

NICK:
raggioverde
SESSO:
m
ETA': 33
CITTA': cittadino mondiale non riconosciuto
COSA COMBINO: scombinato multinazionale
STATUS: sistemato
[ SONO OFFLINE ]
[PROFILONE
COMPLETO]
[
SCRIVIMI
]

STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere
HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto
ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)

MERAVIGLIE
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)
|
Messaggio
di raggioverde da commentare:
Il primo capitolo del romanzo "Stella Sbandante" che sto scrivendo:
Uno 21 ottobre 2000
Due uomini passeggiavano nella mattina d’ autunno, non molto dopo l’ alba. Entrambi portavano abiti di mezza stagione. Uno di loro, quello biondo, era vestito completamente di azzurro, eccetto le scarpe: indossava una giacca azzurra di lana e pantaloni meticulosamente stirati, mentre le sue scarpe erano nere, lucidate appena quella mattina. Magro e molto alto, si muoveva un pò bruscamente, come se non si fosse mai abituato alle dimensioni del suo corpo. Ogni tanto spingeva i suoi occhiali più in su sul suo naso oppure guardava intorno. Il suo viso era pallido, ma arrossito dal vento che soffiava. Era un uomo maturo, tra i trentacinque e i quarant’ anni. L’ altro, circa dieci anni più giovane, quindici centimetri più basso e più corpulento, indossava una giacca di cuoio verde, di stile fiorentino, e jeans neri. Aveva i capelli neri cortissimi, come da soldato. Le sue guance arrotondite e il suo naso dimostravano le sue origini slaviche. I suoi occhi scuri erano piccoli e concentrati, guardando sempre davanti. Non si era raso da tre giorni. Nella mano destra teneva un guinzaglio. Un pò più a destra, un pastore tedesco robusto seguiva i suoi passi. “Insomma, Ivo” disse il biondo, “mi vuoi spiegare cosa pensi di fare? Vieni a casa mia a svegliarmi alle sei, poi mi porti da un amico tuo per prendere questa bestia, e adesso ci troviamo in questo postaccio.” “Vedrai, Stefan,” disse l’ altro. “Non siamo ancora arrivati.” Si trovavano in una zona industriale. Fabbriche grigie e rumorose, circondate da auto vecchie e furgoni di ogni dimensione. Dagli edifici delle fabbriche protrudevano tubazioni, condotte e altri impianti di tutto tipo. Vapori scomparivano nel cielo mezzo nuvolato. Anche fumi, ma più lentamente. Il cane si alzava le orecchie, si muoveva la testa, annusava l’ aria. “Buono, Tobia” gli diceva Ivo ogni tanto. Poco a poco le fabbriche diminuivano. Dopo l’ ultima, la strada diventava soltanto un sentiero stretto. A entrambi lati del sentiero, pietre, cespugli, ed erbe si alternavano. C’ erano anche alcuni alberelli privi di foglie. All’ orizzonte si vedeva un ruscello fangoso attraversato da un ponte di pietra. “Ma tu credi di trovare Marina proprio a Ponticello?” chiese Stefan. Ivo non si girò la testa, non indirizzò nemmeno uno sguardo verso il suo compagno. “No, non lo credo per niente,” fu la sua risposta seccata. “Allora perché l’ unico giorno della settimana che non vado alla clinica mi vuoi trascinare in una colonia di zingari?” Ormai si avvicinavano al ponte. All’ altro lato del ponte, il terreno era coperto di alberi, a una distanza di almeno cento metri dal ruscello. Alcuni degli alberi erano già stati potati, altri tagliati per completo. Al suolo si immischiavano le foglie cadute e i rifiuti: sacchi di plastica, rottami, lattine, bottiglie, anche una sedia rotta. A distanza compariva qualche nuvoletta di fumo, mentre l’ odore particolare che si notava tradiva la presenza di plastica tra la legna che si bruciava. Ivo si fermò e fissò Stefan con lo sguardo. “Quando Marina è fuggita dalla casa, è andata da un gruppo di zingari, vero?” Anche Stefan si fermò. “Sí, ma non erano questi, era andata da quella maledetta, come si chiama, Alba, ricordi? Da questi qua perché andiamo?” Ivo sospirò. “Tutti questi hanno qualche tipo di mafia tra di loro. Alcuni gruppi si odiano pure. Quelli di Ponticello non sono i peggiori, ma stanno qui da parecchio, allora forse sapranno dirci qualcosa.” Adesso che stavano davanti al ponte, nei varchi tra gli alberi, Stefano ed Ivo potevano vedere alcune tende, principalmente arancioni o gialle, e più lontane, delle piccole case fatte di una mescola di materiali, mattoni, creta, cemento e pietre. Alcune case avevano anche dei pollai accanto. “Una volta che attraversiamo il ponte,” disse Ivo lentamente, “verranno a trovarci.” “E se ci vogliono derubare o ammazzare?” Invece di rispondere, Ivo si inchinò e dette due pacche alla schiena di Tobia. Il cane aprì e chiuse la bocca. Tobia attraversò il ponte per primo, poi Ivo, poi Stefan. Non passarono neanche due minuti da quando attraversarono il ponte, quando sentirono una voce d’ uomo gridare “Ehi, voi due! Cosa volete qui?” La voce veniva dalla loro sinistra. Il cane si fermò ed abbassò le orecchie. “Vieni qua fuori e ti spieghiamo”, rispose Ivo in un grido che sarebbe stato invidiato dagli ultrà di qualsiasi stadio. Davanti a loro, a più o meno venti metri di distanza, sbucò un giovane ragazzo di una ventina d’ anni, di pelle scura, coi capelli neri ricciuti e lunghi. Indossava abiti sportivi azzurri e rossi ma sporchi. Non era molto alto, ma l’ ampiezza delle sue spalle era impressionante. “Guarda che se siete venuti per combinarci guai vi freghiamo bene,” disse, fermandosi a una distanza di cinque metri da loro. Non era lo stesso che aveva gridato. Un altro zingaro venne lentamente da tra gli alberi. Era più alto di Ivo ma meno di Stefan, e aveva più o meno trenta anni. Aveva i capelli mezzo lisci che gli arrivavano fino al collo della camicia e una piccola barba. Sotto il suo occhio destro si notava una cicatrice rossa, il segno di una coltellata. La sua giacca nera e i suoi pantaloni marroni erano pieni di tasche. Fissò Ivo con lo sguardo e disse “Allora?” “Abbiamo bisogno del vostro aiuto” disse Ivo. “Non sarete mica poliziotti?” chiese il barbuto, mettendosi la mano sinistra in una delle tasche della giacca. “Macché poliziotti,” replicò Stefan, “io sono un dottore.” “Ecco, io ho lavorato per la polizia, ma come interprete. Non sono uno di loro, ma li conosco. Stiamo cercando una ragazza scomparsa.” “Quale ragazza?” sbattò il ragazzo zingaro. Stefan mise la mano nella tasca della sua giacca ed estrase una busta bianca. Aprì la busta e mostrò ai due zingari una foto che raffigurava una ragazza giovane, coi capelli biondi mossi che le arrivavano più in la delle spalle, dagli occhi verdi molto aperti, come se avessero scoperto qualche sorpresa. Tra le sue labbra carnose c’ era un sorriso radiante. Indossava una camicia a maniche corte di colore rosso scuro, come quello di una ciliegia matura. “Si chiama Marina Della Roccia,” disse Stefan, “è la mia sorellina.” “E te che c’ entri?” chiese lo zingaro giovane, segnalando Ivo con il dito. Ivo si chiuse gli occhi mezzo secondo e li aprì di nuovo. Il suo sguardo divenne ancora più intenso di prima, come una sfida a tutti a non crederlo. “Io la amo.” “Non è stata da noi,” disse il barbuto e restituì la foto a Stefan. “Questo lo sappiamo,” disse Ivo, dando un passo in avanti. “È stata da quelli di Alba, che vivono a … come cazzo si chiama quel posto?” “Cavanera,” disse Stefan. “Ecco,” continuò Ivo, “Marina è andata da loro due mesi fa, poi l’ hanno cacciata via. Poi non sappiamo dove è andata. Voi conoscete la zona. Se ne sapete qualcosa…” “Bella ‘sta storiella, ma noi per ché ti dovremmo aiutare?” chiese il barbuto. “Siediti, Tobia,” disse Ivo, e il cane, ben allenato come era, ubbidisse all’ istante. Ivo chiuse la mano sinistra in un pugno. “Francesco Verlani, lo conoscete?” “Ma chi è?” disse Stefan, ovviamente stupito. “Il maglionista,” rispose lo zingaro giovane. “Anche quando nevica, non si mette mai la giacca. Quel figlio di troia ha rotto due denti al mio cugino.” Era il momento decisivo. Ivo alzò la mano. “È uno stronzo che mi odia. Per lui c’è sempre un colpevole, qualcuno deve pagare. Non mi sopporta perché l’ ho fatto sfigurare davanti al commissario. Non volevo lasciare un bosniaco nelle sue mani, allora non sono uscito dalla sala nemmeno quando Verlani gridava. Ma se ho qualcosa da offrirgli, posso farlo venire qui. Oppure posso depistarlo per un pò, spedirlo da altre parti, così vi lascia in pace. La scelta è vostra.” “Ci vuoi minacciare?” chiese il barbuto. “Non basta.” “No,” disse Ivo. Mise la mano nella tasca, prese dal portafogli delle banconote. Dette un mazzo al barbuto, un’ altro mazzo al ragazzo. Vedendolo andare avanti, il cane si alzò, guardando tutti con molta attenzione. “Trecentomila a ognuno,” continuò Ivo, “il doppio se ci potete dire qualcosa. Avete le vostre regole, so che non siete ladri di persone. Chi viene da voi liberamente può anche partire liberamente. Non come alcuni altri.” “Lasciaci la foto,” disse il barbuto. Stefan gliela dette. Questi la mise in tasca senza guardarla. “Non siamo molto vicini a quelli di Cavanera,” spiegò il ragazzo, “ma nemmeno ci odiamo. Se ci parlavi di andare oltre Lubaro, da quelli della vecchia caserma, niente.” “Lui lavora a San Marcello,” disse Ivo, indicando Stefan. “Se uno dei vostri ha qualche incidente, vada lì e chieda del dottor Stefan Della Roccia.” “Stefan, non Stefano?” chiese il ragazzo. “La mia madre è svedese,” spiegò Stefan. All’ improvviso non c’era più niente da dire. O quasi niente. Dopo quasi un minuto di silenzio, il barbuto prese la parola. “Tu,” disse, segnalando Ivo. “Torna tra una settimana, proprio qui, a quest’ ora. Noi, in questi giorni, parleremo anche con altri. Porta i soldi. E niente sbirri.” “Niente sbirri,” replicò Ivo. “Ci vediamo.” I due zingari tornarono tra gli alberi senza dire niente di più. Ivo e Stefan si guardarono un momento e tornarono verso il ponte, verso la città. In un attimo Ivo sguinzagliò il cane. “Vai, Tobia!” gli disse, e il cane cominciò a correre velocemente. Dopo una centinaia di metri, Stefan parlò per primo. “Quella storia del bosniaco e del poliziotto, è vera?” “Panzana completa,” fu la risposta. “Verlani mi odia, ma questo è perche odia tutti quelli che non sono né poliziotti né nati nel suo quartiere. Comunque non verrà di qua, adesso è in vacanza e quando torna lo trasferiranno a Bergamo.” Si vedevano già le prima fabbriche. Tobia, dopo alcuni minuti di corsa, raggiunse Ivo nuovamente e continuò ad avanzare al suo passo. “Non capisco perché dovevo venire io,” disse Stefan, “perché non hai portato Piero, che dopotutto è sempre stato più legato a Marina?” “Piero è troppo nervoso. Avrebbe voluto andare a Cavanera e prendersela con tutti. Noi tre contro trecento. Marina non lo vorrebbe mai. Avevo bisogno di qualcuno più calmo.” “E se avessi rifiutato?” Ivo si fermò e guardò il fratello della sua ragazza. Aspirò un pò d’ aria, portando le sue labbra verso l’ interno della bocca. Se uno sguardo fosse di fuoco, avrebbe sciolto una montagna intera di ghiaccio. “Chiedi a quello stronzo di tuo padre come mai è tornato a Toronto così presto,” disse. Poi continuò a camminare. “Era per questo lavoro che ti volevo, adesso torna ad Aisievi se vuoi, io devo prendere un caffé e poi porto Tobia al commissariato.” Stefan si fermò, come se volesse calcolare il proprio percorso. Guardò il cielo e disse “Ivo, tu sei pazzo, lo sai?” “Certo che lo so,” disse Ivo in una voce completamente piatta, “ma sono il vostro pazzo.” Poi mise il guinzaglio al cane e se ne andò. |
ATTENZIONE:
Per commentare questo BLOG
è necessario essere iscritti
alla community di www.spritz.it
COMMENTI:
Autore:
RickyM.
( mercoledì 28 maggio 2003, ore 13:59
)
appena esce lo faro' mio sto libro!! ahha a
con dedica si spera!!
|
|

APRILE 2026
<--Prec.
Succ.--> |
| Do |
Lu |
Ma |
Me |
Gi |
Ve |
Sa |
| |
|
|
1
|
2
|
3
|
4
|
|
5
|
6
|
7
|
8
|
9
|
10
|
11
|
|
12
|
13
|
14
|
15
|
16
|
17
|
18
|
|
19
|
20
|
21
|
22
|
23
|
24
|
25
|
|
26
|
27
|
28
|
29
|
30
|
|