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Il boomerang iracheno: la condanna di Saddam una vittoria fragile? di BERNARDO VALLI
Per George W. Bush il tiranno iracheno è il solo trofeo di una guerra sfortunata da esibire. Ed era scontata la condanna a morte del mandante ed esecutore di tanti massacri emessa ieri dal tribunale speciale di Bagdad, espressione della giustizia irachena ma certo non affrancato rispetto alla superpotenza che ha abbattuto e custodisce quel tiranno. E che, soprattutto, argina linsurrezione armata, della quale Saddam Hussein è il capo simbolico. Anche chi, per principio, è contrario alla pena capitale, ed è il nostro caso, avrebbe considerato singolare, o addirittura sorprendente, una sentenza meno drastica in un Paese in cui il sangue, spesso di innocenti, scorre quotidianamente più puntuale dellacqua potabile, e dove in carcere si è più al sicuro che per le strade.
Dopo queste constatazioni, sono di rigore alcuni non insignificanti rilievi. Il verdetto che manda Saddam Hussein al capestro, rispolvera il trofeo di George W. Bush, del quale ci si era quasi dimenticati. E lo esibisce proprio alla vigilia di un importante voto americano sul quale pesa il disastroso bilancio della guerra irachena. I crimini del regime spazzato via dalle truppe americane entrate a Bagdad nella primavera del 2003 non sono stati cancellati. Quel che è accaduto dopo e sta ancora accadendo non li ha mandati in prescrizione. I massacri di curdi e di sciiti, a volte anche con armi chimiche, sono stampati nelle memorie e sono ancora allorigine di molte vendette. Ma i seicentocinquanta mila morti civili iracheni (secondo la rispettabile rivista britannica "Lancet") dallinizio dellintervento americano, e la media di oltre cento vittime quotidiane, cosi come lesodo di più di un milione di iracheni verso i paesi vicini, spingono la popolazione delle province centrali, dove più infuria la violenza, a rimpiangere i tempi in cui Saddam imponeva lordine col terrore.
Il verdetto del tribunale speciale di Bagdad riguarda il massacro di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, dopo un fallito attentato alla vita del rais, vale a dire una delle tante repressioni, non la più grave. In molte altre occasioni le vittime sono state migliaia. La pena di morte inflitta a Saddam "per crimini contro lumanità" in questo primo processo sembra voler ricordare al momento opportuno, agli elettori americani, che se Saddam non possedeva le armi di distruzione di massa e non era complice di Al Qaeda, e quindi degli attentatori delle Torri Gemelle di New York, come pretendeva a torto Bush per giustificare la guerra, egli resta comunque un dittatore sanguinario che lAmerica ha spodestato e consegnato alla giustizia del suo paese. È impossibile contestare questa verità, riproposta non solo agli americani.
È vero, dunque, lAmerica di Bush ha cacciato un criminale dal potere in un grande paese del Medio Oriente. Ma come un ingegnere che, dopo accurati calcoli, estirpa una trave marcia e fa crollare un edificio, cosi Bush ha eliminato Saddam con unimpeccabile e rapida operazione militare durata pochi giorni, ma ha provocato un conflitto che dura da anni e di cui non si vede la fine. Il processo al criminale Saddam appare come un episodio della guerra civile che Washington continua a definire "latente", e che in effetti dilagherebbe, con maggior violenza, se i centoquarantamila soldati americani se ne andassero. Se George W. Bush avesse voluto un processo regolare, se avesse voluto una giustizia imparziale, avrebbe consegnato Saddam Hussein al Tribunale Penale Internazionale dellAja.
Il processo, è vero, sarebbe durato anni e non si sarebbe concluso con una condanna a morte, perché il TPI esclude la pena capitale, ma ci sarebbe stato un dibattimento trasparente, lontano dalle passioni di una guerra civile. LAmministrazione americana non poteva tuttavia consegnare Saddam a una giurisdizione che essa non riconosce. Gli Stati Uniti, come altre potenze, tra queste la Cina e la Russia, non hanno infatti ratificato il trattato che ha istituito il TPI. Né Washington, né Mosca, né Pechino vogliono correre il rischio di vedere un giorno i propri responsabili sul banco degli imputati. E in tutti i modi non era gradito un processo durante il quale sarebbero emerse le innumerevoli complicità tra Saddam e gli americani, in particolare quando Saddam era il potente rais laico che si opponeva allislamismo iraniano. Durante la guerra Iran-Iraq, egli rappresentava la grande diga di fronte alla Repubblica islamica di Khomeini. E quando, dopo la prima guerra del Golfo (1991) annientò la guerriglia sciita nel Sud dellIraq, gli americani che lavevano favorita e illusa, lasciarono Saddam agire indisturbato.
Di questo non si è parlato nellaula bunker del tribunale speciale iracheno. Ero a Bagdad, lo scorso anno, durante le prime udienze. Saddam sorprese tutti. Non era più, come al momento della cattura, il barbone pidocchioso emerso da una tana scavata in una fattoria vicino al suo villaggio natale. Non aveva più lo sguardo smarrito e latteggiamento sottomesso di quando un militare americano, un medico, gli apri la bocca come si fa con gli animali per verificare il suo stato di salute. Allora era sembrato addomesticato. Rassegnato. Si disse poi che quella sua apparizione sui teleschermi era stata sceneggiata, al fine di mostrarlo ammansito, innocuo, ai sunniti che lo credevano alla testa dellinsurrezione armata. Mesi dopo in tribunale aveva ripreso un po della vecchia grinta. Era curato nella persona: i capelli ben ravviati, la barba grigiastra tagliata con cura, la camicia bianca pulita. E lo sguardo attento, non tuttavia freddo, fulminante come un tempo. La perdita del potere laveva disinnescato. Era diventato ironico.
Il despota che aveva ucciso con le sue mani nemici o presunti nemici, che aveva ordinato stragi e ordito complotti, e del quale pochi osavano incrociare lo sguardo, si difendeva con qualche battuta più sarcastica che arrogante. Rivendicava soprattutto il suo ruolo di presidente della Repubblica e di militare. Rifiutava di apparire un volgare assassino, Seguendo questa linea di condotta disse poi che voleva essere fucilato, come un soldato, e non impiccato come un delinquente. La condanna a morte di ieri prevede la forca, limpiccagione.
Le immagini di Saddam davanti ai giudici riaccesero le passioni. I sunniti rividero il rais; gli sciiti il despota. I primi riconobbero il leader che aveva garantito lantica egemonia sunnita nel paese e si sentirono solidali con lui; i secondi luomo che li aveva repressi e umiliati, e invocarono la sua condanna a morte. I sentimenti erano in armonia con gli ammazzamenti sempre più frequenti tra sunniti e sciiti. I primi in generale solidali con linsurrezione armata, i secondi con la polizia e lesercito armati e pagati dagli americani. Chi aveva pensato che la cattura e il successivo processo di Saddam avrebbero via via smorzato la guerriglia saddamista, staccandola dalla componente cosmopolita, terroristica e islamista, dovette molto presto ricredersi. La violenza è aumentata e aumenta al punto da convincere un numero sempre più robusto di generali americani e inglesi che la partita irachena non può essere vinta dallesercito più potente del mondo, e forse della storia. La parola "caos" ricorre sempre più spesso ad indicare una situazione che sfugge ad ogni azione razionale, militare o politica. In queste condizioni la giustizia affidata a un tribunale governativo, finanziato dalla superpotenza protettrice, non poteva essere che di parte.
Ha agito nel quadro di una guerra civile. Non esistevano e non esistono dubbi sui crimini di Saddam. Ma chi lha giudicato lha fatto con lo spirito di chi partecipa, appunto, a una guerra civile. Gli americani non volevano assumersi quel compito, in quanto "vincitori", e lhanno lasciato agli iracheni. I quali non erano nelle condizioni di rispettare una procedura normale. Il primo ministro, Nuri Kamal al-Maliki, uno sciita, è stato chiaro quando, subito dopo la sentenza, ha dichiarato che essa servirà da esempio ai terroristi. Se il conflitto iracheno, come lasciano chiaramente intendere i generali americani, non sembra risolvibile sul piano militare, la condanna a morte (benché non esecutiva immediatamente), compromette qualsiasi, sia pur remota, possibilità di aprire uno spazio politico. Complica senzaltro la situazione.
Gli elementi sunniti del governo Maliki, che puntavano su un recupero della componente saddamista dellinsurrezione armata, contaminata ma non del tutto sopraffatta dai terroristi cosmopoliti ispirati da Al Qaeda, si scontrano inevitabilmente a un irrigidimento dei capi della guerriglia che vedono in quella sentenza un atto ostile nei loro confronti, e un prevalere dellintransigenza sciita. Lintransigenza sciita si esercita sempre di più anche nei confronti degli americani. Il primo ministro Maliki, consapevole di non poter fare a meno del loro sostegno, chiede agli americani di restare almeno un altro anno, ma al tempo stesso esige che gli sia dato più potere nella conduzione del conflitto. Nonostante la scarsa efficienza della polizia e dei reparti militari iracheni, chiede che essi agiscano sotto la sua autorità, e non soltanto sotto quella del comando americano. E non si limita a questo, pretende anche di partecipare alle decisioni riguardanti le operazioni dellesercito americano.
La debolezza di Maliki è compensata dal fatto che gli americani non possono fare a meno di lui. La comunità sciita è frantumata in un mosaico di milizie, spesso in aperta tenzone tra di loro, e sempre più intolleranti nei confronti della presenza americana, ma al tempo stesso esse costituiscono la base indispensabile per contenere linsurrezione armata sunnita. Gli americani vorrebbe che Maliki le disciplinasse, ma Maliki non ha la forza e forse neppure la volontà di agire in quella direzione. Questo è il "caos" di cui parlano i generali, quando ritornano in patria.
La trappola irachena funziona inesorabile. Se abbattuto il tiranno si è disgregato il paese, adesso la sua condanna alla forca, giustificata ma decisa in modo sommario, promuove il rais al ruolo di martire e simbolo della rivolta sunnita, e alimenta al tempo stesso lintransigenza sciita che punta su una rapida esecuzione della sentenza. Il trofeo di Bush continua a trasformarsi in un boomerang. |
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