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di pica da commentare:
L'OTTOCENTO DAL RISORCIMENTO ALLE SOCIETA'DI MUTUO SOCCORSO

Subito all'inizio del secolo, la Civica Comunità adottò due storici provvedimenti, che furono emanati entrambi nel 1802 dal Gonfaloniere Forteguerri. Con una notificazione apposita si ordinò "che non sia permesso ai fantini di ritenersi o battersi, finchè dopo date le mosse e calato il canape, non abbiano intieramente oltrepassato tutto il Palco dei Signori Giudici, alla pena, mancando, del carcere...". In questo modo si ridusse lo spettacolo indecoroso dei fantini che prima della mossa si nerbavano e si azzuffavano. Con altro provvedimento la Magistratura Civica suddivise in due parti il premio che da sempre si dava al vincitore del Palio alla lunga del 15 agosto, un drappo di velluto cremisi del valore di 110 talleri. Da allora si dettero 70 talleri in contanti al vincitore del palio alla lunga, e 40 alla Contrada vincitrice del Palio alla tonda. Si concludeva così un lungo e costante processo di pubblicizzazione del Palio che ne rinnovò il carattere di festa di tutti, celebrazione ufficiale della città. Un drastico cambiamento si notò nella pittura dei drappelloni, a causa del dominio francese sulla Toscana. Come riflesso del nuovo egalitarismo transalpino, tra il 1808 e il 1813 l'araldica del drappellone fu ridotta alle semplici iniziali intrecciate dei Deputati della Festa; e presto i disadorni monogrammi furono sovrastati dal nuovo enorme stemma di Napoleone Imperatore
 Ma il massimo dell'ingerenza della politica sul Palio si ebbe nell'agosto 1808, quando si volle tramutare la celebrazione secolare dell'Assunta in quella di San Napoleone. L'innovazione per fortuna non durò. Il fondo delle peregrine invenzioni si toccò invece nell'aprile del 1810 quando si decise di offrire in Piazza del Campo un gran banchetto ai poveri delle Contrade, ognuna delle quali dové individuarne e inviarne sei. I poveri malcapitati furono sistemati in tende sulle quali stavano le insegne delle Contrade di appartenenza mentre una folla di farisaici curiosi li guardava mangiare. Al centro un padiglione più grande riuniva i poveri di Aquila, Pantera e Tartuca. Questa unione tradiva la greve motivazione del grottesco evento mascherato da filantropia. Con i colori delle tre bandiere si voleva alludere a Francia, Austria e Impero, e al recente matrimonio politico-dinastico di Napoleone con Maria Luisa d'Austria. I continui omaggi ai sovrani del momento erano elargiti volentieri sia dal popolo (perchè erano il pedaggio da pagare per avere un Palio in più) che dai nobili (perchè erano occasioni di far pompa e di incontrare sovrani e notabili altrimenti irraggiungibili). In pochi anni si festeggiarono la rivoluzione francese, il regno d'Etruria, Napoleone, Elisa Baciocchi, poi nel 1818 Ferdinando III di Lorena e nel 1819 si dette il benvenuto a Metternich. Questa che ad alcuni appare piaggeria e ad altri indifferenza deriva forse ai senesi dal loro prima forzato e poi endemico distacco dalla storia, dal loro sempre più marcato "sogno del medioevo": nonostante l'ondata di carri con figurazioni allegoriche neoclassiche, nel 1813 nella sfilata riapparve il Carroccio, che avrebbe proseguito fino ai nostri giorni ad evocare il grande effimero trionfo di Montaperti. La passione civica di Siena per la sua storia e la cultura della Contrada come piccola patria non impedì ai Senesi di essere partecipi in prima fila della grande storia. A porsi come esempio di ciò, che nella riflessione antropologica recente si è detta "identità multipla", i Senesi dell'Ottocento si mostrarono allo stesso tempo consapevoli della loro identità contradaiola e patrioti convinti per tutto il Risorgimento. Virgilio Grassi, uno storico del Palio scrupoloso e puntuale, mise in risalto il contributo delle Contrade senesi al Risorgimento; a ricordarlo su Palazzo Spannocchi fu posta una lapide a commemorare le "cospiranti Contrade Drago, Oca e Selva". Le Contrade raccolsero in prima persona fondi per sostenere i volontari alle guerre di Indipendenza, come pure "oblazioni da ripartirsi tra quei volontari che reduci delle patrie battaglie si trovassero nelle condizioni più bisognose". Nel luglio del 1848 il Palio non ebbe luogo, e la somma destinata alla corsa fu erogata in sussidio dei volontari che combattevano in Lombardia. Nel 1839, ricorda un manifesto, non fu necessaria una leva militare, tale fu l'afflusso dei volontari senesi sotto le bandiere tricolori. In quelle delle Contrade si sarebbe specchiato il Risorgimento. Nonostante il Comune nel 1845 avesse emanato un'ordinanza che ne codificava immutabilmente i colori, il loro assetto definitivo avrebbe dovuto attendere l'Unità d'Italia. L'Aquila non smise mai di spiegare la sua insegna gialla con l'Aquila bicipite, che la tradizione voleva concessa da Carlo V in persona durante una delle sue visite a Siena. Per tutto il Risorgimento l'Aquila fu accolta alla sua entrata in Piazza da salve di fischi, rivolti in realtà all'impero austro-ungarico. Lo stesso accadde alla Tartuca, che allora spiegava un'insegna gialla e nera che ricordava quella degli austriaci. Sull'onda degli entusiasmi per Pio IX, nel 1847 la Tartuca sostituì il nero con il bianco, spiegando così i colori papalini. I fischi si trasformarono in applausi. Ma due anni dopo svaniti gli entusiasmi liberali per il Papa, l'insegna tornò gialla e nera e i fischi ricominciarono per cessare solo nel 1859, quando finalmente la Tartuca assunse i colori attuali. Sorte opposta toccò alla bandiera dell'Oca, che dal 1791 era verde con arabeschi bianchi e rossi. I patrioti che ci vedevano il tricolore d'Italia l'applaudivano ovunque con calore, tanto che dal 1849 al 1859 le autorità cambiarono i colori in bianco, rosa e verde. Giuseppe Garibaldi, che assistè al Palio del 1867 con le sue camicie rosse, fu particolarmente festeggiato dalle insegne rosse della Torre, che insieme ai suoi applausi ricevé quelli caldissimi del "partito spinto", come annotò sospettosamente il rapporto dei Regi carabinieri. Neanche a Siena mancavano gli Austriacanti, i quali avversarono fieramente l'adozione dei costumi "alla piemontese" visti per la prima volta in Piazza nel 1836, e usati successivamente in diverse altre occasioni...(continua) |
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