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di ecce_ da commentare:
Se cade il "fattore K" di MASSIMO GIANNINI
NEL diabolico sudoku del Quirinale qualche numero comincia a tornare. Forse non erano maturi i tempi perché cadesse il "fattore D". È quasi impossibile, a questo punto, che Massimo DAlema diventi presidente della Repubblica. Ma è molto probabile che ce la faccia Giorgio Napolitano, candidato unitario del centrosinistra. E con lascesa sul Colle più alto dellultimo esponente dellufficio politico del vecchio Pci, si può dire che in Italia sta ormai per cadere, una volta per tutte, il "fattore K". Non era la "prima scelta" del Botteghino. Ma salvo sorprese dellultima ora un "post-comunista", proprio come aveva auspicato Bertinotti, assumerà in ogni caso la massima carica istituzionale repubblicana. Diventerà il garante della Costituzione.
Rappresenterà lunità nazionale. Per il partito che fu di Togliatti e Berlinguer è comunque un risultato storico. E per lintera sinistra italiana è comunque un traguardo fondamentale. Non è più figlia di un dio minore.
Alla prima votazione a Camere riunite convocata per questo pomeriggio, lUnione si presenterà compatta con un suo candidato secco. La Cdl non lo voterà, e continuerà a votare per il suo candidato di bandiera. Alla faccia delle decisioni bipartisan, delle larghe intese, delle scelte condivise. Il nuovo Capo dello Stato sarà eletto a maggioranza assoluta, al quarto scrutinio, da un centrosinistra "autosufficiente".
Questo dispiace a chi vorrebbe per questo Paese un sistema politico più responsabile e più coeso, almeno sulle grandi scelte che riguardano la vita delle istituzioni e dei cittadini. Questo non piace agli inciucisti in servizio permanente effettivo e ai terzisti di complemento. Ma era prevedibile per non dire scontato, viste le premesse, le schermaglie e i tatticismi di questi giorni. Il risultato è il frutto di una lunga, faticosissima domenica di trattative tra e dentro i due poli. Una domenica enigmatica, ma alla fine paradigmatica per la politica italiana.
Il modo in cui si è arrivati alla candidatura di Napolitano fa giustizia delle ambiguità e delle falsità che in molti avevano costruito intorno al famoso "metodo Ciampi". Il centrodestra lo aveva reclamato strumentalmente, e lo aveva declinato in modo tutto suo. Un diritto di veto riconosciuto allopposizione. Non un criterio di confronto dialettico tra candidature diverse, allinterno del quale la maggioranza avesse comunque il dovere di riservarsi la decisione finale. Questo metodo funzionò nel 99 solo incidentalmente, perché nella rosa del Polo cera Ciampi e Ciampi fu il candidato portato nellultima, decisiva riunione, dallallora premier DAlema.
Questa volta il metodo non ha funzionato e non poteva funzionare per una ragione molto semplice. Nella rosa proposta ieri pomeriggio dopo mille scontri interni e mille esitazioni dal Polo, non solo non cera lo stesso DAlema, primo candidato sia pure non ufficiale messo in campo dal centrosinistra. Ma non cera nessun esponente dei Ds, primo partito dellUnione e finora non rappresentato nella geografia politica degli incarichi istituzionali del dopo voto.
Nel centrodestra si è riprodotta una spaccatura profonda, tipica dellinizio della scorsa legislatura. Berlusconi e Bossi da una parte, Fini e Casini dallaltra. I primi due puntavano al muro contro muro, pronti a speculare politicamente sulleventuale elezione di DAlema: dava garanzie al Cavaliere sulla giustizia e le televisioni, rassicurava il Senatur sul fronte delle riforme, e offriva a tutti e due la rigorosa tenuta del bipolarismo. In più consentiva al Polo di lucrare altri mesi di propaganda elettorale "anti-comunista".
Gli altri due, e soprattutto lex presidente della Camera, puntavano a stoppare il presidente Ds per le ragioni esattamente contrarie: qualunque altro candidato avrebbe lasciato aperto uno spiraglio centrista, e non avrebbe chiuso comunque i giochi del dopo-Berlusconi. Il Cavaliere aveva capito il trucco, e ancora ieri mattina, ha tuonato senza senso contro qualunque candidato per il Quirinale "con il cuore a sinistra", usando in modo strampalato lantica legge della democrazia anglosassone "no taxation without representation" per minacciare addirittura unaltra Vandea fiscale.
Con il passare delle ore, assediato dallex "sub-governo" An-Udc, ha invece ceduto qualcosa. Nel vertice con i leader dellUnione, Fini e Casini, insieme a Letta, hanno lanciato lultimo siluro a DAlema, "uomo troppo di parte e di partito", e hanno buttato lì altri quattro nomi. Amato, Dini, Marini e Monti. Provando persino ad azzardare un baratto. "Votatevi un Ds al Senato, portate Marini al Quirinale, e noi vi votiamo scheda bianca".
Dunque, non solo no a DAlema. Ma nellultima "rosa" polista non cera neanche un diessino alternativo. "Un gesto di rispetto verso DAlema", hanno spiegato Fini e Casini. "A me pare invece una pregiudiziale verso il mio partito", ha replicato Fassino. I leader di An e Udc hanno negato: "No, nessuna pregiudiziale. Ma è una questione vostra, vedetela tra voi". Il tentativo di Fini e Casini, sopportato da Berlusconi e contestato da Bossi, era chiaro. Bocciare DAlema, e far esplodere le contraddizioni interne ai Ds e a tutta lUnione. Ma la Quercia stavolta non è caduta nella trappola. E non solo non si è sfasciata, ma ha convinto lintero centrosinistra a candidare un suo uomo.
È stato lo stesso DAlema, nello studio a Santi Apostoli con Prodi e insieme a Fassino, a lanciare la contromossa: "Non hanno alcuna pregiudiziale contro i Ds? Vogliono un uomo delle istituzioni? Abbiamo chi fa per loro: è Napolitano. Non oseranno dire no a un ex presidente della Camera, migliorista filo-atlantico già dai tempi del Pci?". Così è stato.
La scelta è inappuntabile. Così come lo sarebbe stata quella di Giuliano Amato, che aveva tutte le carte in regola: riformista, vicepresidente del Partito socialista europeo, costituente europeo, ex premier e più volte ministro. Ma gliene mancava una: non è un Ds in senso stretto. Perché alla fine, ieri, questa è stata la posta in gioco dellintera giornata: accettare o respingere la pregiudiziale post-comunista messa in campo, per ragioni diverse, dai leader del Polo.
LUnione ha deciso di respingerla. Con la convinzione e la determinazione di tutti, stavolta. Di Prodi prima di tutto, che in colorito slang emiliano ha gridato "eh no, mica scelgo il capo dello Stato nellelenco che mi portano loro!". Di Rutelli, che si è spinto un passo più in là: "Napolitano è perfetto, e se ci dicono di no anche su di lui stavolta andiamo fino in fondo, e ce lo votiamo da soli". Di Fassino, che è soddisfatto: "È un buon giorno per il nostro partito". E alla fine anche dello stesso DAlema: "Con questo esito la sinistra incassa un enorme risultato politico. Per noi è una festa, altro che storie. E lo è anche per me, che non cercavo e non cerco onori personali".
A questo punto, chi resta con il cerino in mano sono proprio il leader di An e Udc. I sedicenti "moderati" del Polo. Quelli che hanno voluto far fare al Cavaliere i "giochini e casini fini", come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio. Hanno negato che dietro il no a DAlema si nascondesse una riproposizione aggiornata del "fattore K". Hanno cercato di circuire il Cavaliere, con il solo obiettivo di succedergli prima possibile. Non ci sono riusciti. La pregiudiziale cera eccome. Ma è caduta, o sta per cadere. E loro hanno perso, la partita e la faccia. |
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