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Lagonia del Fiume Giallo, ucciso dalla fine dei ghiacciai di FEDERICO RAMPINI
LO SHERPA tibetano Nie Man scuote la testa desolato come chi guarda la sofferenza di un vecchio amico. A 4.400 metri di altitudine, sui monti Anyemaqen, siamo arrivati ai piedi del ghiacciaio Halong. Nie Man punta il dito per indicare lassù in alto lorrore: una larga macchia nera, come una ferita aperta nel cuore del ghiacciaio, è la massa di roccia nuda che emerge dal rapido scioglimento di quelle che un tempo erano nevi eterne.
Tutto il Tibet con lHimalaya, le sue propaggini, gli altipiani, è il tetto del mondo che custodisce i più vasti ghiacciai. Fra questi spicca il nome di Halong, circondato da una venerazione speciale. Alimenta la sorgente del Fiume Giallo: dopo esser nato qui attraversa nove regioni, è lungo 5.482 chilometri, è la "madre" della civiltà cinese sulle cui rive millenni fa il popolo Han stabilì i suoi primi insediamenti agricoli.
E adesso sui monti Anyemaqen giorno dopo giorno si vede morire il Fiume Giallo. Negli ultimi quarantanni ha perso 23 miliardi di metri cubi dacqua. Il fiume un tempo così maestoso da dare il nome a un mare, ora nelle siccità si riduce a un rigagnolo, risucchiato dalla terra arida scompare per lunghi tratti e per molte settimane allanno. E un disastro ecologico che comincia su questi monti. Il ritiro dello Halong ha partorito una immensa morena di pietra e terriccio nero sterile, come una disgustosa larva gigante che provoca frane violente. Le slavine hanno invaso e otturato un lago, hanno distrutto villaggi e costretto alla fuga migliaia di pastori.
Per arrivare fin qui bisogna allontanarsi molto dalla Cina moderna: due ore di volo da Pechino a Xining, poi undici ore di jeep per 400 chilometri di strada quasi tutta sterrata, fino a raggiungere lultimo villaggio, Xiawuda, la base di partenza per quattro ore di marcia verso il ghiacciaio. Questa landa semideserta del Qinghai è un pezzo di Tibet "etnico", così detto perché il governo di Pechino amputò la regione amministrativa del Tibet lasciando fuori ampie zone abitate dai tibetani. Qui le facce e i vestiti, la lingua e i colori sono identici a Lhasa, in una miserabile casupola di pastori mi abbaglia il ritratto splendente del Dalai Lama sopra un altarino domestico.
E ancora più deserto e solitario del Tibet ufficiale. Niente turisti, niente monasteri né templi, il buddismo si manifesta nudo e essenziale nella più povera delle tradizioni: le file di drappi votivi di seta bianca che improvvisamente compaiono appesi a corde su cime altissime e tra dirupi vertiginosi. Nella marcia di avvicinamento al ghiacciaio si attraversano paesaggi splendidi, si avvistano le gazzelle di montagna che sfrecciano coi loro salti a zigzag, le aquile, la sola compagnia per i giovani pastori che sorvegliano mandrie di yak e montoni.
Ma nel paradiso sperduto, dominato da cime candide a perdita docchio, spuntano anche i primi sintomi della malattia. La razza più numerosa sono topolini selvatici, un esercito che alle prime luci dellalba si avventa fuori dalle tane e invade le praterie, saccheggia i magri raccolti, contende al bestiame lesile tappeto di vegetazione dellaltopiano: troppi topi, lo sterminio di lupi e volpi ha squilibrato lecosistema privandolo degli indispensabili predatori.
A Xiawuda il visitatore non ha scelta per alloggiare: in casa del capovillaggio, lunico cinese di etnìa Han, lunico con un bel pancione in mezzo ai magrissimi tibetani, che gira col fucile a tracolla e in cambio di molto whisky e molte sigarette non chiede documenti e permessi allo straniero. E una misera ricchezza anche la sua: a Xiawuda non cè lacqua corrente né il telefono, una sola fetida latrina allaperto serve tutto il villaggio, per difendersi contro il gelo estremo della notte le stufe sono alimentate con sterco di bestiame essiccato. Lautorità di Pechino che il capovillaggio rappresenta sembra lontana anni-luce, gli effetti dello sviluppo economico cinese invece sono reali.
I segnali sono le tende blu che appaiono sui pendii delle montagne: tende della protezione civile, da sfollati, per accogliere 40.000 "rifugiati ambientali", nomadi tibetani cacciati dalle loro terre per le slavine, o perché il permafrost (terra gelata) si scioglie, simpoverisce la riserva di umidità naturale custodita sotto la crosta del suolo, i pascoli si rattrappiscono, bisogna elemosinare sussidi dal governo per sopravvivere.
Li Moxuan, militante cinese di Greenpeace, da Pechino mi aveva salutato con questo viatico: "Voi occidentali accusate la Cina di inquinare il pianeta e non vi rendete conto che la prima a soffrire è la Cina". Su questa catena montuosa Anyemaqen si scatena leffetto-serra provocato dallo smog delle automobili di Pechino e Shanghai, delle centrali elettriche a carbone, delle acciaierie e delle fabbriche. I ghiacciai del Tibet si squagliano al ritmo del 7% lanno, una velocità inaudita.
Si accelerano siccità, desertificazione, tempeste di sabbia in tutto il paese. I primi a denunciare il disastro del ghiacciaio Halong sono stati i ricercatori di Greenpeace Cina, ora lallarme è arrivato ai vertici del regime. "Ci sono prove evidenti - avverte un documento ufficiale dellAccademia delle Scienze di Pechino - che il surriscaldamento climatico avviene in misura significativa, con sintomi come la ritirata dei ghiacciai". Lagonia del Fiume Giallo fa più notizia ma è solo un esempio della grande crisi idrica che assedia la nazione più popolosa del mondo.
Attraversando il paese ci si imbatte di continuo in segnali stradali che indicano nomi come il Ponte del Fiume Hancun, il Ponte del Fiume Sha, il Ponte del Fiume Liuli, e sono tanti cavalcavia sulla terra nuda, ricordi di fiumi scomparsi. Laumento del calore del pianeta nelle pianure si avverte in misura più graduale, ha le sue punte estreme proprio sulle altitudini dellHimalaya. "Un rialzo di tre gradi della temperatura media - rivela uno studio governativo sul cambiamento climatico - distruggerà un terzo dei ghiacciai tibetani in quarantanni. Il calo dellacqua disponibile nel resto della Cina può raggiungere punte del 40%".
La ritirata di Halong dà la misura del disastro: nel 1966 il ghiacciaio copriva unarea di 125 chilometri quadrati, da allora ne ha già persi 22, sostituiti da morene sterili, cumuli di sassi senza vita. La fusione dei ghiacciai dovrebbe in teoria aumentare lacqua, ma questo avviene con alluvioni violente, concentrate e distruttive: solo questestate nel sud della Cina i tifoni hanno fatto centinaia di morti. Dopo le inondazioni le piogge evaporano troppo presto, il corso dei fiumi è stravolto. Lemergenza idrica è più grave perfino dellinquinamento da smog.
La Cina ha solo l8% delle riserve di acqua potabile del pianeta e deve mantenere in vita il 22% della popolazione mondiale. Ormai un terzo della superficie cinese è fatta di deserti e le zone aride continuano a rubare territorio di anno in anno. Quello che sta accadendo in Cina è la più grande trasformazione di terre fertili in deserto che sia mai avvenuta sulla terra. La mancanza di acqua apre scenari inquietanti per gli approvvigionamenti alimentari. Già oggi la superficie agricola disponibile per produrre cereali è ridotta: 600 metri quadri per abitante in Cina, contro 1.900 negli Stati Uniti. Per effetto del semplice aumento della popolazione - senza contare lulteriore perdita di terreni arabili per effetto dellurbanizzazione o dellindustrializzazione - tra meno di ventanni questa superficie agricola sarà scesa a 530 metri quadri pro capite, con possibili ripercussioni sui livelli dei prezzi, la stabilità sociale, le tensioni geopolitiche con il resto del mondo. Il dramma silenzioso che si osserva sui monti Anyemaqen non colpisce solo la Cina. I ghiacciai tibetani sono il serbatoio di tutti i grandi fiumi asiatici, oltre al Fiume Giallo nascono qui il Gange e il Brahmaputra, il Mekong e lo Yangze.
Lasciandosi alle spalle Halong, nel ritorno a valle si traversano villaggi senza scuole né ospedali, dove i bambini hanno le guance paonazze per la mancanza di vitamine. Al rientro nella città di Xining la prima immagine è un grande manifesto con la foto di un locomotore ad alta velocità. Esalta la nuova ferrovia Pechino - Golmud - Lhasa, la meraviglia tecnologica che per la prima volta ha rotto lisolamento terrestre del Tibet. I treni che ogni giorno sfrecciano oltre i 4.000 metri di altitudine fermano anche a Xining. Con queste prodezze ingegneristiche i cinesi sono convinti che porteranno lo sviluppo fin qui. Ma a pochi mesi dallinaugurazione la linea ferroviaria è già perseguitata dai problemi. In vari punti lo zoccolo del permafrost si squaglia e si muove, squadre di tecnici si affannano a riparare le prime avvisaglie di cedimenti strutturali lungo i binari. Nei loro progetti avevano dimenticato la malattia dei ghiacciai. |
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