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Messaggio di ecce_ da commentare:
Ségolène, la grande comunicatrice: "La Royal è la nostra Marianna"
di BERNARDO VALLI

Eravamo due, tremila, forse di più, troppi, nell’edificio surriscaldato, posato sulla pianura di questa regione appartata, stretta tra le coste atlantiche della Charente e i campi di grano e i pascoli del Poitou.

Un fitto campionario della Francia non più tanto profonda (perché è ormai a un’ora e mezzo da Parigi grazie ai treni ad alta velocità e la rete d’autostrade) ascoltava Ségolène Royal, che impettita, sorridente, si rivolgeva con familiarità agli agricoltori, agli artigiani, agli operai, ai pensionati, alle donne di casa, agli insegnanti, ai commercianti, agli studenti.
Senza trascurare una sola componente della società della regione Poitou-Charentes di cui è la presidente. Era come se conoscesse tutti i volti che la circondavano, come se leggesse i pensieri, le ansie e le aspirazioni, dietro gli sguardi che incrociava. Non c’era la minima traccia di fatica sulla faccia liscia, ben disegnata della candidata socialista. E mai le sue labbra si chiudevano sui denti bianchi. Né le palpebre si abbassavano sugli occhi blu investiti dai riflettori. Era impossibile non ammirare quel perfetto esemplare della civiltà delle immagini, immobile al centro dell’arena, con la schiena dritta, il mento alto, e un eloquio facile, mai troppo ricercato, diretto, senza fastidiose ripetizioni. Ségolène Royal parlava senza un appunto davanti. Improvvisava. Ma penso che in lei ben poco sia affidato al caso. Tutto sembra preparato, meditato, pensato.

Uno specialista della comunicazione, un regista della politica spettacolo, dovrebbe riconoscere che Ségolène Royal si avvicina molto al modello ideale che si poteva tratteggiare immaginando la prima donna, nella storia repubblicana di Francia, da lanciare alla conquista della massima carica dello Stato, e in grado di realizzare l’impresa. Se Ségolène Royal ha un difetto è proprio questo. È un difetto perché la somiglianza con il modello ideale rischia di farla apparire un personaggio costruito. Disegnato apposta. Un po’ meccanico. Artificiale. Ma non è così. Si avverte in lei una tensione che rivela quanto ogni parola e ogni gesto siano sentiti.

Per fortuna ogni tanto fa cilecca. Inciampa. Lei esemplare in tutta la sua vita (di scolara, di madre e di donna politica) mostra vuoti nella sua preparazione. In politica estera ha delle lacune. Mentre a Bagdad infuriavano i kamikaze, le è capitato di dire che in Iraq la situazione "è in via d’aggiustamento". E, ancora, che, avendo firmato il trattato di non proliferazione, l’Iran non può neppure disporre di energia nucleare ad uso pacifico. Inoltre ogni tanto si lascia trascinare dalla collera e accusa concorrenti o avversari di machismo. Per fortuna perde le staffe. Risulta umana. Avvampa di sdegno. Il sorriso riaffiora però subito, automaticamente, come il sughero in un secchio d’acqua.

Nessuno teneva conto di questi errori ed umori, tanto evocati con sarcasmo dalla società politica parigina, nel vasto capannone, di solito riservato alle feste, alla periferia di Niort, capoluogo del dipartimento delle Deux-Sèvres, dove da diciotto anni Ségolène Royal è eletta deputato. Ho chiesto cosa pensassero di lei alle tre donne anziane (una maestra, una negoziante, una casalinga) che mi erano accanto e mangiavano con gli occhi l’aspirante candidata alla presidenza della Repubblica.

Mi hanno risposto quasi in coro: "A 53 anni e con quattro figli ha fatto carriera". Si riferivano anche al suo fisico non ferito dalle ripetute maternità, anche se i fianchi ne hanno risentito, e alla sua eleganza: indossava un tailleur semplice, e calzava stivali di pelle morbida. Nei suoi atteggiamenti, mentre parlava tenendo il microfono con la mano destra, si leggeva un’evidente volontà di sedurre. I movimenti femminili erano accompagnati da frasi sferzanti, polemiche contro la destra, che davano al desiderio di seduzione un carattere particolare. Era rivolto alla folla, "alle masse", direbbero i suoi fedelissimi. Oppure "alla nazione". Il culto della personalità già si fa sentire. Le mie tre vicine non mi hanno detto che "Ségolène incarna la République". Ma quando applaudivano era un po’ come se lo dicessero. In effetti Ségolène si muoveva con la dignità di chi tiene le redini della Francia.

Su un giornale della regione Poitou-Charentes ho letto: "Lei è il nostro Kennedy". Lo è nella misura in cui la sua immagine (come un tempo quella del presidente americano) ha fatto apparire superati i concorrenti nel partito. Lei è vista come una svolta, come il famoso cambiamento di generazione di cui i francesi sentirebbero l’urgente bisogno. Non è tanto una questione di età.

Dominique Strauss-Kahn (57 anni) e Laurent Fabius (60 anni) hanno una grande esperienza alle spalle: uno è stato un rispettato ministro delle finanze, l’altro è stato primo ministro durante la presidenza Mitterrand, più volte ministro e presidente dell’Assemblea nazionale. Strauss-Kahn sembra avere tutte le qualità per coprire la massima carica della Repubblica. Fabius può vantare un’ampia pratica nell’esercizio del potere. Il passato di Ségolène Royal è molto più sguarnito. È stata ministro dell’ambiente, della famiglia e della scuola. Poca cosa rispetto ai suoi concorrenti. Ma questo la fa apparire "nuova". Non solo perché risulta nuova la sua ambizione (di donna) di mirare alla presidenza della Repubblica, finora riservata agli uomini. Ma perché nuovo, oltre all’immagine, è il suo linguaggio. Il quale non è quello politico tradizionale, ma entra nei dettagli della vita, con riferimenti concreti alla famiglia, alla scuola, all’ospedale, alla fabbrica.

Dominique Strauss-Kahn è un socialdemocratico che crede nella necessità e nella possibilità di un sistema basato sul compromesso tra sindacati e aziende. E vuole adeguare la sinistra europea alla mondializzazione. Laurent Fabius ha come obiettivo di trascinare dietro di sé tutte le correnti della frantumata sinistra francese, ed enfatizza il ruolo dello Stato accentratore. Come sostenitore del "no" in occasione del referendum sulla costituzione europea, non appare un europeista convinto.
Ségolène Royal vuole disarticolare lo Stato giacobino, e promuovere una democrazia partecipativa e decentralizzata (sul modello scandinavo). Auspica un’adesione massiccia ai sindacati per dare una legittimità ai negoziati. Ma il suo discorso è soprattutto pragmatico. Supera spesso i confini del programma socialista (al quale Fabius e Strauss-Kahn cercano di attenersi), e si rivolge ormai al Paese come qualcuno che non è al di sopra delle parti, ma neppure prigioniero del partito. E non trascura le classi popolari, da tempo sfuggite alla sinistra e finite sotto l’influenza dell’estrema destra.

Affronta caso per caso i problemi sociali, con accelerazioni ora in direzione di una socialdemocrazia (tipo Blair) ora in direzione di una sinistra più francese. Persuasiva, perentoria, dispotica dietro l’intramontabile sorriso, Ségolène Royal ha un carattere d’acciaio, riconoscono amici e avversari.

Un carattere che le consente un’autonomia irritante per non pochi socialisti, ma seducente per molti virtuali elettori, non soltanto di sinistra. Quando, dopo il comizio alla periferia di Niort, nelle Deux-Sèvres, ha partecipato a un rinfresco, a base di vino e formaggio, ha ascoltato e stretto le mani a centinaia di persone, dando l’impressione di conoscerle da una vita. Era di casa. Ma i suoi sorrisi e i suoi atteggiamenti, sempre a schiena dritta ("Si vede che è figlia di un colonnello" dicevano le mie vicine), erano presidenziali.

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