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Messaggio di Neus da commentare:

In qualunque modo vada a finire, saranno mancati almeno 90.000 voti. Non tanti rispetto al totale degli elettori, un bel po’ se si considera che si tratta di persone che hanno manifestato in modo inequivocabile la loro volontà di partecipare al processo democratico dell’Italia. Gli esclusi sono i 90.000 immigrati che (secondo le stime degli organizzatori) lo scorso 16 ottobre presero parte alle primarie dell’Unione e contribuirono alle scelta di Romano Prodi come candidato premier. Naturalmente - se il centrodestra avesse svolto le primarie e se le avesse aperte agli immigrati - lo stesso discorso varrebbe per gli stranieri schierati con Berlusconi, con Fini o con Casini.

L’Unione stabilì modalità precise per la partecipazione, in particolare era necessario avere da almeno tre anni il permesso di soggiorno e iscriversi ad un’apposita lista. Considerando la complessità della procedura (agli italiani era sufficiente presentare la tessera elettorale) e il fatto che si trattava di un atto del tutto virtuale, quei 90.000 non furono meno, in proporzione agli aventi diritto, dei quattro milioni di italiani che lo scorso 16 ottobre si misero in fila per scegliere il candidato premier del centrosinistra.

La Costituzione stabilisce, all’articolo 48, che il diritto di voto spetta a "tutti i cittadini". Esistono delle interpretazioni secondo le quali la norma costituzionale non impedirebbe di estenderlo anche a "non cittadini", ma la naturalizzazione resta la via più diretta e semplice per l’acquisizione del diritto di voto.

Nel suo primo numero, "Metropoli" raccontò alcune storie emblematiche. Come quella del marocchino Mohammad, residente in Italia da trent’anni ma non ancora naturalizzato perché, qualche anno dopo l’arrivo, era stato fermato mentre vendeva per strada senza licenza. O come quella di Isidora, cilena, in Italia dall’età di sette anni, che si è vista rifiutare la naturalizzazione perché il suo reddito era troppo basso (lavorava in nero). Esistono poi regole particolarmente vessatorie che producono effetti surreali. Come quella secondo cui il figlio di un immigrato acquisisce la cittadinanza in modo automatico solo se è ancora minorenne nel momento in cui il genitore diventa cittadino italiano. Così, a volte, basta un ritardo di pochi mesi perché, nella stessa casa, ci siano padri e madri italiani con figli stranieri.

In fatto di cittadinanza siamo, contemporaneamente, tra i più tirchi e tra i più generosi del mondo. A un immigrato occorrono dieci anni di residenza (contro i tre della Germania e i cinque dell’Inghilterra e della Francia) e, soprattutto, la vigenza del principio dello jus sanguinis, fa sì che i figli di stranieri nati in Italia non siano italiani. Invece - e qua siamo generosissimi - il pronipote, nato all’estero, di un bisnonno italiano emigrato può diventare cittadino.

Così, in base allo jus sanguinis, abbiamo degli "stranieri" che sono nati in Italia, parlano l’italiano, pagano le tasse, ma non possono votare, e abbiamo degli "italiani" che non hanno mai visto l’Italia, non parlano la lingua, non pagano le tasse e possono votare. Il principio "no taxation without representation" (che non fu coniato dalle anime belle buoniste ma dai coloni inglesi che fondarono gli Stati Uniti d’America) risulta totalmente ribaltato. Un ulteriore elemento di divaricazione tra il paese reale e il paese legale. Ed è forse questo il dato da cui partire: la semplificazione delle procedure per l’acquisizione della cittadinanza e l’estensione del voto agli immigrati non sono problemi ideologici ma aspetti costitutivi della nostra democrazia.

La Repubblica 10/04/06

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