

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di il_poetO da commentare:
 DJ Shadow Endtroducing… (Mo’Wax 1996)
Ok, partiamo dal titolo. Potremmo guardarlo di traverso e chiamarlo neologismo, o storpiatura, o quel che volete; sta di fatto che questo vocabolo, Endtroducing, sin da subito testimonia l’intelligenza del lavoro e dell’autore stesso. Ci si imbatte a volte in prodotti che manifestano aspetti, particolari non giustificati, dettagli poco curati o lasciati al mero ruolo riempitivo; c’è sempre una componente casuale in ogni lavoro, tanto più grande quanto minore e superficiale è l’attenzione rivolta alla sua realizzazione. Un titolo però che faccia quasi forzatamente germogliare dubbi e quesiti, beh, di certo non si può ritenere frutto di un’associazione libera di idea e suono: è una traccia, un indizio, la porta che separa la superficie dall’essenza. E la chiave che scioglie l’enigma Endtroducing la si trova nella terza di copertina del booklet; una nota dell’autore (Josh Davis all’anagrafe) dice: This album reflects a lifetime of vinyl colture. Una nota che ha il sapore dell’epigrafe. Nel 1996 infatti la vinyl colture è giunta oramai all’inesorabile tramonto; il CD si è sostituito all’LP fra i normali fruitori e appassionati di musica, e si è insinuato pure nei club, fra i banchi di lavoro della nuova generazione di DJ. E per chi ha speso una vita fra gli scaffali dei music store di mezza America, dando luogo a un rapporto quasi fisico, sicuramente feticistico, con l’oggetto-vinile, una inconsolabile nostalgia è un sentimento che sentiamo di poter capire e condividere. Lo si vede sin dalla foto in copertina come questo album voglia essere una testimonianza, un atto dovuto, un omaggio a una realtà in declino, che ha dato soddisfazione e fama a nomi storici della scena hip-hop (e non solo) dal calare dei ’70 fino alla prima metà degli anni ’90: Jazzy Jay, Grand Wiz Theodore, Grand Master Flash, DR. Dre e molti altri. End-troducing, quindi. Quando una parola dice tutto, pur non significando nulla -almeno a un livello linguistico codificato da dizionari e grammatiche. Eppure lassonanza con il verbo To Introduce è palese, e palese e paradossale è pure la volontà di caricare il titolo di un significato opposto a To Introduce. Quando ci si affaccia a un qualcosa di nuovo è lecito aspettarsi che qualcuno o qualcosa ci prepari alla nuova esperienza. Ci introduca, appunto; ma nel caso di una realtà uscita dal ghetto al tramonto della propria esistenza? Ecco, immaginate di accodarvi allultimo momento al corteo funebre di una persona che in vita non conoscevate affatto. Immaginate il cammino, lultimo, e una voce narrante pensieri, parole e opere del defunto -magari attenta a tralasciare le faccende più nefaste, intonando invece una gigantesca apologia; ecco, immaginate... Ok, un po macabro come pensiero, e forse pure controproducente (dico: io che dovrei star qui a invogliarvi allascolto, e invece vi parlo di morti e funerali...). Insomma, in altri termini, questo lavoro di Dj Shadow si propone di entrare dalla porta sul retro, si propone pure di spiegarvi un libro partendo dallultima pagina; non inizia con “cera una volta a una festa in Jamaica un tale che si mise a parlare a ritmo su basi be-bop e nacque lhip-hop”. Inizia con “toh, questo è il bagaglio di tecnica e cultura riempito a furia di consumare solchi e puntine”, e parte scratchando (vabbè, pessima italianizzazione, ma per capirci: è quando il DJ fa il su e giù con le dita facendo scivolare il vinile sul piatto -!?!-) come un forsennato; per dire. E poi comincia col taglia e cuci. (Voce dal coro) Eh? Taglia e cuci? Sì, insomma, …cutnpaste. Cavolate a parte, questo procedimento è ciò che caratterizza Endtroducing. Ed è ciò che giustifica pure tutta la lunga digressione para-storica che finora vi siete sorbiti. Insomma, Dj Shadow non suona una nota che sia una. I 65 minuti circa dellalbum sono riempiti di sample, loop, campionamenti e chi più ne ha più ne metta. E qui entra in gioco la “cultura del dj”; perché per pescare dalla California un verso di Michele Zarrillo (in: What Does Your Soul Looks Like part. 1) e inserirlo in un contesto musicale hip hop-downtempo, beh, una certa cultura musicale la si deve pur avere. Che poi, non ho fatto altro che parlarvi di hip-hop e vinyl culture, e allora uno, dallalbum in oggetto, si potrebbe aspettare –chessò- la classica ostantazione di abilità rimatoria, catene doro, auto lussuose, bills bills bills, big booties (e questo non ve lo traduco) che fanno tanto luogo comune del genere. Ebbene, nulla di più lontano da ciò. Tanto per capirci: è un lavoro totalmente strumentale, e le brevissime schegge di cantato (ma più spesso trattasi di semplice “parlato”) non hanno alcun valore comunicativo; sono –invece- parti integranti della texture ritmica e melodica del brano. Nulla più che corredo, arrangiamento. Il buon Josh Davis quindi piglia dalla sua vastissima collezione musicale spezzoni e spezzoncelli di melodie, loop di basso e batteria, tappeti di tastiere, organi e organetti, li miscela nel cilindro magico (con un pc, un paio di piatti e un mixer si fanno miracoli) e partorisce 13 mini-suites eterogenee, capaci di colpire al basso ventre lascoltatore più depresso con ritmi downtempo-lounge-buddhabar, suadenti come solo il più blue dei blues del Mississippi (What Does Your Soul Looks Like, Midnight in a Perfect World, Changeling e altre), e allo stesso tempo prendere alla gola lo zoticone metallaro, magari con un magistrale campionamento del basso dei Metallica (The Number Song) o magari con una cavalcata hardcore in salsa drumnbass psichedelica e pure un tantinello classica di viola e violoncella [gulp?! (Stem/Long Stem)]. Ma non mancano, appunto, capatine in territori classici, magari dalle bande di J. S. Bach (Organ Donor) farcito di hip-hop fino al midollo. E poi ancora sperimentazioni e tanto trip (hop) in quello che forse è il brano che più vale la pena: Napalm Brain/Scatter Brain. 9 minuti e mezzo di campionamenti di dialoghi dai film più disparati e tanto cazzeggio sfruttando quintalate di materiale che a elencarlo ci vai in pensione. Summa massima e onesta di tutto il capo-lavoro. E poi, insomma, non bisogna dimenticare altri passaggi importanti dal sapore prettamente dub e funk e funky. Ecco cosa si ottiene grazie alla passione decennale per la musica a 360 gradi, grazie a deviazioni feticistiche aventi come oggetto le rotondità del vinile, grazie a una sopraffina padronanza tecnica di piatti, campionatori e pc. La vinyl culture centra con i primi due aspetti; ma pure col terzo. Poi col ciddì e gli mp3, certo, tutto più facile; ma lidea di prendere cose altrui e de-contestualizzarle per produrre una nuova forma di espressione musicale, beh, nasce grazie a questi mori qua (oddìo, ho detto “mori”. Scusate: nigga ). Eggià; il discorso doveva più o meno vertere sullinterculturalità e io me ne salto fuori con un “moro”? … Beh, non è colpa mia se con la musica –i mori- c’hanno un rapporto viscerale, quasi fosse una loro manifestazione esistenziale che si intreccia, in forme molteplici, con un filo lungo tutta una storia. Dico: il Jazz e il Blues, presente? Charlie Parker, Miles Davis, John Coltrane da una parte, John Lee Hooker, B.B. King, Johnny Copeland dall’altra… Che poi si rischia di cadere nel luogo comune un po’ grottesco del tipo “I neri c’hanno il ritmo nel sangue” e allora si banalizzerebbe tutto il discorso, lo si ridurrebbe a mero folklore, quando invece la musica, per un popolo, è un percorso narrativo continuo; mettere un cd qualsiasi dei “signori” qui sopra elencati vuol dire sfogliare una pagina di storia. Una storia che va al di là di dati, fatti e misfatti, persecuzioni e lotte: una storia che germoglia dal personale e fora l’universale, che adotta tutta la gamma dei sentimenti come chiave di lettura della realtà. Ci sono il sangue, l’odio, le lacrime, la tristezza, il fiato grosso, la festa, il sale sulla pelle, l’amore… C’è l’uomo dietro la musica di un popolo, in carne e ossa. Nessun massimo sistema. Solo le confidenze di un volto davanti allo specchio. E qui, ancora, dopo i decenni trascorsi dall’età dell’oro del jazz e del blues, negli ambienti borderline dei ghetti, delle periferie, ancora emerge la volontà di legare indissolubilmente musica e storia, scrivendo il capitolo di una generazione che, pur ribadendo la propria identità, vuole l’integrazione nel tessuto sociale e lo manifesta con l’abilità e i mezzi che più le sono congeniali. L’enciclopedica cultura musicale si manifesta, qui nel mondo di vinile di DJ Shadow, nel modo più “interculturale” possibile, come una mano tesa a 360 gradi: un invito, una introduzione a un mondo in cui si ponga fine a confini menzogneri di generi e di razze e si cooperi alla conquista di un futuro dove si possano mettere a frutto esperienze, abilità e sentimenti acquisiti e provati lungo percorsi diversi. E se di ciò non è un esempio sufficiente l’assonanza trovata/creata da Davis fra un sample preso da “Afro American Suite of Evolution” e un gorgheggio smieloso di Zarrillo… Cioè, dico: Michele Zarrillo che incontra l’Africa in California: tre continenti nei 6 minuti di brano che chiudono il lavoro…
Simone Lago. |
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