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Messaggio di teo8 da commentare:
L’attrice all’Eliseo di Roma con un testo di Marguerite Duras
"L’incapacità di amare è la malattia più vicina alla morte"
Fanny Ardant, sensualità senza tempo
"Quando si ama non esiste il troppo"
"Ho imparato l’italiano da Gassman, Mastroianni, Monicelli
peccato che questo Paese non sia più la terra della democrazia"
di ALESSANDRA VITALI

<B>Fanny Ardant, sensualità senza tempo<br>"Quando si ama non esiste il troppo"</B>

Fanny Ardant a Roma
SOLO a Fanny Ardant, a quelle - poche - come lei, si perdona un’ora di ritardo, coronata, davanti a un’impaziente platea di cronisti, dal sussurro: "Non ho niente da dire". Che poi non è vero, perché dirà, ma solo per rispondere a domande, "andare così, da sola, non sono in grado, dovete dirmi quel che devo dire... sono un’attrice". Un modo di essere diva, protagonista unica nonostante il drappello di signore del teatro italiano riunite per presentare, all’Ambasciata di Francia in Roma, Sinfonia per corpi soli. Ritratti di donne fra parole e musica, rassegna ospitata dal Teatro Eliseo dal 12 dicembre al prossimo 8 maggio, un cartellone in cui compaiono i nomi, fra gli altri, di Rossella Falk, Catherine Spaak, Giuliana Lojodice. Donne che raccontano donne attraverso le analisi e le narrazioni che ne hanno fatto grandi autrici del Novecento ma anche ritratti di miti, dalla Piaf alla Callas per citarne un paio.

La Ardant è un’icona di suo. Splendida 57enne, fasciata in un tubino grigio, sguardo sapientemente smarrito, l’attrice (tre figli da tre compagni diversi, "gli uomini sono accessori" disse in un’intervista) conserva intatta la sensualità che fece capitolare Francois Truffaut - suo marito per quattro anni - convinto che nessuna all’infuori di lei potesse essere Mathilde, La signora della porta accanto.

Amour fou e impossibilità di vivere le passioni sono una costante, nella sua carriera, che si rinnova in La maladie de la mort, il testo di Marguerite Duras che porta in scena all’Eliseo (12 e 13 dicembre). Un lavoro "che ho preparato in fretta, tanto era bello, tale era la voglia di interpretarlo", pur non avendo mai incontrato, personalmente, Marguerite Duras, "e forse è per questo che l’ho idealizzata". Sul palcoscenico, è una prostituta pagata in anticipo per raggiungere, in sole sei notti, il difficile obiettivo di far innamorare di sé un uomo incapace di amore.

La "maladie" è l’incapacità di amare, "affligge gli uomini ma anche le donne - spiega la Ardant - è l’impossibilità di raggiungere l’altro, di creare un ponte. Tutti possiamo esserne colpiti, è una malattia universale. Si può curare, certo, ma è anche la più vicina alla morte. A chi dice che le donne soffrono di un’altra malattia, quella di amare troppo, rispondo che non si ama mai troppo, è bello avere qualcosa che ti invade la vita". Una carriera di oltre trent’anni, quella dell’attrice, fra cinema e palcoscenico. "Il teatro lo detesto - racconta - perché quando ho finito uno spettacolo dico ’mai più’, poi una specie di spinta interiore mi impedisce di resistere".

Un’ossessione, perché il teatro "per un’attrice ha la funzione di ’ripulire’, rimettere tutto a zero: sul palco sei nuda, devi re-imparare tutto daccapo". E allo spettatore: "L’approccio giusto è pensare che stai per assistere a qualcosa di nuovo. Nonostante il rischio di annoiarsi, vale sempre la pena vedere uno spettacolo, anche se in un’ora ci sono solo dieci minuti folgoranti. Il teatro è parte del cuore". Una forma di dipendenza che la lega anche al cinema, "d’altra parte, se fai parte di questo mondo di idee e sentimenti, non puoi uscirne".

In La maladie de la mort la Ardant recita in italiano, lingua che parla bene "per passione": "Quando arrivai in Italia per lavorare nel cinema, rimasi colpita da personaggi come Gassman, Mastroianni, Monicelli, Scola, che parlavano benissimo il francese, con quella ’r’ perfetta... Ho pensato che dovevo parlare l’italiano, che rende tutto più nobile. E pian piano ho imparato, selvaggiamente".

La passione per la lingua ma anche per il nostro Paese. Pur con qualche recente delusione. "Un Paese si ama perché ne hai letto sui libri, io avevo letto Stendhal e non fui delusa, Roma era esattamente come me l’aspettavo. Ho amato il cibo, il vino, il cinema, la confusione. Ho imparato che dal caos possono nascere grandi cose. Che sul set non c’è bisogno di essere seri, rigorosi. Ma mi dispiace che oggi l’Italia sia cambiata, ci sono troppe leggi, da quella contro il fumo a tante altre. Per me, era la terra dell’assoluta democrazia, pensavo che nessuno avrebbe mai potuto ’civilizzarla’. Invece - conclude - troppe cose sono cambiate. E’ il segno dei tempi...".

(11 dicembre 2006)

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