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Lo sfogo di Clio Napolitano: "Che formalismo sul Colle"
di MICHELE SERRA

BISOGNEREBBE essere nei panni di Clio Bittoni Napolitano, attuale padrona di casa al Quirinale, per capire quali siano, nel dettaglio, le "formalità" alle quali fatica ad abituarsi, lei normale cittadina per una vita intera, nel suo nuovo e prestigioso ruolo di prima signora della Repubblica.

Ma basta essere italiani per intuire che questa confidenza, fatta a un gruppo di studenti di scuola media, contiene una diffidenza decisamente "moderna" per la visione barocca e controriformista del potere che è tipica del nostro Paese. (E a Roma, non per merito o per colpa ma semplicemente per retaggio storico, gronda da ogni muro di palazzo).

Con malizia assolutamente politica, la signora Clio ha del resto specificato che bersaglio della sua educata insofferenza è "quella retorica che era propria del papato e della monarchia", ricordando ai suoi giovanissimi interlocutori che l’impegnativa magnificenza del Quirinale era a misura dei papi e dei re, dunque non della Repubblica... Di più, ha aggiunto che la pompa del cerimoniale appartiene alle "abitudini" di quel Palazzo, ma non è prevista da alcuna legge e soprattutto non dalla Costituzione.

Pur se toni e intenzioni erano più che garbati, non si può certo dire che l’esordio in un dibattito pubblico della signora Clio sia stato sfuggente o ipocrita. Ha parlato come una cittadina italiana di solida cultura democratica, e di lunga esperienza politica, che vede piuttosto compresse, tra quelle mura insigni, le sue abitudini ex-ante, tra le quali la sua partecipazione "alle iniziative del partito al quale io sono iscritta". E fin qui, si tratta di comprensibili riflessioni personali.

Ma ha inquadrato questo suo disagio dentro una questione, quella dell’eccesso di "formalità", che interessa molto anche l’opinione pubblica del nostro paese, specie da quando l’ingresso in Europa ci ha avvicinato a abitudini istituzionali parecchio differenti dalle nostre. Sarà anche pura mitologia democratica quella della regina di Norvegia che va al supermercato da sola come una massaia, o dei ministri inglesi, non importa se conservatori o laburisti, che raggiungono Downing Street in bicicletta, con le mollette a serrare i pantaloni. Ma allude, quella aneddotica, a una concezione del potere che è più pragmatica e meno formale. (Più "nordica" e meno spagnolesca, si sarebbe detto: ma ora, con Zapatero, si può dire di meno...).

Nel recente e notevolissimo The Queen, film inglese sui giorni della morte di Lady Diana, Tony Blair viene descritto mentre tratta al telefono gli affari di Stato seduto al tavolo del tinello con moglie e figli, in tuta, col televisore acceso, come un qualunque padre borghese d’Inghilterra. E la Royal Family, che pure è raffigurata anche dentro la raggelante crisalide di tradizioni irrigidite che le impedì, in quel frangente, di avvicinarsi al lutto popolare, assomiglia a una dinastia rurale e militare che appena può si abbandona ai suoi ruvidi costumi campagnoli. Impagabile la scena della regina in panne sulla sua vecchia Land Rover, guidata personalmente lungo tratturi e brughiere, con gonna lunga e scarpe grosse.

La neo-presidentessa (carica inesistente, ma definiamola così per calarla meglio nel personaggio...) che rimpiange la sua libera vita borghese fa pensare anche a questo: alla solitudine di ogni regnante in palazzi troppo grandi, con responsabilità a volte soverchianti e, spesso, noiosissimi obblighi di cerimoniale che fanno pensare più alla vacuità del potere che al suo peso. In più, in Italia, c’è la coscienza di un costume civile ancora parecchio incerto, con poteri che amano i piedistalli e cittadini disabituati a pensare che la vera formalità democratica non è scappellarsi di fronte ai notabili, ma pagare le tasse e rispettare le leggi.

La breve riflessione della signora Clio, fatta nelle forme dirette e immediatamente comprensibili che sono tipiche delle donne (anche delle donne di potere) aiuta a pensare anche a questo: che la forma è importantissima, ma il formalismo spesso è un pomposo sipario che copre la poca sostanza. E la sostanza, in democrazia, è che lo spirito di cittadinanza sia così forte, così condiviso, che basta un minimo di forma per garantirlo.

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