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Tombe etrusche trasformate in case abusive
Nei sepolcri del parco archeologico di Veio si dorme e si fa il bucato.
di Andrea Garibaldi

ROMA — L’ultimo mistero etrusco è questo: chi abita nelle tombe scavate in una parete di roccia nel parco di Veio? Disperati sicuramente, immigrati dall’Est Europa probabilmente, che come topi sono costretti a uscire e rientrare nelle tane coadiuvati dalle tenebre. Le tombe sono almeno tre, cosiddette a cubicolo, un accenno di arco d’ingresso, una camera sepolcrale. Ci vuole un quarto d’ora di cammino dal piccolo abitato di Isola Farnese, che rientra nel territorio della capitale, e dal santuario di Apollo, dove fu trovata la celebre statua di Apollo, conservata al museo di Villa Giulia, statua dall’enigmatico sorriso. Si arriva passando davanti a una cascata romantica, a una mola del ’900, a una casa rossa che fu sede di artigianali messe nere. Si scala un terreno impervio e polveroso, i poveri abitanti delle caverne hanno incastrato dei rami ai quali aggrapparsi.

In una delle tombe c’è una branda con un telo sopra, fra due pareti è sistemato un palo da dove pendono una ventina di camicie. Una è fresca di bucato, bianchissima. Un tavolo, una cassetta della verdura e buste di plastica appese al muro. Una boccia di vino bianco da cinque litri. Fuori, innumerevoli bottiglie di plastica di acqua e aranciata, buste di latte a lunga conservazione, involucri di frutta da supermercato e di «ali di pollo non separate». Due scarpe da ginnastica con dentro i calzini. Stendini. Una porta fatta con tre pezzi di fòrmica e quattro pali, anti-pioggia. In un’altra tomba, un ammasso senza forma di rifiuti e nella terza, salendo ancora lungo la montagna, stesso mucchio di stracci.

Siamo nel Parco di Veio, quindicimila ettari, venti chilometri a nord di Roma, fra la Cassia e la Flaminia, parco naturale e archeologico, attaccato dall’abusivismo edilizio e impegnato in una convivenza complessa con i nove Comuni che contiene. La città di Veio contese a Roma il controllo della riva destra del Tevere, fino a essere conquistata nel 396 avanti Cristo. Sotto al territorio del Parco riposano le rovine di Veio, sempre nei pressi di Isola Farnese, e migliaia di sepolcri (IX-VI secolo prima di Cristo), compresi quelli che danno rifugio ai cavernicoli forzati del 2006.

Nel marzo dell’anno scorso i guardaparco segnalarono al direttore dell’area protetta, Roberto Sinibaldi, la situazione davanti a quelle tombe. Erano abitate, i dintorni ricoperti di rifiuti. Fu deciso un intervento di pulizia straordinario, numerosi camion portarono via plastiche e scarti. Le tombe però non vennero chiuse e sono state di nuovo occupate. Tutta la parte archeologica del parco, tombe incluse, è di competenza della Sovrintendenza del Lazio, che lamenta carenza di fondi, sia per gli scavi, sia per il mantenimento del poco che è emerso.

Esattamente una settimana fa il nuovo ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, ha presentato a decine di corrispondenti della stampa estera in Italia una nuova tomba, scoperta grazie a un predatore di oggetti etruschi pentito: battezzata «dei leoni ruggenti» e nominata «la più antica tomba etrusca dipinta del Mediterraneo occidentale». Il luogo di sepoltura principesco, datato 690 avanti Cristo, si trova, in linea d’aria, a circa un chilometro dai sepolcri abitati dagli uomini-topi.
Prima della nuova scoperta la tomba dipinta più antica era quella chiamata «delle anatre», che resta la più scenografica di Veio, con le sue cinque anatre gialle rosse e nere e si trova a pochi passi dall’abitato dei disperati. Supponiamo ora che un turista tedesco, o meglio un inglese memore del «pellegrinaggio selvaggio» che D.H. Lawrence fece nei «Paesi etruschi», voglia visitare la tomba delle anatre, di cui ha letto sulla sua guida. Andrà dunque al santuario di Apollo, unico luogo ufficiale della zona, pagherà il biglietto, visiterà prima le rovine, disboscate dagli uomini del parco un paio di settimane fa in occasione di una festa con carri e calessi organizzata dalle sorelle Fendi, che hanno acquistato 170 ettari nelle vicinanze. Quindi, il nostro emulo di Lawrence, timidamente, chiederà ai due guardiani come si possa visitare lo storico sepolcro. «Dovete andare a Roma, a Villa Giulia — sarà la prima risposta —. A farvi dare l’autorizzazione». E subito dopo: «Ma adesso c’è la chiave spezzata dentro la serratura».

Per arrivare davanti al portoncino serrato delle «anatre» occorre fare un percorso da giungla vietnamita, rovi, cespugli e sterpaglie. Accanto alla tomba delle anatre ce ne sono altre due chiuse da altrettanti cancelli di ferro con lucchetti. Dentro una delle due si vede distintamente una branda. Di sicuro non apparteneva a un defunto del civilissimo e imperscrutabile popolo etrusco.




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