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Il nuovo pericolo
di Pierluigi Battista

Giorgio Napolitano ha il merito di aver sottratto la Giornata della memoria alle atmosfere retoriche che ne imbalsamano il significato e di aver indicato nell’«antisionismo» fanatico e viscerale una delle nuove, e ancor più insidiose, manifestazioni dell’antisemitismo contemporaneo. Incombe la minaccia «negazionista» di Ahmadinejad, che invoca l’annichilimento di Israele come esito di una guerra santa di sterminio. Ma incombe anche il pregiudizio diffuso che, sono le parole del presidente della Repubblica, alimenta in forme oblique l’ansia di «negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico», contestandone la fondamentale ragion d’essere, rifiutandone la base morale e culturale (il sionismo) come premessa di una delegittimazione globale della sua stessa esistenza.

L’antisemitismo camuffato da antisionismo impone la sua presenza in ambiti mentali impensati, lontanissimi dall’odio antiebraico di conio più schiettamente nazista e neo-nazista. Si fa discorso seduttivo, si ammanta di una nobiltà che ne fa scudo protettivo dei nuovi deboli (i palestinesi) perseguitati dai nuovi potenti prepotenti (gli ebrei di Israele), si sublima nella difesa di una Causa buona e giusta: la tutela dei nuovi diseredati e dei nuovi reietti. Non critica singoli atti dei governi israeliani ma scredita la natura stessa di Israele come esito di un’usurpazione. In Occidente protende i suoi tentacoli ideologici persino nella prosa di un ex presidente americano, Jimmy Carter, che squalifica Israele come «l’apartheid in Sudafrica» mentre esalta il dittatore nordcoreano Kim il Sung come «uomo energico e intelligente». Incendia i giudizi di premi Nobel come Harold Pinter e José Saramago, che ha paragonato Israele nientemeno che ad Auschwitz. Fornisce una giustificazione a un’icona della sinistra culturale come Mikis Theodorakis, così imbevuto di odio anti-israeliano da dettargli le invettive contro la «lobby ebraica» che dominerebbe «banche, media e musica», senza per questo essere deplorato dalla comunità intellettuale. Arma la penna di uno stimato sociologo francese come Edgar Morin, che ha brutalmente, insensatamente definito Israele come «un cancro» da estirpare.

Tempo fa Valentino Parlato e Furio Colombo non hanno nascosto la loro disperazione per le sbavature antisemite che deturpavano alcune lettere inviate al «manifesto» e all’«Unità» da lettori esaltati dal sacro fuoco «antisionista». Esprimevano la stessa preoccupazione cui Giorgio Napolitano ha dato solennemente voce nel discorso di ieri.
Si interrogavano sull’indifferenza distratta con cui viene accolta, nell’Occidente, la minaccia di Ahmadinejad all’essenza stessa dello Stato di Israele ottenuta attraverso la negazione della Shoah come giustificazione storica di un’ostilità assoluta per gli ebrei raccolti nel loro Stato. Fino a chiedersi come mai, ha detto ancora Napolitano, sia così facile, così poco contrastato, così agevole negare alla radice «le ragioni della nascita, ieri, e della sicurezza oggi» di uno Stato sottoposto, come viene detto, a un attacco concentrico di tipo «esistenziale», cioè globalmente condannato per il solo fatto di esistere e meritevole perciò di essere annientato con ogni mezzo, anche il più cruento e apocalittico. Non una critica ai singoli atti dei suoi governi democraticamente eletti, come è legittimo al pari di ogni altra critica a qualunque governo di qualunque Stato.
Ma un’ostilità pregiudiziale e feroce verso un’entità malvagia che deve soltanto scomparire. E così come è ovvio non squalificare come antisemita la critica ai governi israeliani, è altrettanto ovvio che la delegittimazione in quanto tale di Israele costituisce la nuova versione, pericolosa come quella vecchia, dell’antisemitismo moderno. Che non dura solo un giorno e non riguarda solo la dimensione della memoria.

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