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Messaggio di ecce_ da commentare:
Il diritto di parola sta dentro una mail

United Coglions of Berluscons: cosa c’è dietro venticinquemila messaggi di gente che manda la foto di se stesso, del suo amico, di suo fratello e del cane e si autodefinisce "Coglione"? Cosa c’è dietro la quantità (le migliaia) e la qualità (l’ironia) di una manifestazione di massa fatta con l’e-mail? E’ un movimento, uno "smartmob", come li chiama Howard Rheingold, teorico californiano della società internet o uno scoppio di "IP democracy" (titolo peraltro di un famosissimo blog. IP: dalla sigla che indica il set di procedure che permette a internet di funzionare)? O qualcosa di più casereccio?

Forse entrambe le cose e molto di più. Il "coglione" lanciato dal presidente del Consiglio ha illuminato tutti noi sullo stato della comunicazione in questo paese. Ecco cosa è successo.

Il blog teorico: la teoria politica e l’uso sapiente del mezzo sta dentro l’idea dei due ragazzi che studiano comunicazione politica e che, appena udito l’Insulto Fine di Mondo, aprono un sito che suppergiù si chiama "sono un coglione". Scatta una sinergia virtuosa fra mezzi. Perché se quel sito fosse rimasto da solo a protestare sul web, avrebbe raccolto poche centinaia di visite e avrebbe dovuto affidarsi ai tempi lunghi del passaparola.

Invece quei ragazzacci chiamano le agenzie, i giornali on line, che pubblicano (anche questo che state leggendo) e le visite schizzano verso le decine di migliaia l’ora. Potenza dei giornali on line (e anche qui ci sarebbe da riflettere su come e chi fa l’agenda dei media nel corso della giornata) associata alla forza di una buona idea: era un blogghetto pulcino nero, è diventato il cigno delle news del 5 aprile.

Ma fin qui è tutta capacità di tenere i contatti buoni, di farsi sentire dai media. Ha contato che dietro i ragazzi ci sia stato (suppongo), chi, professionista della comunicazione, ha subito capito quali erano i corto circuiti giusti da provocare.

Ma veniamo alle "masse". L’iniziativa di Kataweb parte in sordina la mattina del 5 aprile. "Facce da Orgoglione" però è decollata subito, e senza bisogno di pubblicità. Un fenomeno spontaneo, con dediche, foto, video, testi più lunghi (e qualche volgarità del tutto inutile e marginale). Migliaia di persone, di indirizzi di posta veri, di letteratura e frammenti accroccati dentro un grande "muro", come quelli che ci sono nei siti delle squadre di calcio e gli ultrà li usano per criticare l’allenatore.

Gli americani, nei convegni specializzati, dopo aver raccontato un episodio a loro parere significativo, ricapitolano sempre con l’espressione: "lesson learned" , la lezione che abbiamo appreso. E’ un espressione-ammonimento verso chi ascolta: stammi a sentire, ché abbiamo scoperto qualcosa che "deve" interessarti.

La lesson learned di questa giornata è che sarà pur vero che in questo paese con i siti internet non ci puoi tirar su milioni di euro in sottoscrizioni elettorali, come avvenne per Howard Dean negli Usa (ma intanto i partiti neanche ci provano). E’ senz’altro vero, inoltre, che questo non è il paese del citato Rheingold, dove internet diventa la terra della "trust economy" e della fiducia reciproca e dell’equanime partecipazione, fatta di parole soft e locuzioni soffici. Non è questo quel paese.

Ma di certo è un posto dove decine di migliaia di persone scelgono un mezzo tecnologicamente povero per esprimere protesta contro un potere che domina e sovrasta. Quella di chi si sente schiacciato da un potere di parola assoluto, onnipresente. Un potere che non vuol rinunciare a nessuna parola, nemmeno la più bugiarda o la più volgare, che tutto può dire e può dirlo comunque, anche dirigendo il concerto dei media a sé ostili, grazie alla forza dell’annuncio e del "news-making", una capacità che ai poteri è dato di gestire a proprio vantaggio.

Ecco il punto: nulla più dell’arroganza innesta riflessi di reazione di massa nelle folle telematiche. Questa volta è toccato a Berlusconi, ma nessuno si senta in salvo.

Quell’ironia anticoglionica ha costruito un "people media" effimero, perché finisce col ciclo di vita della notizia, ma efficace come le "casse di risonanza" della controinformazione anni ’70. Può darsi che domani altri poteri, altre politiche, di segno opposto, debbano sperimentare questo genere di protesta civile. Che non è un genere di sinistra o di destra. E’ un genere che esiste, è nato mentre i media guardavano da un’altra parte. Un potere che appartiene a un’opinione pubblica che non è "nuova", è sempre la stessa, è opinione pubblica, ma ora ha diritto di parola ed ogni intenzione di usarlo. In fin dei conti non ci vuole nessun supercomputer. Basta una mail.

Seppellirà chi si mette di traverso.

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