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La terza vita di mister Al Gore
Il suo film in corsa per l’Oscar
di VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON -Il gigantesco Charlie Brown della storia americana, l’omone di un metro e 86 di altezza per 110 chili di peso, al quale George Bush sottrasse il pallone della Casa Bianca nel 2000 per 537 voti su 120 milioni, torna sugli schermi dell’attenzione nazionale passando da Hollywood e la sua sagoma massiccia inquieta e galvanizza amici e avversari. Rinasce formalmente non come candidato per la Casa Bianca, ma come creatore e protagonista di un massiccio documentario-manifesto sull’effetto serra e sull’imminente apocalisse ecologica, "An Inconvenient Truth", una verità fastidiosa. Il lungometraggio è in corsa per l’Oscar, scelto ieri tra i 15 finalisti dalla Accademia del Cinema e Albertone Gore torna di moda.

Molti sondaggi di opinione, e parecchi agit-prop da Internet nei loro blog, come la pasionaria democratica Anna Huffington o come Marcos Moulitsas con il suo seguitissimo Daily Kos lo vorrebbero rivedere in campo, per prendersi ciò che molti elettori democratici pensano fosse legittimamente loro già sei anni or sono, avendogli dato 500 mila voti più di Bush nel resto della nazione, dispersi nel sistema elettorale presidenziale. Già viene trainata fuori dalla rimessa, la vecchia macchina da guerra costruita dalla destra contro di lui e armata dai consueti insulti e irrisioni, "l’indiano di legno", "l’abbraccia alberi", il fag, frocio, come lo ha chiamato Ann Coulter, una delle voci più demenziali e perciò più ascoltate voci nella destra militante e berciante. Sintomo che il quasi sessantenne con il doppio mento fa paura.

Parabola singolare, e assai rara, la sua, nella storia politica americana dove di solito i trombati restano trombati, questa del figlio di un senatore e piantatore di quel tabacco che uccise la sorella fumatrice, cresciuto nuotando nella piscina del Senato tra le sue ochette di gomma e gli autorevoli colleghi di papà, fino a diventare vice presidente con Clinton, uomo che li detestava, e poi quasi presidente, nel 2000. Storia di un uomo per bene, volontario in Vietnam, contro il parere del padre che lo avrebbe potuto imboscare come si imboscò Bush, anche se nel ruolo non proprio da Rambo di giornalista per le pubblicazioni ufficiali dell’Esercito a Saigon.

Forse l’educazione famigliare molto sudista da "Via col vento", forse la sua natura, non gli regalarono quella spontaneità e quel carisma popolare che invece il suo superiore diretto, Clinton, e poi il suo avversario, Bush, avevano. "Ha l’aria del primo marito noioso dal quale tutte le mogli vorrebbero divorziare" fu scritto di lui e il povero Al Gore, fedelmente sposato con la stessa donna, la biondissima Tipper, sospirava e alzava gli occhi al cielo.

Sapeva di non poter competere con Clinton, il sogno proibito di quelle stesse mogli annoiate, e con Bush, l’eterna matricola universitaria con la quale gli uomini avrebbero volentieri condiviso una sbornia guardando una partita in tv.

Quando fu sconfitto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che bloccò ogni ulteriore riconta nello Stato decisivo della Florida, Al Gore parve davvero il primo marito di un matrimonio finito male. Vagò tra incarichi universitari temporanei, consulenze per "Google", signora di quell’Internet che lui non aveva inventato, ma aveva fatto molto per diffondere, e un posto nel board della Apple, chiamato da Steve Jobs. Ma nel suo girovagare alla ricerca di una vita (aveva appena 52 anni, nel 2000) riprese il filo della sua passione costante: l’ambiente. "L’uomo che abbracciava gli alberi", come gli eco-scettici lo sfottevano, raccontando che ovunque lui andasse a predicare la minaccia di surriscaldamento della Terra, la temperatura precipitava, riprese a predicare e praticare la sua fede ecologista. Si fece crescere la barba, poi se la tagliò.

Ingrassò molto, 20 chili in un anno, poi si sgonfiò tornando al peso forma elettorale di 85 chili, poi ingrassò di nuovo, inducendo i pettegoli a misurare le sue voglie politiche con la bilancia: se aumentava di peso, significava l’abbandono di ogni ambizione. Se si metteva a dieta, voleva dire che ci stava pensando. E infatti, nota una columnist maliziosa sul quotidiano di San Francisco, lo Herald, a ogni calo di peso corrispondeva una sua sortita pubblica contro Bush, la guerra in Iraq e la scellerata politica ecologica dell’amministrazione in carica, ben lubrificata dai petrolieri. Giù la bilancia, su la polemica.

Quando Katrina affondò New Orleans noleggiò a proprie spese due aerei charter, per aiutare i profughi. Possiede due automobili, entrambi a motore "ibrido", elettrico e a scoppio. Sostiene di "non avere progetti per le elezioni del 2008", ma Hollywood ha il libretto degli assegni spalancato. Al, l’uomo di legno, è il solo avversario nella battaglia dei finanziamenti che Hillary, la signora di ferro, tema. Nel sondaggi immaginari, lui è davanti alla moglie di quel presidente che Gore tenne a distanza dalla propria campagna elettorale come un appestato morale.

Teniamo d’occhio il peso, che sta scendendo (è di nuovo a dieta) e la serata degli Oscar in primavera. Se dovesse vincere la statuetta e lui salisse sul palco a riceverlo, addio Al Gore, perché la parte sana del popolo, la Nazione dei Giusti, la Right Nation considera Hollywood la Sodoma e Gomorra della sinistra porcacciona e blasfema. Se non salirà, e il suo peso fosse sceso ancora, attenzione, il duello fra il "centrista" Gore che si è spostato a sinistra e la "progressista" Hillary che sta ansimando verso il centro, potrebbe avvenire. La scorsa settimana Albertone Gore era in Australia, nel Victoria, a predicare il messaggio del surriscaldamento e per la prima volta in 50 anni, una tempesta di neve si è abbattuta sulla regione in questa stagione. Lo chiamano the Gore Effect, l’effetto Gore. Si può anche sorridere, ma il clima sta cambiando davvero, nella politica americana.

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